Les Mauvais Jours Finiront interrompe (temporaneamente?) le pubblicazioni. Resta comunque on-line affinché rimangano accessibili i documenti pubblicati. L'Autore considera il lavoro di cernita, editazione, elaborazione dei materiali sin qui svolto, come propedeutico alla nuova esperienza – per molti versi affatto diversa – alla quale prende parte, quella del gruppo informale / rivista "Il Lato Cattivo". (Gennaio 2012)
(blog)

«(...) la rivoluzione non ricerca il potere, ma ha bisogno di poter realizzare le sue misure. Essa risolve la questione del potere perché ne affronta praticamente la causa. È rompendo i legami di dipendenza e di isolamento che la rivoluzione distrugge lo Stato e la politica, appropriandosi di tutte le condizioni materiali della vita. Nel corso di questa distruzione, sarà necessario portare avanti misure che creino una situazione irreversìbile. Bruciare le navi, tagliarsi i ponti alle spalle. La vita nova è la posta in gioco e, al contempo, l'arma segreta dell'insurrezione: è dalla capacità di sovvertire le relazioni materiali e trasformare le forme di vita che dipende la vittoria.
«La violenza rivoluzionaria sconvolge gli esseri, e rende gli uomini artefici del proprio divenire. Essa non si riduce a uno scontro frontale, reso improbabile dall'evidente squilibrio di forze esistente; e gl'insorti scivolerebbero sul terreno del nemico se adottassero una logica militare tout court. La guerra sociale mira piuttosto a dissolvere che a conquistare. Non temendo di mettere in gioco passioni, immaginazione e audacia, l'insurrezione si fonda sulla dinamica dell'autogenesi creativa.»

(«NonostanteMilano»)

* * *

«Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, apparve una differente prospettiva (...): il rifiuto della forma-partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione «politica» e rivoluzione «sociale» (o «economica»), cioè della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di un nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finisca inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione

(Karl Nesic, L'appel du vide, 2003).

* * *

«È la situazione in cui il proletariato si trova, a innescarne l’azione: la coscienza non precede l’atto; si manifesta solo come coscienza dell’atto stesso.»

(Gilles Dauvé, Le Roman de nos origines, 1983)
Visualizzazione post con etichetta Movimenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Movimenti. Mostra tutti i post

1 febbraio 2011

Astrazione e movimento reale. Alcune note dal '68-'69

di Raffaele Sbardella (1999)


[Tratto da «Vis-à-Vis – Quaderni per l'autonomia di classe», n. 7, Roberto Massari, 1999. Il discorso sviluppato dall'Autore presenta non pochi limiti, non ultima la mancata critica del principio democratico in quanto tale (includente, dunque, la cosiddetta democrazia diretta, che costituisce invece, secondo Sbardella, l'autentico quid del passaggio dalla "classe in sé" alla "classe per sé"). Nonostante ciò, esso offre una serie di spunti analitici di grande interesse, che vanno dalla critica dei meccanismi alienanti della rappresentanza all'analisi delle dinamiche attraverso cui la classe si costituisce in "soggetto collettivo"; fino al tentativo di rintracciare le radici dell'attuale crisi della rappresentanza stessa.]

1. A trent’anni dal ’68-’69 il ciclo di lotte che in quegli anni prese avvio è, per la riflessione teorica e l’indagine storica, ancora un oggetto che si ostina a tenere celata in sé la propria verità. Nel cercare di abbozzare alcune risposte alle questioni poste dagli autori di Un magma che scotta ancora: a 30 anni dal ’68-’69, terremo fermo lo sguardo su quel biennio e su ciò che da quel biennio trasse origine.
In quel periodo, in Italia, emerge un soggetto collettivo che sa aggregare attorno a sé parti significative del sociale, sa permanere nel tempo, espandersi nello spazio e conquistare la consapevolezza del suo specifico assalto al cielo. Il suo movimento, che velocemente si espande, si presenta come una generale critica pratica della politica. Mai in passato si era raggiunto un livello così alto di coscienza: non più soltanto l’economico, ma assieme e in modo esplicito l’economico e il politico come l’unica questione posta dal suo progetto di riappropriazione. L’economico e il politico per la prima volta in modo consapevole vengono intesi come le due sfere del dominio di un soggetto estraneo e nemico: l’Astratto quale ipostasi reale nelle sue due figure fenomeniche fondamentali. La società capitalistica viene aggredita alla radice: stato e rappresentanza, capitale e sfruttamento, i due aspetti di una stessa realtà.

23 dicembre 2010

Braci ardenti nell'inverno...


... ovvero, cosa è stato questo strano movimento studentesco?

Da un lato, è stata un'altra ondata di freddo.

Si poteva sentire qualcosa di fin troppo finto, troppo tarocco, nell'aria che si respirava in queste ultime settimane, negli slogan che si cantavano in corteo, tra le righe degli articoli dei giornali.

Se leggevi La Repubblica senza uscire di casa, senza sapere cosa stava succedendo in piazza, potevi avere l'impressione che stesse scoppiando l'insurrezione in Italia. Scontri dappertutto, il paese bloccato, il governo pronto a cadere. Poi c'era la realtà della piazza, delle occupazioni. Bella, ma non aveva nulla a che vedere con ciò che si poteva leggere nella stampa.

Questo ci insegna che la sinistra, per quanto appaia morta, sa ancora usare i suoi vecchi trucchi. L'hanno proprio pompato questo “movimento”! La Repubblica, la CGIL, i partiti di sinistra e anche non di sinistra che hanno tutti una stessa ossessione: far cadere Berlusconi.

Hanno voluto rifarci l'Onda. L'Onda: una perfezione fino ad ora inedita nel marketing della contestazione. Una truffa su scala generazionale. Dovrebbe essere insegnata nei corsi di formazione politica di ogni partito: un nome bello come un surfer sulla spiaggia, canzoni che suonano bene, delle azioni riproducibili, un nemico ben definito. E poi, il niente. Crolla il castello di carte, l'operazione è fallita, si proverà di nuovo tra due anni. E l'hanno fatta ripartire quella macchina! La metafora questa volta non è più il mare ma il cielo: tutti sui tetti, tutti sui monumenti!

Gli studenti e i ricercatori sui tetti, i monumenti occupati, i cortei enormi: questo è stato il lato spettacolare di questi giorni. Di questo si è parlato, scritto, dibattuto tanto e ancora tanto. Tutto questo teatro ha sopratutto permesso di nascondere l'altro lato del movimento. I sinistroidi, tutti esaltati, si felicitavano: non si parla più delle minorenni che si scopa Berlusconi, si parla della legge Gelmini, dei tagli, della politica. Un altro velo per nascondere l'ovvio, per ritardare ancora un po' l'inevitabile, per continuare a credere nel sogno, anche se siamo ora tutti svegli.

Le forze dell'ordine hanno giocato la loro parte: qualche manganellata, un po' di sangue qua e là per far tornare l'indignazione che sembrava sparita insieme alla sinistra. I “radicali” hanno indossato i caschi e hanno fatto partire qualche fumogeno, che fa sempre bella scena sulle foto. Allo scontro nessuno ci voleva andare. Il G8 di Genova è ancora nelle teste di tutti, da entrambi le parti.

Il movimento si è dunque giocato sopratutto sul piano virtuale, perché andare su quello reale aprirebbe la porta a una potenza che farebbe cadere molto più del governo, che potrebbe metter fine a ogni forma di governo. La sinistra lo sa, perché questa porta si aprì già trent'anni fa e il prezzo per richiuderla fu altissimo. Tanti l'hanno pagato con la propria vita. La sinistra sarà sempre il miglior guardiano di questa porta, evitando ad ogni costo che la lotta si porti sul piano reale.

Dall'estate in Italia si vive un'atmosfera di fine regno. Su tutti i canali dello spettacolo si parla solo del re-buffone, sia per difenderlo che per linciarlo. Si parla sopratutto della sua fine, di come andrà a chiudersi questa parentesi politica. L'unico contenuto della sinistra durante questi ultimi anni è stato l'antiberlusconismo. Un'opposizione morale al personaggio, al posto di un'opposizione politica allo stato delle cose di cui lui è solo l'emanazione più caricaturale. Ecco come il discorso della legalità è diventato l'alfa e l'omega della sinistra italiana, l'ostacolo che si incontra sempre quando si prova ad incidere sul presente, e che non si riesce a superare da tanti anni.

È così, è la fine di un regno. Ma questa fine, quest'apocalisse, non c'entra niente con Berlusconi. Si tratta della fine di un mondo.

Da un altro lato, è stato un fuoco capace di scaldarci.

Il sentimento della fine di questo mondo, lo si rivive ogni tanto. Non tutti i giorni. Lo si rivive quando si fa troppo ovvia la distanza fra il vissuto e la sua immagine, fra ciò che si vive e ciò che si vede. Questo sentimento l'abbiamo provato spesso in questi giorni. Si fa sempre più pressante. Ci chiama all'azione.

Nelle occupazioni delle scuole e delle facoltà tutti i discorsi sul “movimento” – sia quelli che lo sostenevano, sia quelli che lo denunciavano – sembravano molto spesso fuori luogo. La Gelmini, la sua fottuta riforma, l'università pubblica, il governo, gli scazzi tra i politici... Tutto questo suonava ogni giorno più assurdo, più lontano da ciò che si stava vivendo, roba di un altro mondo.

Le parole d'ordine che escono dalle casse dei furgoni durante i cortei non si capiscono più. Ma di che cazzo stanno parlando?

Ci parlano di diritti, ma questi diritti che enumerano le costituzioni di ogni paese del mondo, questi milioni di pagine di leggi, contratti, codici che regolano ogni aspetto dell'esistenza, non ci renderanno mai felici. Ma che senso ha questa vita sotto garanzia?

Ci parlano di dare più soldi alla scuola mentre dappertutto il denaro non porta che distruzione e desolazione. Ma soldi per fare cosa? Ricercatori, ma per ricercare cosa? Come sfruttare di più questa terra e i suoi abitanti? Come produrre più merda ad un prezzo più basso? Come vivere di più rinunciando a tutto ciò che rende una vita degna di essere vissuta?

Ci parlano di fare fuori tal dirigente e rimpiazzarlo con un altro meno stronzo. Ma porco dio, perché diamine dovremmo aver bisogno di essere governati?

Nelle occupazioni, nelle strade, nelle assemblee, si ponevano questioni di tutt'altro genere. Questioni politiche. Tipo: Come organizzare il pranzo per tutti nella facoltà occupata? Come bloccare effettivamente la stazione? Come trovarsi con gli altri che lottano altrove? Come sbarazzarsi della polizia? Da questo punto di vista, questo movimento è stato sopratutto un momento d'incontro. E ogni vero incontro è un evento. L'incontro è ciò di cui è intessuta la storia. Tanti ragazzi e ragazze che prima si incrociavano nei corridoi delle scuole ignorandosi sono diventati una potenza reale. Capace del meglio e del peggio. Questi vari percorsi si sono incontrati spazzando via il regno dell'indifferenza. E quando la stampa e la televisione non parleranno più del movimento, quando i contestatori spettacolari saranno scesi dei tetti, cosa rimarrà? Rimarrà questa potenza. Ecco dov'era la bellezza di questo strano autunno italiano. Ecco dov'era la luce nelle tenebre. Riconoscendo e raccogliendo questa luce si costruisce irreversibilmente il movimento che seppellirà il vecchio mondo.

Durante i blocchi, le occupazioni, le fughe dalla polizia, le città hanno cambiato volto, come se una nuova cartografia si sovrapponesse a quella esistente. Durante le azioni di questi giorni, si sono appresi quali sono i punti chiave che fanno funzionare l'economia della metropoli. Anche questo rimarrà.

Finora spostarsi nella metropoli voleva dire andare da casa a scuola, dal lavoro all'aperitivo. In questi giorni invece, sapersi spostare nella metropoli ha voluto dire saper stravolgere la funzione dei suoi dispositivi, trasformandoli in mezzi atti al nostro scopo. La velocità della metropolitana ha permesso di essere ovunque alla faccia degli sbirri. Gli spazi delle università occupate sono diventati un rifugio e una base di attacco.

Una stazione occupata a Milano, un'autostrada bloccata a Bologna, un esproprio a Genova: da una città all'altra si passa la parola, si diffondono le pratiche. Un'emulazione senza centro, senza direzione. Una staffetta che passa per Londra e per Atene. Queste immagini che riusciamo a scorgere rafforzano la certezza che il momento che stiamo vivendo non c'entra niente con la legge Gelmini ma fa parte di qualcosa di molto più profondo. Non sono da vedere come degli esempi da seguire, ma come i frammenti per ora dispersi dello stesso incendio che non si spegnerà mai.

[Volantino distribuito a Milano durante la giornata del 14 dicembre]

16 ottobre 2010

Lotte di classe in Francia...

Ottobre 2010


Il «problema» delle pensioni è una grande truffa, volta a farci ingoiare misure il cui obiettivo è affatto semplice: farci sgobbare di più, più a lungo, e pagarci di meno... per meglio riempire le tasche dei padroni. Reagire è naturale...

Non si tratta di difendere un sistema pensionistico marcio, o di salvaguardare pretese «conquiste» che ci costringono a lavorare 40 anni, con la sola speranza di potere, alla fine, crepare in santa pace: sprecare la vita a guadagnarsi da vivere. Si tratta di difendersi contro questa nuova offensiva dello Stato e dei capitalisti.

Da che mondo è mondo, la migliore difesa è l'attacco; dunque, riprendiamo il controllo dei nostri interessi!

Scavalchiamo i cani da guardia! Basta coi sindacati, che cercano di controllare il movimento a forza di manifestazioni straccione e pallose, per apparire responsabili e seri, e andare poi negoziare le briciole coi ministri! Basta coi partiti, che pensano soltanto alle loro elezioni e che, se fossero al governo, attuerebbero le stesse riforme!

Reagiamo!
Non seguiamo più le regole del loro gioco!

Lo sciopero è un'arma a nostra disposizione per bloccare l'economia e colpire i nostri nemici là dove fa più male: nel portafoglio.

Lo sciopero non libera solo tempo, ma anche cervelli; per riflettere, discutere, organizzarsi e agire collettivamente, al di là delle categorie professionali: comitati di sciopero, Assemblee Generali interprofessionali, Assemblee Generali di lotta, comitati di quartiere, gruppi di affinità, azioni dirette, picchettaggi, occupazioni, e tutto ciò che si può immaginare per uscire dal quadro sclerotizzato che ci viene imposto.

A noi, il compito di passare all'offensiva e di essere incontrollabili!
È questo che fa paura al potere.
È questo che può farlo vacillare.

Per un movimento reale che abolisca lo stato di cose presente, rompiamo gli argini!

Lavoratori, disoccupati, studenti, liceali...

CONTRO LO STATO, I PADRONI, I PARTITI, I SINDACATI!

TUTTI IN PIAZZA!

La lotta è classe contro classe!
Scioperi, picchetti e tutto ciò che è necessario...


[Dal sito Des Nouvelles Du Front; trad. it. Lmjf]




13 maggio 2010

Grecia: un momento critico e soffocante

Ta Paidia Tis Galarias (2010)*


[«Ma non scoppiano forse tutte le rivolte, senza eccezione, nel disperato isolamento dell'uomo dalla comunità? Ogni rivolta non presuppone forse necessariamente questo isolamento? Avrebbe avuto luogo la rivoluzione del 1789 senza il disperato isolamento dei cittadini francesi dalla comunità? Essa era appunto destinata a sopprimere tale isolamento. Ma la comunità dalla quale l'operaio è isolato è una comunità dì ben altra realtà e di ben altra estensione che non la comunità politica. Questa comunità, dalla quale il suo lavoro lo separa, è la vita stessa, la vita fisica e spirituale, la moralità umana, l'attività umana, l'umano piacere, l'essenza umana. L’essenza umana è la vera comunità umana. Come il disperato isolamento da essa è incomparabilmente più universale, insopportabile, pauroso, contraddittorio dell'isolamento dalla comunità politica, così anche la soppressione di tale isolamento e anche una reazione parziale, una rivolta contro di esso, è tanto più infinita quanto più infinito è l'uomo rispetto al cittadino e la vita umana rispetto alla vita politica. La rivolta industriale, perciò può essere parziale fin che si vuole, essa racchiude in sé un'anima universale; la rivolta politica può essere universale fin che si vuole, essa cela sotto le forme più colossali uno spirito angusto» (Karl Marx)].

Quello che segue è il resoconto della manifestazione del 5 maggio e di quanto avvenuto nei giorni seguenti, accompagnato da alcune riflessioni di carattere generale sulla situazione critica che il movimento greco sta attraversando. Malgrado si collochi all'interno di una fase parossistica di terrorismo finanziario, che cresce in ampiezza di giorno in giorno attraverso la minaccia costante della bancarotta dello Stato e i reiterati appelli a “fare sacrifici”, la risposta del proletariato, alla vigilia del voto delle nuove misure di austerità in Parlamento, è stata impressionante. Si è trattato, probabilmente, della più grande manifestazione di lavoratori dai tempi della fine della dittatura (più imponente persino di quella del 2001 che portò al ritiro del progetto di riforma delle pensioni). Stimiamo che vi fossero almeno 200.000 manifestanti nelle strade del centro di Atene, e circa 50.000 di più nel resto del paese.
Vi sono stati scioperi pressoché in tutti i settori del processo di (ri)produzione. È riapparsa sulla scena una moltitudine proletaria simile a quella che aveva preso possesso delle strade nel dicembre 2008 (anche in questa occasione i media della propaganda ufficiale hanno parlato, in termini peggiorativi, di “giovani incappucciati”), ugualmente armata di asce, mazze, martelli, bottiglie molotov, pietre, bastoni, maschere e occhialini anti-gas. Nonostante in alcuni casi i manifestanti travisati siano stati accolti con grida di disapprovazione, allorché cercavano, talvolta con successo, di attaccare degli edifici, in generale si sono trovati in sintonia con questa marea variopinta, colorata di manifestanti inferociti. Gli slogan andavano dal rifiuto del sistema politico nel suo insieme – «Bruciamo il bordello parlamentare!» – alle parole d'ordine patriottiche – «Fuori dal FMI!» – o populiste – «Ladri!», o anche «La gente esige che gli imbroglioni vadano in prigione». Gli slogan aggressivi contro i politici in generale, nel corso della giornata, sono diventati via via preponderanti.
Alla manifestazione indetta dalla GSEE-ADEDY [confederazione sindacale che include sia il settore pubblico che quello privato], i partecipanti hanno riempito la piazza a migliaia. Il presidente della GSEE è stato accolto dai fischi e dagli ululati, quando ha iniziato a parlare. E quando la direzione del sindacato ha voluto ripetere la manovra che aveva già tentato una prima volta l'11 marzo scorso, per aggirare il grosso della manifestazione e prenderne la testa, solo in pochi l'hanno seguita...
La manifestazione convocata dal PAME (il “Fronte operaio” del KKE, il Partito comunista greco), è stata a sua volta imponente (oltre 20.000 persone) ed è arrivata in piazza Syntagma per prima. L'intenzione era quella di restarvi soltanto qualche istante, e di andarsene prima dell'arrivo del grosso del corteo. Tuttavia, i partecipanti alla manifestazione si sono fermati per lo più nella piazza, gridando slogan rabbiosi contro i politici. Secondo il leader del KKE, si sarebbe trattato di provocatori fascisti (di fatto egli ha accusato il LAOS, partito che raccoglie un mix di militanti dell'ultra-destra e di nostalgici della Giunta dei colonnelli) che, brandendo le bandiere del PAME, avrebbero incitato i militanti del KKE a entrare di forza nel palazzo del Parlamento, screditando in tal modo la lealtà costituzionale del partito! Malgrado questa accusa possieda un qualche fondamento, poiché alcuni fascisti sono stati effettivamente visti sul posto, la verità – secondo alcune testimonianze – è che i dirigenti del KKE hanno avuto non poche difficoltà a convincere i propri militanti ad abbandonare rapidamente la piazza, e a non gridare slogan contro il Parlamento. È forse troppo azzardato vedere in questo episodio un segno della disobbedienza montante verso le regole d'acciaio di questo partito monolitico; ma in tempi così incerti, nessun può davvero saperlo...
La settantina di fascisti che fronteggiavano le forze anti-sommossa insultavano i politici («Politici, figli di puttana!»), cantavano l'inno nazionale e lanciavano pietre contro il palazzo del Parlamento, probabilmente con l'intenzione, rivelatasi vana, di evitare un escalation di violenza. Tuttavia, sono stati rapidamente riassorbiti dall'enorme ondata di manifestanti che nel frattempo aveva raggiunto la piazza.
Ben presto, una moltitudine di lavoratori (elettrici, postali, impiegati municipali etc,) ha cercato in tutti i modi di entrare nel palazzo del Parlamento, ma le migliaia di poliziotti in tenuta anti-sommossa schierati sul piazzale antistante l'entrata glielo hanno impedito. Un altro gruppo di lavoratori, uomini e donne dall'età più disparate, ha preso a insultare e minacciare i poliziotti che si trovavano davanti alla Tomba del Milite Ignoto. Per quanto la polizia sia riuscita, grazie a un massiccio contrattacco, con tanto di lancio di gas lacrimogeni, a disperdere la folla, altri gruppi di manifestanti continuavano ad affluire davanti al Parlamento, mentre i primi gruppi che erano stati costretti a battere in ritirata, si riorganizzavano in via Panepistimiou e in corso Syngrou. Qui, questi gruppi hanno iniziato a distruggere ogni cosa e hanno attaccato le forze anti-sommossa che si trovavano nelle strade adiacenti.
Nonostante la maggior parte dei grandi stabili del centro fossero stati protetti con imposte metalliche, i manifestanti sono riusciti ad attaccare alcune banche ed edifici pubblici. Si è potuto assistere a una vasta distruzione di proprietà, soprattutto in corso Syngrou. Qui, infatti, le forze di polizia non avevano sufficienti effettivi per reagire tempestivamente a questo gruppo di manifestanti, poiché avevano ricevuto l'ordine di dare priorità alla protezione del Parlamento e all'evacuazione delle vie Panepistimiou e Stadiou, lungo le quali i manifestanti riconfluivano senza sosta verso il Parlamento stesso. Alcune automobili di lusso, un ufficio del Ministero delle Finanze e uno della Prefettura di Atene sono stati incendiati. Qualche ora più tardi, questa parte della città sembrava ancora una zona di guerra. Gli scontri si sono susseguiti per quasi tre ore. È impossibile raccontare tutto quello che è accaduto per le strade. Riportiamo un solo episodio: alcuni insegnanti, insieme ad altri lavoratori, sono riusciti a circondare degli agenti del gruppo Delta – un nuovo corpo anti-sommossa che si sposta in moto – e hanno dato loro una buona dose di legnate, mentre i poliziotti gridavano: «Per favore, no! Siamo lavoratori anche noi!».
I manifestanti che erano stati respinti verso via Panepestimiou, intanto, tornavano a gruppi verso il Parlamento, dove hanno a lungo fronteggiato la polizia. Qui si sono nuovamente mescolati e si sono fermati. Un impiegato municipale di mezza età, che teneva delle pietre tra le mani, ci ha raccontato, commosso, come la situazione gli ricordasse i primi anni dopo la fine della dittatura, e la manifestazione del 1980 – alla quale partecipò – che commemorava gli avvenimenti del Politecnico e nel corso della quale la polizia uccise una donna di 20 anni, la lavoratrice Kanellopoulou.
Di lì a poco, sono arrivate, tramite i telefoni cellulari, le terribili notizie battute dalle agenzie di stampa estere: 3 o 4 persone morte nell'incendio di una banca. C'era stato in effetti qualche tentativo di dar fuoco a delle banche, ma nella maggior parte dei casi, i manifestanti si erano fermati, poiché vi erano dei crumiri barricati all'interno. Solo lo stabile della Marfin Bank è stato dato effettivamente alle fiamme. Nondimeno, soltanto pochi minuti prima della tragedia, non erano affatto degli “hooligans mascherati” che gridavano «crumiri!» all'indirizzo degli impiegati della banca, ma dei gruppi organizzati di scioperanti, che li apostrofavano e li insultavano affinché lasciassero l'edificio.
Date le dimensioni e la densità della manifestazione, il fracasso, i canti, evidentemente una certa confusione – naturale in situazioni come questa – rende difficile riferire con precisione ciò che è accaduto in quel tragico frangente. L'ipotesi che appare più plausibile (mettendo insieme i frammenti d'informazione raccolti da alcuni testimoni), è quella che in questa banca posta nel cuore della città, il giorno dello sciopero generale, circa 20 impiegati siano stati costretti dal loro padrone a lavorare, chiusi a chiave nell'edificio «per garantire la loro sicurezza», e che tre di essi siano morti per asfissia. Inizialmente, una bottiglia molotov è stata lanciata attraverso un buco fatto nel vetro di una finestra al pianterreno. Quando alcuni impiegati sono usciti sul balcone, dei manifestanti hanno gridato loro di uscire e hanno cercato di estinguere l'incendio. Ciò che a quel punto è accaduto, e come in un istante l'edificio sia andato a fuoco, non sappiamo dire.
La macabra serie di fatti che sono seguiti all'incendio è stata probabilmente già riportata a sufficienza: i manifestanti che cercano di soccorrere le persone rimaste intrappolate all'interno, i pompieri che ci mettono troppo tempo a fare uscire alcuni impiegati, il sorridente banchiere miliardario inseguito da una folla inferocita.
(In seguito, il Primo ministro ha riferito in Parlamento sull'accaduto, denunciando l'«irresponsabilità politica» di chi si oppone alle misure di austerità e provoca morte, mentre i “provvedimenti salutari” del governo «difendono la vita»).
Il ribaltamento della situazione ha avuto successo. Ne è immediatamente seguita un'imponente operazione delle forze anti-sommossa: la folla è stata dispersa e inseguita e l'intero centro della città è rimasto accerchiato fino a tarda notte. L'enclave libertaria di Exarchia è stata posta in stato d'assedio; uno squat anarchico è stato sgomberato e diversi occupanti sono stati arrestati; un locale frequentato da immigrati è stato devastato. Una nube di fumo persistente ha continuato a incombere sulla città, lasciando un misto di amarezza e di inebetimento.
Le conseguenze dell'accaduto sono diventate visibili l'indomani: gli avvoltoi dei media hanno strumentalizzato la tragica morte dei 3 impiegati, presentandola come una “tragedia personale”, separata dal suo contesto reale (meri corpi umani astratti dalle loro relazioni sociali); alcuni si sono spinti a chiedere la criminalizzazione della resistenza e della protesta in quanto tali. Il governo, nel frattempo, ha preso tempo, spostando l'attenzione su altre questioni, e i sindacati si sono sentiti sollevati da ogni obbligo di indire uno sciopero, il giorno stesso in cui le misure del governo venivano approvate.
In questo clima di paura e di delusione, nel pomeriggio alcune migliaia di persone si sono ugualmente riunite davanti al Parlamento, nel corso di una manifestazione organizzata dai sindacati e dalle organizzazioni di sinistra. La rabbia era ancora palpabile. Alcuni pugni si sono levati, bottiglie d'acqua e petardi sono stati lanciati contro le forze antisommossa, si sono gridati slogan contro la polizia e il Parlamento. Una donna attempata ha chiesto agli altri manifestanti di cantare: «Che se ne vadano!» (i politici); un giovane, dopo avere pisciato in una bottiglia, l'ha lanciata contro la polizia. Anche qualche anti-autoritario era presente, e quando è scesa la notte e i sindacati e la maggior parte delle organizzazioni di sinistra hanno abbandonato il campo, alcune persone, del tutto ordinarie, a mani nude, hanno deciso di rimanere. Caricati con violenza dalla polizia in assetto anti-sommossa, inseguiti e calpestati dagli squadroni di piazza Syntagma, giovani e vecchi, spaventati ma furiosi, si sono dispersi nelle vie adiacenti.
L'ordine era finalmente ristabilito. Tuttavia, nei loro occhi si poteva leggere non soltanto la paura, ma anche l'odio. Non c'è dubbio, torneranno...
Passiamo ora a qualche riflessione di carattere più generale:
1. Severe misure contro gli anarchici e gli anti-autoritari sono già state prese, e si profila un loro ulteriore inasprimento. La criminalizzazione di un intero movimento politico-sociale, che coinvolge anche le organizzazioni dell'estrema sinistra, è sempre stata utilizzata dallo Stato come strategia di diversione, e a maggior ragione sarà utilizzata oggi, nel momento in cui i tre morti della Marfin Bank hanno creato un clima favorevole alla manovra. Tuttavia, la demonizzazione degli anarchici non indurrà le centinaia di migliaia di persone che hanno sfilato in corteo, né coloro che sono rimasti a casa – ma che sono comunque coinvolti – a dimenticare il FMI e il “pacchetto di salvataggio” che il governo ha imposto. La persecuzione del nostro movimento non aiuterà le persone a pagare le fatture, né garantirà loro un avvenire che rimane incerto. Il governo sarà presto costretto a criminalizzare la resistenza tout court; anzi si può dire che abbia già cominciato a farlo, come testimoniano gli avvenimenti del 6 maggio.
2. Lo Stato farà un piccolo sforzo, tirando le orecchie a qualche uomo politico per placare “l'emozione popolare” ed evitare che si trasformi in “sete di sangue”. Alcuni casi flagranti di “corruzione” saranno forse puniti, e alcuni uomini politici sacrificati, per confondere le acque.
3. Vi è un costante riferimento a una “deriva costituzionale”, che viene tanto dal LAOS (estrema destra) quanto dal KKE, in uno spettacolo di recriminazioni che rivela i crescenti timori, da parte della classe dirigente, di un aggravarsi della crisi politica e della crisi di legittimità delle istituzioni. Vengono riciclati diversi scenari (un “partito degli uomini d'affari”, un regime sul modello della Giunta dei colonnelli), che riflettono le paure profonde di un sollevamento proletario, ma che in realtà sono utilizzate per spostare la questione della “crisi del debito” dalle strade all'arena politica – sotto forma della domanda banale: «chi è la soluzione?», anziché «qual è la soluzione?».
4. Detto questo, è tempo di approcciare le questioni più cruciali. È ormai chiaro che il giochetto rivoltante che consiste nel trasformare la paura/colpa del debito nella paura/colpa della resistenza e del sollevamento (violento) contro il terrorismo del debito, è già cominciato. Se la lotta di classe si intensifica, le condizioni potranno assomigliare sempre di più a quelle di un'autentica guerra civile.
La questione della violenza è diventata centrale. Così come valutiamo la gestione della violenza da parte dello Stato, siamo costretti ad analizzare la violenza proletaria: il movimento deve affrontare il problema della legittimazione della violenza e del suo contenuto in termini pratici.
Per quel che riguarda il movimento anarchico e anti-autoritario, e la sua tendenza insurrezionalista, che è preponderante, la tradizionale glorificazione “machista” e feticizzata della violenza sussiste da troppo tempo ed è stata troppo importante, perché oggi ce la si possa lasciare alle spalle. La violenza fine a sé stessa, in tutte le sue varianti (inclusa la lotta armata propriamente detta) non ha smesso di diffondersi negli ultimi anni, soprattutto dopo la rivolta del dicembre 2008, allorché un certo grado di decomposizione nichilista ha fatto la sua apparizione (vi abbiamo fatto riferimento nel nostro testo Le passage rebelle d’une minorité prolétarienne...), estendendosi al movimento stesso. Alla periferia di questo movimento, ai suoi margini, sono apparsi in numero crescente dei giovanissimi, portatori di una violenza nichilista senza limiti (il “nichilismo di dicembre”) e propugnatori di una “distruzione” che può coinvolgere anche il “capitale variabile” (i crumiri, gli “elementi piccolo-borghesi, i “cittadini rispettosi della legge”). Che una tale degenerazione nasca dalla rivolta e dai suoi limiti, piuttosto che dalla crisi in quanto tale, è di un'evidenza palmare.
Alcune condanne di questi atteggiamenti avevano già allora iniziato a farsi sentire, e così pure una certa auto-critica (alcuni gruppi anarchici arrivarono a designare gli autori di quegli atti con l'epiteto di “canaglie para-statali”), ed è molto probabile che gli anarchici e gli anti-autoritari organizzati (gruppi o squat) cercheranno di isolare, sia politicamente che operativamente, queste tendenze. Tuttavia, la situazione è molto più complessa, e va oltre la capacità di (auto)critica teorica e pratica del movimento. A posteriori, si può sostenere che i tragici avvenimenti di cui abbiamo riferito, con tutte le loro conseguenze, si sarebbero potuti verificare già all'epoca della rivolta del dicembre 2008. Se ciò non è accaduto, non è stato solamente frutto del caso (la stazione di servizio che si trovava accanto a un palazzo in fiamme e che non è esplosa, il fatto che gli scontri più violenti, quelli di sabato 7 dicembre, si siano svolti di notte, quando la maggior parte degli edifici erano vuoti); ma è stato anche in virtù della creazione di una sfera pubblica proletaria (per quanto limitata) e di diverse comunità di lotta impegnate a costruire un proprio percorso, non soltanto per mezzo della violenza, ma anche attraverso i propri contenuti e discorsi, e con altri mezzi di comunicazione.
Sono state queste comunità preesistenti (studenti, tifosi di calcio, immigrati, anarchici) a trasformarsi in comunità di lotta, talvolta attorno a delle tematiche di rivolta che hanno potuto dare alla violenza un ruolo significativo. Comunità come quelle emergeranno ancora, adesso che non è più soltanto una minoranza di proletari a essere coinvolta? Emergeranno delle forme pratiche di auto-organizzazione nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle strade, in misura tale da determinare la forma e il contenuto della lotta, e collocare, di conseguenza, la violenza in una prospettiva di liberazione?
Si tratta di questioni complesse e urgenti, alle quali potremo trovare una risposta soltanto nella lotta.

* Ta Paidia Tis Galarias (I ragazzi della galleria), è un gruppo-rivista greco di area comunista radicale, attento ai conflitti di classe internazionali e alla critica serrata alle ideologie (http://www.tapaidiatisgalarias.org/).

8 aprile 2010

Il laboratorio della controrivoluzione. Italia 1979-80.


«Che gli uomini non facciano più rivoluzioni
fin tanto che non avranno imparato
a infischiarsene del potere. Che
non scrivano più fin tanto che non saranno
del tutto decisi a sfidare l'opinione.
Gloria a te, libertà!»
(Coeurderoy, Giorni d’esilio)

I - L’ attendismo del potere. 1977-78

(1)
Il profondo conflitto sociale e il vasto movimento di rivolta manifestatisi in Italia nel 1977, presentano delle caratteristiche di radicalità nuove per questo paese. Per la prima volta, infatti, interi settori del proletariato italiano hanno combattuto come propri nemici implacabili non solo lo Stato e le sue forze armate, ma anche le organizzazioni operaie, e particolarmente il partito comunista italiano. Nel corso di questo scontro, gli stessi gruppi che si collocavano politicamente alla sinistra del P.C.I. sono stati individuati come parassiti estranei e ostili alla lotta rivoluzionaria.
(2) 
Il “movimento del '77” si manifesta dapprima come movimento studentesco, occupando le università contro una stupida riforma governativa in gennaio. Esso è formato, come è noto, soprattutto da giovani disoccupati. A Roma vi confluisce un poderoso movimento del "terziario", maggioritario negli ospedali, ma radicato in molti altri settori.
La distribuzione geografica del movimento è molto varia: a Milano, per esempio, dove si svolgono alcune delle imprese più spettacolari della Autonomia Operaia, il movimento è inesistente. Nelle sue deboli manifestazioni non si libera mai completamente di un'ottica politico-rivendicativa, e fornisce una base alle manovre e alle alleanze con i gruppi gauchistes sostenute da Negri, Scalzone e consorti. A Bologna, dove operano radio Alice e il gruppo che pubblica la rivista A/traverso, e dove il movimento si connota in senso giovanilista e addirittura modernista (attraverso l'introduzione dell'ideologia francese di Foucault Deleuze & Co.), riesce ad avere l'iniziativa, in modo trascinante ed entusiasmante per molte altre situazioni, fino al marzo '77; di fronte alla repressione ripiega e cede, permettendo ai becchini gauchistes di Lotta Continua di recuperarlo e seppellirlo. A Roma invece, dove, specie dopo l'esaurirsi della sua parabola ascendente nel marzo 1977, è determinante l'influenza dei comitati operai autonomi (i Volsci, organizzazione militante “vecchia maniera”), il movimento incide su strati sociali più vasti, e intacca seriamente la stessa base del P.C.I., mantenendo dimensioni di massa per oltre un anno.
E' appunto a Roma, dove i giovani proletari dei quartieri si saldano con i lavoratori della generazione più vecchia, che il movimento oppone la resistenza più tenace e radicale alla repressione, fino ad essere irrimediabilmente messo in crisi dal sequestro Moro.
Al movimento non sono mancati né il numero, né la forza militare di impossessarsi del centro cittadino di una delle maggiori e più ricche città italiane, Bologna, né la spinta vitale di abbozzare una critica della vita quotidiana e della politica.
(3)
In seno al movimento i soli gruppi politici organizzati che hanno avuto un peso reale e talvolta determinante nello svolgersi degli avvenimenti, sono stati quelli che compongono la cosiddetta "Autonomia Operaia Organizzata". La teoria di questi gruppi, più o meno legati alla tradizione leninista, in qualche caso apertamente stalinisti, non li distingueva molto da un gauchisme militante e conseguente. Quello che li ha resi un polo di attrazione per migliaia di proletari è stata la loro pratica sostanzialmente illegale e violenta e la loro decisa opposizione al P.C.I. e alle organizzazioni sindacali, pratica che coincideva effettivamente con le aspirazioni più diffuse. In particolare a Roma, nella Autonomia Organizzata si esprimeva l'organizzazione diretta di nuclei consistenti di proletari e di una gran quantità di collettivi e comitati di quartiere.
(4) 
Una delle caratteristiche dei gruppi dell'autonomia è stata quella di evidenziare sistematicamente gli aspetti militari dello scontro in corso. Questo corrispondeva effettivamente all'aspirazione generalizzata di farla finita con il rformismo e l'opportunismo schifosi che prevalevano nell'ambiente politico a sinistra del P.C.I., ambiente che infatti non ha mai avuto un ruolo positivo nello svolgersi degli avvenimenti. Questo aspetto, oltre a dare dei risultati immediati di efficacia ammirevole, tuttavia ha avuto anche l'effetto di privilegiare sempre e comunque la violenza e la lotta armata, di per sé, indipendentemente cioè dai suoi contenuti reali e dalle prospettive reali del movimento e della sua critica teorico-pratica.
(5)
Durante i primi mesi del '77 l'apparato propagandistico dello stato creava e gonfiava il mito dell'autonomia armata, con il risultato di creare non tanto un mostro, quanto un fenomeno spettacolare. Tutte le tendenze dell'autonomia furono complici di questa mistificazione e caddero in questa trappola. Gli autonomi tentarono in tutti i modi di valorizzarsi attraverso il fascino della lotta armata, dispiegando un trionfalismo del tutto ingiustificato, favorendo l'abbandono di ogni forma di lotta quotidiana, di per se stessa oscura e chiusa ai successi spettacolari, a vantaggio di azioni limitate a militanti vecchi e nuovi, ma che avevano il pregio di occupare le prime pagine dei giornali. Lo stato italiano, che due anni dopo ha incarcerato tutti i teorici di questa tendenza, evitò allora di prendere iniziative repressive verso gli aperti fautori di questo tipo di radicalizzazione dello scontro. Quando possibile, della repressione si incaricarono i resti dei gruppi gauchistes: in particolare le due organizzazioni Lotta Continua e MLS si posero all'inseguimento del movimento per strangolarlo non appena lo avessero raggiunto.
(6)
L'autonomia operaia e la vasta area sociale che veniva arbitrariamente identificata con le posizioni di questo o quel gruppuscolo, era di volta in volta parte integrante del movimento rivoluzionario (questo soprattutto al Sud) e modello spettacolare (questo soprattutto al Nord). Tutto questo accresceva la confusione e la mancanza di prospettive, tipiche di una situazione di disordine in cui entravano in crisi i modelli ideologici preesistenti e in cui l'incalzare stesso dell'“azione'” – allora “affrettato” dallo spettacolo – tendeva a far apparire superflua la teoria rivoluzionaria.
(7)
Nel maggio del '77 rientravano spettacolarmente in scena i gruppi armati clandestini, ferendo alle gambe alcuni giornalisti di destra.
Questi gruppi esistevano in Italia dal 1971, avevano avuto un certo sviluppo, ma nel '77 apparivano come una tendenza marginale rispetto alla Autonomia in piena ascesa. Al loro riapparire tutto l'apparato propagandistico, dal P.C.I. alla destra, ne spiegarono l'esistenza definendoli come il "nocciolo duro", il cuore organizzato del movimento, il suo motore e centro direzionale occulto. Questa teoria era completamente falsa. I gruppi militari sostenevano l'organizzazione completamente clandestina, fondata sulla totale abnegazione, e all'occorrenza sul sacrificio, dei militanti. Nulla era più estraneo allo spirito del movimento, critico verso la militanza e rivolto sovente alla critica della vita quotidiana, in forme ironiche e sovente addirittura festaiole e pagliaccesche. Anche a questo, venduti e imbecilli di ogni specie fornivano una spiegazione: esistevano un movimento "creativo", controculturale, "buono", e un movimento "armato", "cattivo", di cui le organizzazioni clandestine erano il nucleo centrale e l'autonomia operaia l'organizzazione di massa.
(8)
Al contrario: il movimento "creativo" di Bologna era quello che aveva sostenuto, nel marzo del '77, lo scontro militare più ampio e radicale e contro cui erano intervenuti i carri armati, mentre i gruppi clandestini condannavano duramente le forme di lotta armata del movimento, da cui si erano mantenuti estranei, in quanto "avventuriste" e "spontaneiste" . Tuttavia questa falsità aveva una base reale: nel movimento esisteva una componente controcultrale, nutrita delle teorie dell'alternativa di fabbricazione USA, su cui si erano gettati a pesce gli operatori culturali, che ne divennero ben presto gli interpreti.
(9)
La debolezza teorica del movimento si rivelava sempre più mortale, via via che diminuivano lo slancio e l'entusiasmo. Nel '78 vennero l'esaurimento e la paura, in coincidenza con le prime "prove" di una repressione su vasta scala, che a sua volta costringeva i rivoluzionari a una lotta sempre più di trincea. Sempre più angusta, difensiva, scandita dalle scadenze di scontro che il potere via via sceglieva, attraverso i divieti, gli omicidi in piazza, la repressione selettiva. Nei primi mesi del '78 il movimento si esauriva, boccheggiava, perdeva colpi, il P.C.I. cominciava a lanciare i suoi mazzieri alla riconquista delle università. Nello stesso tempo il terrorismo riprendeva vigore.
(10)
Il sequestro e l'omicidio di Moro hanno chiuso la situazione caotica in cui si era sviluppato il movimento del '77. Non solo fu finalmente possibile mettere in stato d'assedio Roma, che era il principale centro superstite della resistenza del movimento. Quello che più contava era che finalmente il puro spettacolo ritornava a dominare la scena. I mass-media sono stati i veri vincitori del sequestro Moro. Tutti incollati al video a seguire il film della lotta di classe, dei comunicati, delle lettere del disgraziato democristiano, che tutti vollero morto. Tutti i giornali (persino Il Male fece la sua fortuna in quel periodo) riportavano nelle prime pagine i comunicati delle B.R. Il sistema aveva scelto il suo nemico – il terrorismo – ed era riuscito ad imporlo a tutti. La finzione si realizzava. La lotta era tra lo Stato, la democrazia, tutti quanti, e un pugno di terroristi, efficienti, freddi e spietati. I due fronti in lotta erano ben definiti: a tutti si imponeva la scelta: o con i carabinieri o con i rapitori. Lo stato italiano ha ammazzato Moro, ma per dare un colpo mortale alla rivoluzione. Il P.C.I. riempiva le piazze di bandiere rosse contro il terrorismo. Lo stato imponeva, in modo identico alle B.R., il ricatto: con noi o con loro.
La posizione presa unanimamente dal movimento sul sequestro Moro rimase sostanzialmente difensiva e d'occasione: in alcuni settori si espresse nella parola d'ordine capitolazionista "né con lo Stato né con le B.R.”, in altri prevalse la solidarietà con i terroristi. Le critiche più radicali vennero dai gruppi più organizzati, accusati in seguito di aver preso parte al sequestro. Essi percepirono tutta la vicenda come l'attacco micidiale di una organizzazione concorrente, e poterono perciò denunciarne la natura, antitetica a qualsiasi sviluppo del movimento.
Si creò una atmosfera allucinante, totalmente governata dallo spettacolo. Ogni critica, ogni azione rivoluzionaria diventavano difficili, si muovevano su un terreno minato, destinate ai distinguo, alle sottigliezze, schiacciate da un'alternativa brutale.

II - 7 aprile e 21 dicembre

(11)
Il 7 aprile 1979 vengono arrestati tutti i più famosi leaders dell'autonomia organizzata e con loro un buon numero di militanti. Le accuse suonano in un primo momento assurde: i dirigenti dell'aut.op. vengono accusati di essere i capi delle BR e di avere ordinato ed eseguito il sequestro e l'uccisione di Moro. La prima impressione nel movimento, che in questa occasione sembra rianimarsi per un attimo, è di incredulità: le accuse sono tanto assurde che questo deve considerarsi come un errore idiota dello stato e dei magistrati, che si immaginano di trovarsi al tempo delle purghe sovietiche degli anni '30. Bastano pochi giorni perché questa impressione svanisca. Ciecamente, in blocco, senza tentennamenti o esitazioni, tutta la stampa, la radio, la televisione sostengono e avvallano le incredibili menzogne della magistratura togliattiana. Il movimento, o meglio l'aut.op. organizzata che, irresponsabilmente, aveva sempre contato sugli spazi che riusciva a prendersi sui quotidiani con la propria pratica e sui buoni rapporti con alcune forze progressiste, intellettuali, giornalisti, politici, si trova di colpo con la bocca tappata. Non può rispondere ad accuse non solo enormi. Ma anche rozze, imprecise, confuse, e che hanno lo scopo di confondere e frastornare con una tecnica da giallo ad effetti.
(12)
La verità è che, improvvisamente, gli spazi che si chiudono all'aut.op. organizzata sono gli spazi dello Spettacolo. In scena c'è un'altra rappresentazione, e in questa agli autonomi è riservata la parte di imputati. Si tiravano le somme dell'irrealtà che [esso] aveva creato, con una equazione ancor più irreale: movimento “armato” = lotta clandestina. E questo col pieno disprezzo dei fatti e, per esempio, della lotta dell'aut.op. organizzata contro il sequestro Moro.
(13)
Nello stesso tempo, ai leaders autonomi sotto accusa l'apparato propagandistico del potere concedeva il ruolo, e questo solo ruolo, di colpevoli, di accusati. Nei mesi successivi al loro arresto vennero pubblicate svariate interviste degli arrestati del 7 aprile, concepite invariabilmente in senso, e con un tono, accusatorio. Gli autonomi non potevano più permettersi le sparate che fino a pochi mesi prima gli stessi giornali ospitavano con grandissima generosità.
Eh no, ormai dovevano difendersi, discolparsi, negare tutto attraverso gli stessi giornali che ora li crocifiggevano. Si rivolgeva spietatamente contro di loro l'illusione di poter usare la stampa del capitale.
(14)
Inoltre, attraverso queste interviste, si ri-creavano i personaggi dei leaders autonomi, utilizzandone la amplificata notorietà e lo smarrimento, per trasmettere messaggi di sconfitta a tutto il movimento. Si prenda il caso di Piperno. Questo signore non aveva avuto alcuna influenza nei fatti del '77. Improvvisamente era saltato fuori al tempo del sequestro Moro, quando la stampa aveva dato ampio spazio alle sue proposte di mediazione, assolutamente velleitarie e impotenti, tra lo stato e i rapitori, che erano giunte fino al punto di sollecitare e ottenere incontri diretti con i dirigenti del P.S.I., i più possibilisti di fronte allo scambio di prigionieri proposto dalle BR. Dopo il 7 Aprile, Piperno, latitante, è unanimemente indicato come “leader del movimento”. Questo disgraziato, dalla latitanza lancia una proposta di amnistia per i terroristi, che ottiene un risalto enorme, spropositato rispetto alle sue, inesistenti, possibilità di realizzazione.
La sua proposta suonava così: noi, cioè l'ex gruppo dirigente di pot.op., siamo i soli politici capaci di ricondurre le masse giovanili all'interno della dialettica del potere, siamo i soli interpreti e potenziali controllori del rifiuto giovanile: se ci sbattete in galera la società italiana perderà il suo solo canale di recupero alla politica dei giovani incazzati, i quali entreranno in massa nelle organizzazioni militari.
La stampa non ebbe nemmeno bisogno di "spiegarne" il messaggio : la connotazione riformista di tutto il movimento rispetto alla effetiva radicalilà rivoluzionaria delle organizzazioni clandestine, implicita nelle affermazioni di Piperno, corrispondeva fin troppo bene alle analisi che da mesi tutte le bocche del potere cercavano di imporre.
Allo stato del capitale l'entrata di tutti gli irriducibili nelle organizzazioni clandestine non faceva paura. Quello che nelle intenzioni di Piperno doveva suonare come un avvertimento mafioso terrificante (e qualche magistrato fascista finse di accentarne la provocazione) non era che un altro segnale direzionale per quanti già si stavano lasciando spingere sulla strada del falso antagonismo costituito dai gruppi terroristici.
Sul terreno favorevole di una contrapposizione militare fittizia lo stato affronterà, nel giro di un anno, la tonnara delle organizzazioni armate, coinvolgendovi centinaia di individui e gruppi che non ne facevano parte.
(15)
Nel suo insieme, l'“operazione 7 Aprile” si poneva, e raggiungeva, vari scopi. Lasciamo perdere uno di questi scopi, cioè il regolamento di conti interno al potere tra P.C.I. e D.C., da un lato, e “partito della trattativa”, dall'altro, di cui ancora oggi i leaders autonomi incarcerati parlano per spiegare il “senso” di tutta l'operazione.
Indubbiamente uno di questi scopi era anche quello della repressione diretta e della “disarticolazione” delle lotte: oltre ai leaders spettacolari e ai professori universitari, vengono arrestati il 7 aprile anche un certo numero di militanti e organizzatori, che conducevano lotte quotidiane. In questo senso il 7 Aprile è un attacco diretto e indiscriminato a tutto il movimento, e varrà soprattutto come precedente. Da allora, e molto di più dopo il 21 Dicembre, sempre più spesso “militanti di base”, operai, studenti delle scuole medie, gente che sosteneva e organizzava coerentemente il più svariato tipo di lotte, verranno arrestati con l'accusa di far parte, o addirittura di dirigere, le BR.
(16)
L'operazione 7 Aprile si caratterizza però soprattutto come grande colpo spettacolare contro i capi. I colpevoli di dieci anni di sovversione e terrorismo in Italia, innanzitutto gli arrestati, erano già in gran parte molto noti: di Negri, Scalzone, Piperno, i giornali avevano sempre parlato, etichettandoli sempre come leaders del movimento anche quando non contavano niente. Loro stessi anzi avevano ampiamente parlato attraverso i giornali e più di ogni altro avevano contribuito a formare l'immagine spettacolare dell'autonomia, a falsificare, in ultima analisi, la realtà del movimento italiano, facendosi costantemente interpreti di tutto ciò che esprimeva di nuovo, amplificandone trionfalisticamente le pratiche fino a far loro raggiungere lo stadio di puro spettacolo, ed essere riprodotte sotto forma di imitazione.
Questo fatto, insieme all'enormità delle accuse, sufficiente a nasconderne l'assurdità, garantiva un formidabile effetto spettacolare. Una bomba: nel momento di maggior debolezza del movimento e di maggior forza delle BR, l'azione compatta e orchestrata dei mezzi di informazione “dimostrava” come per sconfiggere il terrorismo bisognasse prima spazzare via la rivoluzione sociale.
(17)
Le figure spettacolari degli imputati del 7 Aprile – ora colpite dalla menzogna – erano il risultato di quanto essi stessi avevano contribuito a creare, con la collaborazione del settori culturali addetti al movimento, e il prodotto della debolezza collettiva, in particolare dell'assenza della teoria rivoluzionaria. Erano ciò che nei due anni precedenti era stato spacciato come rivoluzione dall'Espresso; e molti ci avevano creduto: non è esagerato affermare che in varie occasioni le “scadenze” del movimento erano state decise dalla stampa progressista. Ormai i quotidiani (Lotta Continua, Repubblica) e i settimanali (Espresso e Panorama) del movimento passavano a calunniare direttamente la rivoluzione, calunniandone un'immagine falsa, stereotipa e grottesca. La si calunniava dicendo: i dirigenti del movimento rivoluzionario erano nello stesso tempo, all’insaputa dei loro stessi seguaci, a cui anzi propinavano critiche ad hoc della lotta armata clandestina, i dirigenti delle BR e di PL, che costituivano il vero progetto rivoluzionario. Che sfilza di menzogne! Ma che avevano innanzitutto l'effetto di nascondere che Negri e Piperno non solo non erano i dirigenti delle BR, ma non erano mai stati nemmeno i dirigenti del '77 - '78 .
(18)
Il 21 dicembre 1979 l'azione repressiva dello Stato fa un salto di qualità, e con lei lo fa l'enorme calunnia contro la rivoluzione. Durante la notte vengono effettuate in tutta Italia migliaia di perquisizioni e vengono arrestati una dozzina di "dirigenti" dell'autonomia operaia organizzata, mentre una nuova valanga di ordini di cattura cade sulla testa dei leaders già in carcere. In seguito alle dichiarazioni di un delatore (Fioroni), vengono tutti accusati di aver creato una fantomatica organizzazione militare precedente la nascita delle BR. La più consistente delle accuse specifiche, rivolta in particolare contro il capo dei capi, cioè Negri, è quella di aver organizzato il rapimento e l'omicidio di un suo amico e compagno di partito. Per la prima volta Negri, e con lui il movimento rivoluzionario, è accusato di un fatto concreto, circostanziato, preciso. E che fatto: il tradimento e l'uccisione di un compagno, membro della stessa organizzazione.
L'accusa di fratricidio è utilizzata, evidentemente, per inchiodare Negri. Ma con questa nuova arma l'apparato propagandistico scatenato vuole liquidare un nemico molto più temibile, schiacciarlo sotto il senso di colpa, disperderlo, abbatterlo, distruggerne il morale. Vuole ascoltarne le confessioni, le autoaccuse, le abiure, le penitenze, i rinnegamenti, la disillusione.
(19)
In tutta l'operazione repressiva l’aspetto di guerra psicologica è più importante della repressione immediata. Sarà proprio questo aspetto a rendere possibile in seguito una repressione generalizzata. Col 21 Dicembre si intimidano migliaia di compagni e li si informa che fra di loro c'erano degli assassini, dei traditori e dei fratricidi, dei delatori, dei venduti e dei dementi, e che questa é l'essenza stessa di tutto ciò che loro hanno fatto: violenza bruta, cieca, omicida, appena giustificata da ideologie deliranti.
(20)
Per comprendere attraverso quali canali il capitale trasmettesse direttamente al “cervello collettivo” delle masse giovanili che avevano vissuto il movimento del '77, bisogna ricordare almeno la funzione del quotidiano Lotta Continua. Questo giornale era stato per tutto il '77 il giornale del movimento, perché era l'unico che pubblicava testi e comunicati dell'autonomia, benché in tutte le situazioni in cui i militanti di L.C. erano preponderanti, essi soffocassero il movimento utilizzando, quando potevano, la violenza fisica e le insinuazioni delatorie.
Il quotidiano Lotta Continua, oltre alle rituali campagne anti-repressione "liberali", svolgeva soprattutto una campagna di depressione, demoralizzazione, confusione sistematica, che tendevano evidentemente a creare angoscia e smarrimento. Era facile trovare spunto nelle sanguinose e dementi azioni dei terroristi per gridare contro la violenza, il sangue e la morte, e invocare i sacri valori della tolleranza. della vita e della non-violenza. Da queste basi non era difficile nemmeno spingere l’acceleratore della vita alternativa, della droga, del femminismo, della liberazione individuale, e nello stesso tempo tirare il freno a mano della paura, dell'angoscia, dell'incertezza, della perdita dei punti di riferimento. E poi campagne culturali a ripetizione: dai nuovi filosofi, ai sacri valori della vita, della “creatività” e della fantasia di un movimento che si voleva esclusivamente culturale. Fino a una piccola e ambigua campagna sulla delazione.
Gli stessi arresti del 21 dicembre sono stati preceduti da un anno di discussione su Lotta Continua sul "diritto alla delazione" e sul "diritto a denunciare i compagni assassini". È Lotta Continua, per prima, a sollevare lo scandalo di un suo militante, “assassinato anni prima da compagni dell'Autonomia”, dopo aver attribuito per tre anni l'omicidio ai fascisti. Su questo episodio, riesumato al momento opportuno, si “apre la discussione” sul “diritto alla delazione”.
Dello stesso Fioroni, Lotta Continua si occupa ampiamente molto prima che la sua delazione sia resa nota, investendo tutto il movimento del dibattito sulla figura di questo compagno che “la tragica scelta della violenza ha portato inevitabilmente ad assassinare il suo migliore amico”, e sulla sua crisi psicologica, sul suo pentimento, sulla sua denuncia di quella logica rivoluzionaria che porta inevitabilmente a scannare il proprio fratello.
Nella sua delazione Fioroni chiamerà a correi gli arrestati del 7 Aprile, e ancora una volta L.C. saprà battersi in difesa della crisi di questo disgraziato.
(21)
Ciò che é più lampante è che della rivoluzione, intesa come progetto e pratica, passione e vita, non si può più parlare. Per chi si ostina ci sono l'Antiterrorismo e la Digos, ma soprattutto c'è la dimenticanza che colpisce chi si ostina a ignorare le mode. I rivoluzionari hanno perso tutti i palcoscenici, tutti gli schermi per loro si sono oscurati, lo spettacolo si volge altrove. I giovani, cinici e disillusi, non hanno più tempo per le ideologie e nemmeno per i sogni.
Una delle più gravi mancanze del movimento del '77 è stata quella di non aver avuto un momento di riflessione e neppure delle prospettive precise su quello che stava accadendo.
Lo scoppio della radicalità in quelle città che erano sfuggite al controllo serrato del capitale è stato improvviso e anonimo; ma soprattutto la ricchezza dell'azione è rimasta imbrigliata a un emotivismo politico slegato da una memoria teorica di classe.
La critica che il movimento ha portato al vecchio e nuovo revisionismo, uno figlio dell'altro, a Roma non si è ricollegata alla formulazione teorica di lotta all'opportunismo, a quella forte tradizione di classe che ha sempre caratterizzato i movimenti radicali del passato: necessità primaria per individuare il nemico che si annida e scava all’interno dell'aggregazione di classe per inficiare e frenare gli sbocchi rivoluzionari.
Questa mancanza non ha impedito, dove ci fu effettivamente un movimento autonomo dalle ideologie (per esempio nei primi mesi del '77 a Roma), all'autonomia operaia di divenire espressione del movimento stesso, identificandosi sia con la radicalità diffusa sia con la mancanza di prospettive generali. Dove invece il movimento non è riuscito ad esprimersi (nel Nord), l'autonomia operaia è rimasta imbrigliata nella logica della banda-racket, che l'ha portata a tentare ambigui rapporti con gruppi politici che erano l'espressione diretta della repressione; così, essendo rimasto il movimento intrappolato tra miti armati e femministi, giovanilisti e culturali, l'autonomia operaia riprodusse, accentuandoli, tutti questi limiti; e mentre il movimento restava sempre asfittico e privo di sbocchi sociali, minoritario, attaccato dai riformisti, semi-clandestino, tutte le ideologie ne venivano pompate e amplificate allo scopo di riprodurre le vacillanti organizzazioni.
Non è un caso che dopo lo slancio iniziale caratterizzato dallo scoppio di rabbia sviluppatosi a livelli avanzatissimi, dove l'esigenza e il bisogno di vita si identificavano con la lotta e la passione per la stessa, la qualità dei rapporti umani si abbozzava sull'antico orgoglio umano per la comunità, stravolgendo il grigiore e la ripetitività di molti aspetti della quotidianità, anche nelle sue forme moderniste. In questa prima fase di successi del movimento (tempi che Lama e scagnozzi della sua risma si ricorderanno per lungo tempo), la repressione è stata minima rispetto alle risorse di annientamento che il potere ha insite nel suo [apparato] di difesa; questo, forse, perchè la radicalizzazione dello scontro non si è estesa alle grandi concentrazioni industriali del Nord ed è stata limitata ad alcune città. Il potere ha usato limitatamente la repressione armata, eccetto che a Bologna, dove gli stalinisti al potere hanno usato (come insegna l'URSS, unica loro tradizione) i carri armati per sedare i disordini che stavano sfuggendo al controllo. Il moloch capitale si è mosso su quelle debolezze che il movimento, anche nel periodo di maggior splendore, aveva in sè: si capisce così l’enorme successo dell'eroina, nuova arma di abbrutimento sociale usata dal capitale per comprimere i conflitti sociali; tattica non nuova per il capitale, che ha sperimentato in periodi storici recenti l'uso dell'alcool per l'annientamento di un intero popolo in America del Nord, e dell'oppio, in periodi storici passati e presenti, in Oriente, per rincoglionire quel potenziale proletariato nullatenente; cambiano i veleni ma gli intenti sono gli stessi.
[...]
Assieme all'eroina ci sono altre forme di gestione mercificata della vita ad uso e consumo dell'ideologia spettacolare della sopravvivenza; la moneta di scambio del capitale è la distruzione della passione e delle tensioni reali. Il capitale non vuole distruggere l'uomo nella sua accezione di forza-lavoro, che è la [base] della sua esistenza, ma vuole annientare quelle caratteristiche di umanità della specie che ancora lo legano all'ambiente, che fanno sì che i rapporti fra gli uomini non siano ancora dominati completamente dallo spettacolo.
Il capitale, di fronte allo scoppio insurrezionale in quelle zone a forte concentrazione industriale, è bloccato all'uso della repressione omicida e attende il movimento sul piano della critica della vita quotidiana, ancora separata dall'esplosione comunitaria della radicalità. Una delle debolezze del movimento del '77 è stata quella di [porsi] ancora politicamente nello scontro col potere, senza riuscire a realizzare quel connubio, ormai imprescindibile per una futura rivoluzione, fra lotta per la vita e pratica della vita. Non ci si può proporre come soggetti separati ([questa è stata, tra l'altro,] una delle cause delle sconfitte dei movimenti rivoluzionari del passato), l'affrancamento dalla società del capitale deve essere totale. La rivoluzione non si [costruisce] sui modelli passati, ma sulla lezione delle sconfitte delle rivoluzioni precedenti. «Gli uomini sfogano sui morti la loro disperazione di non ricordarsi nemmeno di se stessi.» (Adorno - Horkheimer).
(22)
Non bisogna sottovalutare la repressione diretta: dire che in Italia della rivoluzione non si può più parlare, significa che chi ne parla viene schiaffato in galera, con o senza pretesti validi. Ma soprattutto sono cambiati radicalmente i metodi dello spettacolo.
Schematizzando: fino al '77 il potere cerca di recuperare la spinta rivoluzionaria, creandone una immagine spettacolare, diffondendola e cercando di inchiodavi il movimento reale. Fino a tutto il '77, permette una certa libertà di movimento e arriva a pubblicare le posizioni che più gli fanno comodo su tutti i giornali, dando risalto in particolare alla contrapposizione fittizia tra un movimento controculturale e un movimento armato. Non riesce a intervenire contro la lotta armata, e comunque non ci prova nemmeno con tutte le forze di cui dispone; attende, cerca di depistarla.
Permette che si sviluppino sporporzionatamente l'ideologia e la pratica dei gruppi armati. A partire dal '78, bruscamente chiude. Non informa più, si limita a calunniare i rivoluzionari, tutti grossolanamente identificati come terroristi, autonomi, teppisti.
Passa a trasmettere tutt'altri schemi, tutt’altri modelli, tutt'altre ideologie. II potere fa passare direttamente i propri messaggi: diffonde l'ideologia del riflusso, modella la vita direttamente su schemi idioti, crea lo stile della nostalgia, del revival, della spensieratezza idiota, in realtà grintosa e cinica. Nell'estate del '79 viene lanciata clamorosamente una campagna di stampa nazionale sull'eroina. Vengono proposti i nuovi consumi di massa a quelli che si vogliono orfani di politici e terroristi.
(23)
Nel 1980 lo spettacolo del terrorismo risorge per il suo "gran finale". In sostanza, però, il potere è riuscito ad avere una influenza più decisiva e diretta sulla situazione italiana attraverso campagne culturali di largo respiro, sostenute da una crescente repressione, e nelle quali le due operazioni del 7 Aprile e del 21 Dicembre, oltre ad avere un evidente scopo terroristico, sono servite soprattutto come fonti per la propaganda. La guerra psicologica si è effettivamente sviluppata in Italia, ma non certo nei termini denunciati dalle Brigate Rosse, che uccidendo giornalisti sono diventate protagoniste spettacolari proprio dell'offensiva psicologica del potere. In realtà anche il movimento del '77 ha commesso gli stessi errori. Queste debolezze del movimento sono ora pagate duramente da molti.
(24)
D'altra parte, questa non è tutta la verità. Il potere esperimenta in Italia l'impossibilità di riassorbire una gran parte dei giovani. In Italia nessuna fabbrica vuole più assumere giovani operai, che si rivelano immediatamente tenaci sabotatori e distruttori della produzione, incapaci ad adattarsi a ritmi e orari, assenteisti incalliti e fantasiosi. Le elezioni politiche, e l'anno dopo quelle amministrative, sono state uno shock per i politici italiani, con le più alte percentuali di astensionismo, altissime tra i giovani e nelle concentrazioni operaie.
Una massa dispersa ma coriacea di operai giovani e di disoccupati mantiene ferma una feroce estraneità ai poteri costituiti. Li guarda con faccia anonima, ma minacciosa.

III- 1980

(25)
Il 21 dicembre non segna affatto la punta massima della repressione, è solo il collaudo della strategia della disarticolazione e dell'annientamento dei residui organizzati del movimento rivoluzionario.
I primi sei mesi del 1980 hanno visto un crescendo della repressione e della campagna di svilimento e demoralizzazione, che si sono concretizzati nella cifra di 600 arrestati. Il via è stato dato da Peci, capo-colonna del Piemonte e membro della direzione strategica della BR che, una volta arrestato, confessa, si “pente”, fa smantellare tutta la struttura organizzativa di Torino, spedisce in carcere un centinaio di militanti. Ma questo Peci è davvero un cinico che, una volta arrestato, fa i suoi calcoli, e decide che la sua libertà vale più di quella dei suoi compagni di lotta? Questo è quello che vorrebbe far credere la polizia politica, per dimostrare che i nemici della democrazia sono senza ideali, sconfitti, demoralizzati, e preferiscono scendere a patti col potere: infatti da questo momento scoppia il fenomeno della delazione e del pentimento: in ogni gruppo clandestino vi sono due o tre delatori che, confessando, fanno arrestare 30 o 40 persone alla volta. Questa “verità ufficiale” è utile anche per nascondere il fatto che Peci collaborava già prima coi carabinieri, che, in altre parole, era un infiltrato ai livelli più alti delle BR: gli apparati repressivi conoscevano in anticipo le imprese clandestine e lasciavano fare perché erano politicamente loro favorevoli.
Nel dicembre 1979, quando era in discussione una legge che aumentava a dismisura i poteri della polizia (perquisizioni senza mandato della magistratura, fermo di 72 ore e interrogatorio della polizia, mentre prima era competenza esclusiva dei giudici, carcerazione preventiva senza processo fino a 12 anni nei casi di terrorismo, armamento pesante della polizia), i gruppi terroristi clandestini ammazzarono una serie di persone di importanza relativa; sembrava proprio che sollecitassero l'approvazione di questa legge infame, seguendo la logica schizoide per cui, costringendo lo Stato a divenire repressivo e fascista, il “popolo” si sarebbe sollevato per unirsi alle uniche strutture organizzate che avrebbero retto al ciclone repressivo: quelle clandestine.
Non si è verificato nulla di tutto questo, e i gruppi clandestini che originariamente avrebbero dovuto colpire “al cuore” lo Stato e disarticolarlo, sono attaccati duramente e potranno sopravvivere solo come fenomeno controllato che giustifichi il mantenimento del mastodontico apparato repressivo che in questi anni è stato montato in Italia.
(26)
Con la delazione di Peci non solo – per la prima volta – viene colpita la direzione strategica delle BR con l'assassinio di due dei suoi componenti a Genova, ma ha inizio un attacco frontale contro il movimento rivoluzionario. Vengono arrestati come terroristi operai, impiegati, delegati di reparto, tecnici, infermieri. Cioè i soggetti attivi dei restanti comitati di base o collettivi autonomi, che sono sempre stati i reali obiettivi della repressione.
Costoro sono tutti aderenti alle organizzazioni militari clandestine? (Questa e la tesi dei sostenitori della lotta armata per dimostrare che essi soli rappresentano l’unica forza di opposizione rivoluzionaria). Certamente no, quei pochi che lo erano, l'hanno pubblicamente dichiarato nei processi. L'autonomia da ogni potere costituito, questo è il vero nemico che lo Stato e le forze che lo sostanziano – partiti e sindacati – debbono assolutamente debellare in Italia.
I gruppi clandestini, invece, ormai completamente abbagliati dallo spettacolo, scambiando causa per effetto, hanno finito per credere davvero che l’intensificarsi della lotta di classe si misura dal numero delle pagine che quotidianamente sono loro dedicale dai giornali, o che il ferimento o l'uccisione di un caporeparto è più eversivo di uno sciopero selvaggio o di un sabotaggio della produzione.
(27)
Tutto ciò è paradossale, soprattutto quando si pensi alla molteplicità e radicalità della prassi del movimento che ha conosciuto il suo apice nel '77: lotte antilavorative, assenteismo, autoriduzione dei ritmi o sabotaggi nella produzione, campagne di autoriduzione delle tariffe telefoniche e elettriche (accompagnate da sabotaggi), manifestazioni di massa armate e illegali, occupazione di case, sviluppo delle comunicazioni con le radio libere o sabotaggio dei media ufficiali con la riproduzione di falsi giornali o libri che diffondevano la pratica rivoluzionaria, lotte nei licei per la promozione garantita.
Un movimento di questa portata non ha saputo riconoscere sin dal suo inizio che la logica di qualsiasi apparato che si costituisce al suo esterno, separato da sè, è profondamente antitetica e nemica dello sviluppo di un processo rivoluzionario di base; anzi aveva addirittura creduto alla possibilità di coesistenza di un movimento rivoluzionario antiriformista, antigerarchico, illegale e di massa con una minoranza specializzata in arti marziali e con un progetto non dissimile da quello del P.C.I. negli anni '50, ossia prima della "destalinizzazione".
Qualsiasi apparato che si costituisce al di fuori del divenire di un movimento, è profondamente controrivoluzionario, perchè è legato alla logica elitaria, avanguardistica, specialistica del leninismo moderno, che può esistere soltanto coltivando l'illusione di dirigere il proletariato con la spettacolarità delle azioni. Oggi, questo va detto chiaramente e semplicemente, senza alcuna remora, allo stesso tempo in cui manifestiamo tutto il nostro disprezzo per i delatori e i "pentiti".
(28)
Lo Stato e i partiti hanno impiegato tre anni per smantellare il movimento del '77. Questo non lascia come eredità nessun apparato istituzionale, come fu per il movimento del '68 da cui si ereditarono i gruppuscoli (sottoprodotto del riformismo) che costituirono un impedimento e un ostacolo alla radicalizzazione del le lotte per molti anni.
(29)
Ancora, dove questo movimento ha sbagliato, è stato nella comprensione e nella valutazione della funzione e della forza del riformismo, che non è affatto berlinguerismo (come si gridava a Bologna), ma democratismo coi potenti e stalinismo con gli oppositori. L'essenza stalinista del P.C.I. è stata denunciata solo quando questo aveva cominciato a reprimere, quando preparava i dossiers sui rivoluzionari, quando indicava alla polizia quali compagni arrestare, quando scacciava dalle fabbriche gli operai autonomi che non si sottomettevano ai sindacati, quando faceva arrestare dai suoi giudici gli appartenenti all’autonomia organizzata, quando ha tentato di introdurre il lavoro volontario al sabato etc.
(30)
Con la strage di Bologna è il terrorismo di Stato che senza ambagi fa la sua ricomparsa. E riappare in tutto il suo cinismo: novanta morti, uomini donne e bambini, poveracci, vengono mandati al cimitero per terrorizzare, perché ormai chiunque può morire. Concetto molto concreto, molto palpabile, che sarà ribadito con l'uccisione di un tipografo stranamente scambiato per un giornalista. La paura tra gli intellettuali, la morte tra gli operai . La ferocia della bomba di Bologna fa subito pensare alla guerra, perché la guerra civile larvata che si combatte in Italia ha bisogno di un numero sempre maggiore di morti. La gente si assuefa alla violenza. La gravità della crisi, ormai pressante in tutti i settori, spiega a posteriori le ragioni di una tale ferocia. L'aver attribuito la paternità dell'attentato ai NAR, gruppi di estrema destra, segue la stessa logica dell’aver attribuito la paternità della bomba di piazza Fontana agli anarchici. Strage di stato quella, strage di stato questa. La campagna di stampa orchestrata dallo zoppo direttore del Giornale, culminata nella richiesta giudiziaria di ergastolo per Valpreda, serve a precisare uno degli scopi della politica statale: non c'è che un terrorismo ed è quello delle organizzazioni estremiste, comunque colorate.
(31)
Le accuse della destra (Almirante e Rauti) al governo in quanto organizzatore della strage di Bologna, sono confermate dai pasticci crescenti che il governo e i servizi segreti hanno combinato per depistare quello che il senso comune sapeva su qualcosa che era un po' troppo la ripetizione di vecchi copioni adattati agli anni '80. La meno convincente delle spiegazioni formulate dalla destra riguarda il peso che questa stessa destra si attribuisce nel paese. Nonostante le vittorie elettorali della Thatcher o di Reagan e le convulsioni dei nostalgici franchisti in Spagna, il tentativo di screditare l'MSI è solo marginale rispetto al compito reale che si prefiggeva il massacro: terrorizzare la popolazione qui ed ora; marcare a ferro e fuoco la situazione italiana i cui bagliori risplendono già in paesi lontani. Il 2 agosto la bomba di Bologna, seguita da quelle in Germania e in Cina (quest'ultima preceduta da un gran sfarzo televisivo su quella italiana) segnano l'inizio di uno stato di tensione e di allarmismo, dove il capitale garante dell'ordine può colpire chiunque (nel caso specifico italiano, il 2 agosto diventa il 21 dicembre dei neofascisti); fatto nuovo è il metodo identico in tutti e tre i casi: in concomitanza con l'Italia e la Germania, la Cina, perfettamente allineatasi a questo capolavoro della rozzezza di intenti.
(32)
L'autonomia proletaria nelle fabbriche è schiacciata sotto il tallone di ferro degli stalinisti che, come una moderna CEKA, costituiscono de facto una polizia operaia: l'autonomia è costretta a limitare le forme politiche con cui si manifestava (volantinaggi, contro-informazione, assemblee, scioperi anti-sindacali etc. ), deve diventare più sotterranea, anonima.
Il problema della rivoluzione è sempre presente nella società italiana, perché nessuna contro-rivoluzione culturale (nouveau philosophes, orientalismo. misticismo, droghe etc. ) può cancellare la consapevolezza dell'acquisizione avvenuta dei principi di base di una lotta anticapitalista moderna; perché nessun problema è stato risolto dal capitale italiano.
La spaccatura netta esistente tra la massa dei giovani rifiutati dal mercato del lavoro e ghettizzati nelle economie della sussistenza e del lavoro nero o dei piccoli commerci, e coloro che accettano uno dei ruoli che la società capitalistica offre, si è oggi aggravata. L'andamento positivo della produzione è il prodotto della militarizzazione del territorio settentrionale e del terrore statale scatenato nelle metropoli, ma non può reggere a lungo. Perché i nostri nemici non possono offrire nulla che possa cambiare positivamente la vita dei proletari, all'infuori di cultura e spettacoli, modelli e ideologia.
(33)
L'atto volontaristico di coloro che a furia di stare attenti alle condizioni oggettive non sapevano più dov'erano, è stata la dimostrazione – tragica per coloro che ci hanno creduto, ma questa volta sì oggettiva – che le condizioni storiche sono cambiate. Oggi è evidente che la rivoluzione di cui parliamo non vuole nessuna presa del potere politico, ma solo la liberazione dal denaro, dallo Stato; e per quanto riguarda le costrizioni morali, non dimentichiamo – dato essenziale – che la specie umana segue le scansioni logiche della biologia, luogo di sviluppo in cui l’unico riferimento accertato è l'istinto di sopravvivenza.

[Tratto da Proletari se voi sapeste , Insurrezione, Varani, 1980]

24 luglio 2009

Miseria dell’antimperialismo



La nazionalità dell’operaio non è serba, albanese o greca;
essa è il lavoro,  la libera schiavitù, il mercanteggiamento di sé.
Il suo governo non è serbo, albanese o greco; esso è il capitale.
L’aria della patria non è per lui quella serba, albanese o greca;
ma è l’atmosfera irrespirabile dell’officina sociale.
(Karl Marx)

Imperialismo e capitalismo non sono in alcun modo distinguibili. È a partire da questo dato che ci schieriamo contro tutti gli imperialismi: non solo quello targato USA, ma anche quello europeo, russo, cinese, iraniano, indiano, ugandese etc. Ogni stato capitalista è, per sua stessa natura, imperialista; in quale misura esso riesca a mettere in atto questa vocazione, dipende soltanto dalla posizione che occupa nel mercato mondiale e dalla potenza militare che può dispiegare. Non esiste né può esistere un capitalismo pacifico o “umanitario”, e neppure si tratta di una questione di buona volontà, giacché l’alternanza guerra/pace è strettamente funzione dell’accumulazione del capitale e della sua dinamica inerziale.

La presente organizzazione sociale, per conservarsi, deve produrre miseria, distruzione e morte. Si mettano il  cuore in pace le anime belle che esultarono dopo l’elezione alla presidenza degli States del progressista Obama (il quale, per altro, ha già dato un saggio di ciò che andiamo sostenendo con l’invio di un ulteriore contingente di 30.000 soldati nel deserto afghano): a dispetto di tutti gli orpelli mediatici, quello che si estende davanti all’umanità è un orizzonte quanto mai cupo. D’altra parte, il gattopardismo del capitale, lo spettacolo stantio dei falsi antagonismi che esso mette in scena affinché nulla di ciò che è essenziale venga rimesso in questione, ormai mostra la corda. Solo pochi ingenui, per lo più militanti sinistrorsi obnubilati da anni di cretinismo parlamentare inoculato in dosi massicce, continuano a credere alla menzogna elettorale e a entusiasmarsi per un banale cambio di governo. Nondimeno, negli altri, i disincantati, prevale lo scoramento, l’impotenza, il cinismo, l’individualismo.

La guerra non è che la manifestazione estrema del dominio totalitario dell’Economia, di un sistema di sfruttamento alla cui base è la negazione della vita. Quest’ultima prende forma nelle bombe esportatrici di democrazia come nella morte somministrata a piccole dosi – anche e soprattutto nei paradisi mercantili d’occidente – di una vita senza senso, fatta di isolamento, alienazione, noia: morte relazionale e affettiva.

Ci schieriamo quindi contro tutti i nazionalismi, gli eserciti, le guerre di “liberazione nazionale”, le patrie piccole e grandi, le identità etniche e religiose; insomma, contro tutti gli Stati, presenti, passati e futuri, democratici, dittatoriali e persino “operai”. Consapevoli che è, questo, soltanto un degli aspetti di una totalità sociale che deve essere distrutta dalle fondamenta.

Tutto ciò non può non implicare una radicale inimicizia nei confronti dell’ideologia “antimperialista”; ideologia reazionaria che, mentre con una mano brucia la bandiera statunitense e israeliana, con l'altra innalza i vessilli delle borghesie palestinese, basca o irachena – e, sotto sotto,  quello dell’imperialismo europeo... E finge di dimenticare che a ogni conflitto militare si accompagna, sul fronte interno, la guerra contro i proletari, l’attacco alle loro condizioni di esistenza, in Palestina come in Israele, a Los Angeles come a Baghdad.

Laddove la crisi strutturale che attanaglia il capitalismo mondiale da oltre un trentennio inizia a manifestarsi in tutta la sua virulenza, apparecchiando nuovi e inquietanti scenari di guerra, è di fondamentale importanza ribadire con forza e coerenza la posizione internazionalista che da sempre è patrimonio delle minoranze radicali. Così come è necessario affermare che i futuri movimenti sociali, che si auspica si svilupperanno in opposizione alle sempre più numerose e sanguinose guerre del capitale, dovranno essere in primo luogo capaci di sabotare materialmente il dispositivo bellico all’interno dei rispettivi “territori”, pena l’essere relegati, ancora una volta, in un ruolo di impotente e spettacolare testimonianza. Si tratta, in certo modo, di riallacciarsi alle lotte antimilitariste delle generazioni proletarie passate, le cui forme certamente richiedono di essere aggiornate, ma che ebbero il pregio di andare sempre ben oltre, quanto a determinazione ed efficacia, le sfilate belanti dei pacifisti d’ogni risma.

Negli anni tra le due guerre mondiali, le socialdemocrazie occidentali, di concerto con i gestori del capitale di stato sovietico e le loro appendici – i partiti sedicenti comunisti – riuscirono a fare pressoché tabula rasa della tradizione internazionalista del proletariato. Anche l’anarchismo “ufficiale”, già a partire dal 1914, con l’adesione di alcuni suoi esponenti alla causa dell’Intesa, e soprattutto negli anni Trenta, con la partecipazione di fatto ai fronti antifascisti, diede il proprio nefasto contributo. A partire dagli anni Cinquanta, il pacifismo e l’antimperialismo nostrani furono poco più di una cortina fumogena dietro la quale si celava la politica estera filosovietica del Pci (che, d’altronde, faceva il paio con la totale subordinazione, sul piano interno, agli interessi del capitale nazionale): “imperialismo” era sempre e soltanto quello americano!

Il gauchisme degli anni Settanta e i suoi degni eredi (ancora, ahinoi!, in circolazione) si sono collocati – non c’era da dubitarne – nello stesso solco. Così, ogni qual volta due opposte frazioni del capitale mondiale entrano in conflitto, questi “attivisti”, sempre in cerca di una causa per cui militare, si sentono in dovere di schierarsi come bravi soldatini con l’uno o con l’altro campo, sia in nome dell’antifascismo, dell’antiamericanismo o dell’autodeterminazione dei popoli. “Viva l’eroica Resistenza del popolo iracheno!”. “Viva la Libertà del popolo palestinese!”. “Abbasso il tiranno imperialista americano!”. E giù con gli slogan truculenti e le bandiere nazionali! (A proposito del concetto di “popolo”, vero e proprio pilastro dell’ideologia nazional-borghese, vale la pena ricordare che già 150 anni fa il vecchio Marx, polemizzando con Bakunin, lo aveva definito testualmente un’“asineria”!). Questo tipo di atteggiamento, e l’ideologia che lo sostiene, devono essere criticati senza tregua e senza compromessi.

Quanto a noi, siamo convinti che soltanto il ritorno dei proletari alla loro vocazione internazionalista e a un coerente disfattismo rivoluzionario, potrà fermare i massacri che in misura crescente insanguineranno il pianeta. E porre ancora una volta l’alternativa secca: guerra o rivoluzione sociale, distruzione della specie o comunità umana.

* * *

[Quella che segue è una discussione che ha avuto luogo su Indymedia, a seguito della pubblicazione di Miseria dell'antimperialismo] 

Toh! Un altro castellano...

Toh! Un altro castellano che parla dalla torre d'avorio dei massimi sistemi.
Facile applicare i massimi sistemi alla realtà sociale. Permette di rimanere sempre sul generale.
Facile rimanere puri quando si vive sulla torre d'avorio, lontani mille miglia dalle contraddizioni sociali.
Facile dire: il proletariato non ha nazione, e pensare che questo possa cancellare centinaia di anni di differenze culturali, etniche, religiose.
Sono perfettamente d'accordo che l'unica differenza tra gli Stati del mondo è solo nella grandezza dei loro denti e che nelle lotte antimilitariste a senso unico si nasconde lo schierarsi con questo o quell'altro imperialismo.
E questo è succeasso in passato, vedi manifestazioni antiUSA durante la guerra del Vietnam, che nascondevano il gioco dell'imperialismo europeo e di quello russo, e succede tuttora quando ad esempio degli italiani bruciano la bandiera statunitense, quando prima di tutto dovrebbero bruciare quella italiana.
Ma vaglielo a dire ai proletari, ai contadini, ai pastori palestinesi o curdi. Schiacciati dalla morsa di Stati non riconducibili alla propria etnia e/o nazionalità. Prova a dirgli "il proletariato non ha nazione". Come potrebbero fare i conti con le loro borghesia nazionali se prima di tutto vengono sfruttati, derubati, uccisi dallo Stato e dalle borghesia di altre nazioni, immensamente più forti delle loro borghesie nazionali?
Sono d'accordo col principio generale: "gli sfruttati non hanno nazione" ma penso allo stesso tempo che palestinesi e curdi hanno tutto il diritto di bruciare le bandiere israeliane e turche. Loro si che ce l'hanno! perchè se prima non si liberano da questi oppressori come potranno rivolgere la loro attenzione contro i borghesi loro connazionali?
In quanto alla polemica tra Marx e Bakunin è trattata in maniera molto superficiale.
Bakunin parla di "popolo" perchè per gli anarchici e in genere per i comunisti antiatoritari, non è solo la classe operaia la classe sociale a subire le contraddizioni del capitalismo.
Ma la cosa più triste e squallida di questo articolo è come viene liquidata l'esperienza anarchica e comunista libertaria della Spagna del 1936. Una rivoluzione sociale della classe operaia, dei contadini e di tutti gli sfruttati viene ridotta ad un semplice fenomeno di "frontismo" antifascista.
Scendi dalla torre, smetti di pontificare, vieni a sporcarti le mani in questo mare di merda che è la società del dominio dello Stato e del Capitale.

Concordo totalmente con l'autore dell'articolo
Inserito da solidarity (non verificato) il Sab, 25/07/2009 - 16:07

Concordo totalmente con l'autore dell'articolo....
il fatto che i lavoratori (di qualunque paese, non solo palestinesi o curdi) non comprendano immediatamente che "il proletariato non ha nazione" è perfettamente normale... è l'ideologia dominante che li divide e li mette l'uno contro l'altro. Accade anche tra lavoratori italiani e gli stranieri che "rubano il lavoro".
Ma un rivoluzionario dovrebbe cercare di diffondere le proprie idee, non di adeguarle a quelle dell'ideologia dominante "per comodità".
Il palestinese che si fa esplodere su un pulman uccidendo lavoratori israeliani, non ha meno colpe del soldato israeliano che spara sui palestinesi. Entrambi lottano per i rispettivi stati, e per entrambi i rispettivi stati forniscono motivi ragionevoli per fare ciò che fanno. Decidere di parteggiare per l'uno o per l'altro (di solito per il più debole) in questa lotta, senza sottolineare la sua natura borghese e senza spingere perchè si trasformi in qualcos'altro, è una mossa reazionaria.
Se per ipotesi arrivasse davvero il giorno in cui rapporti di forza si invertono... saremo qui a bruciare le bandiere palestinesi e a difendere i poveri, deboli, israeliani?
Per quanto riguarda la Spagna, l'unico gruppo davvero rivoluzionario a mio parere è stato quello dei "los amigos de Durruti", frazione anarchica che si è staccata dalla CNT dopo la sua vergognosa alleanza con il fronte borghese.
Non sono quindi i marxisti, in questo caso, ad essere stati dalla parte giusta... ma nemmeno la maggioranza degli anarchici.

No, solidarity...
Inserito da zatarra - Sab, 25/07/2009 - 19:25

No solidarity, qui non si sta parlando di ideologia dominante ma di condizioni materiali reali degli strati più poveri di una popolazione i quali si trovano sottoposti ad un doppio dominio politico-economico, di cui quello "straniero" è molto più potente. In queste condizioni liberarsi dal dominio "straniero" è una tappa fondamentale senza la quale gli sfruttati non potranno prendere coscienza. Quella coscienza di classe che si acquisisce quando si è di fronte prevalentemente alla borghesia del proprio paese.
Non si tratta di "adeguarsi" alla ideologia dominante, si tratta di avere la capacità di adeguarsi alle particolari condizioni materiali e sociali di un certo periodo storico in un determinato territorio.
Ragionare ai massimi sistemi sensa senza considerare le peculiarità di una certa situazione storico-geografica è sterile e non fa fare nessun passo avanti.
Inoltre le differenze culturali tra popoli di arre geografiche diverse non esistono perchè generate dall'ideologia dominante ma nascono da diverse condizioni fisico-geografiche in cui nasce e si costituisce una certa comunità. Semmai l'ideologia dominante, oggi rappresentata dal Capitale, sfrutta queste differenze reali per dividere gli sfruttati. Mentre buona parte dei marxisti non ricoscendo queste differenze come facenti parte della differente storia delle varie comunità umane, ma pensando che siano generate solo dall'ideologia dominante, su questo terreno sono culturalmente perdenti nei confronti proprio dell'ideologia borghese.
Non si può applicare una teoria che tratta dei massimi sistemi alle realtà particolari senza cadere nel solo proclama di sterili slogan, perchè in queste condizioni c'è l'incapacità di fondo ad analizzare la realtà. La teoria marxista, se calata dall'alto come un insieme di proclami immutati dalla sua nascita, rischia di essere perdente nei confronti di molte ideologie borghesi, magari più spicciole e meno raffinate scientificamente, ma molto più vicine alle realtà dei territori.
In Spagna Los Amigos de Durruti non fu il solo gruppo anarchico ad opporsi alle scelte di una parte della CNT. Molte colonne armate scelsero di stare dalla parte degli oppositori. Così come gli anarchici ebbero al loro fianco i marxisti del POUM (per altro anche loro sterminati dgli stalinisti). Con questo non voglio nascondere gli errori fatti da una parte della CNT, ma non furono la maggioranza. La rivoluzione sociale spagnola fu sconfitta comunque non tanto per gli errori fatti, anche se ebbero la loro importanza, ma per la repressione scientificamente condotta dai franchisti, dai fascisti, dagli stalinisti e dalle allora democrazie borghesi europee.

È vero...

E' vero che tra diversi popoli possono esistere differenze culturali importanti, ma, come dici anche tu, queste differenze diventano contrapposizione violenta solo nella misura in cui vengono strumentalizzate dalle rispettive classi dominanti... se un gruppo rivoluzionario asseconda queste ideologie anzichè combatterle, di fatto diventa strumento (più o meno consapevole) di una delle fazioni in lotta.
Essere internazionalisti non significa essere fuori dalla realtà, anzi, significa avere la possibilità di comprenderla rinunciando ad usare le lenti dell'ideologia dominante, criticandola e mostrando come la contrapposizione tra 2 popoli NON è nell'interesse dei lavoratori ma dei loro "padroni". Il lavoro che secondo me andrebbe fatto è quello di mostrare come gli interessi dei lavoratori di tutti i paesi siano i medesimi, e siano inconciliabili con quelli delle classi dominanti che li mandano al macello per i loro profitti.
E' vero che un palestinese vede come nemico immediato l'israeliano che lo bombarda... ed è comprensibile che provi odio verso israele.
Stesso discorso vale per l'israeliano che teme di salire su un autobus.
Ma quali sono i motivi profondi di questa contrapposizione? Ci si bombarda perchè si appartiene a religioni diverse, oppure perchè si è pedine sulla scacchiera dell'imperialismo?
Compito degli sfruttati è quello di liberarsi del dominio, che sia "nazionale" o "straniero" fa differenza solo dal punto di vista, appunto, delle classi dominanti nazionali o straniere.
Che poi lo straniero sia più "cattivo", è solo una questione di rapporti di forza... il dominio straniero va combattuto non nell'interesse di quello nazionale, ma nell'interesse internazionale di tutti i popoli coinvolti: il nemico non è un paese ma una classe, e questa può sventolare qualunque bandiera.
Se questo sembra un discorso da "massimi sistemi", è solo perchè è molto distante da ciò che il potere ci comunica ogni giorno in tutti i modi... ma in realtà ci fa comprendere la realtà molto meglio delle varie ideologie, talvolta ridicole, che giustificano le guerre.
Per quanto riguarda la spagna, la rivoluzione è stata sconfitta nel momento in cui la CNT e il POUM hanno deciso proprio di affiancare frazione di borghesia democratica contro quella fascista, trasformando una guerra di classe in una guerra tra fazioni borghesi... entrambe impegnate nel soffocare la rivoluzione in tutti i modi.
Il discorso "prima si sconfigge il fascismo, poi si fa la rivoluzione" è conseguenza del non capire che la necessità dell'avvento del fascismo è stata una conseguenza proprio della guerra di classe che già incendiava la spagna. Il fronte repubblicano non è altro che un alternativa di sinistra nella gestione conflitto di classe, che andava spento in qualche modo, ad ogni costo.
La scelta è solo sul modo di reprimere la rivoluzione... e se si è visto nei fatti come il fronte repubblicano non sia stato meno spietato dei fascisti nel svolgere questo compito.
Se quella rivoluzione ci ha insegnato qualcosa, è che allearsi con i propri nemici porta inevitabilmente alla disfatta.
Tanto più se è proprio la borghesia a chiederci di unirci a lei per combattere un "nemico più grande".... che sia Franco o Israele.
Sono consapevole che oggi l'opzione internazionalista sia molto improbabile... ma secondo me è l'unica scelta possibile, se si vuole restare dalla parte giusta della barricata.

In parte sono d'accordo...

In parte sono d'accordo.
L'elemento che unisce tutti i diseredati della Terra è nella loro comune condizione di essere sfruttati economicamente o di essere emarginati dal sistema. E questo è quello su cui si dovrebbe fare leva per far in modo che l'opposizione, al Capitale a agli Stati di tutti i tipi e grandezze, divenga il più possibile generalizzata.
E' l'applicazione della teoria alla pratica che propone l'articolo che non condivido. Il comune riconoscimento della condizione di essere sfruttati a mio parere deve allo stesso tempo comprendere il reciproco riconoscimento e rispetto di culture differenti tra le diverse comunità territoriali di sfruttati.
Per quanto uniti dalla stessa condizione economica un lavoratore norvegese e uno siriano hanno ben poco da spartire dal punto di vista culturale. E questo nell'applicazione dei principi teorici alla pratica di tutti i giorni va considerato, altrimenti si rischia di rimanere lontani dai lavoratori stessi.
Anche perchè queste differenze non le ha inventate il Capitale e però l'espressione politica del Capitale queste differenze le mette bene a frutto per il suo scopo di controllo. E se noi rimaniamo su principi teorici generali siamo perdenti.
Per quanto riguarda la Palestina, non si possono mettere sullo stesso piano un israeliano ed un palestinese. Il primo è il cittadino di un paese occupante, il secondo subisce questa occupazione. E se il secondo non si libererà dell'oppressione dello Stato israeliano, difficilmente prenderà coscienza che tutti i padroni sono uguali.
Per quanto riguarda la Spagna del '36, e questo lo dico sia per me che per te, ragionare con il senno del poi lascia il tempo che trova, nel senso che con i "se" non si fa la storia. Sono d'accordo che l'errore fatto da una buona parte della CNT fu grave, ma allo stesso tempo credo che la rivoluzione sociale sarebbe stata schiacciata lo stesso.
Ma la mia critica iniziale all'articolo non era su questo punto, ma sul fatto che non si può ridurre tutta l'esperienza spagnola agli errori di alleanze fatte dalla CNT, dimenticando la parte più significante della rivoluzione sociale che riguarda la grande sperimentazione di comunismo libertario portata avanti da centinaia di migliaia di lavoratori e contadini attraverso l'esperienza della socializzazione dei mezzi di produzione e in genere della gestione libertaria di tutti gli aspetti economici e sociali della società.
Buona giornata e grazie per il costruttivo confronto.
zatarra

Nessuno vuole negare che esistano differenze culturali...

Nessuno vuole negare che esistano differenze culturali tra paesi lontani sia per la storia che per la geografia.
Solo non credo che queste differenze possano giustificare una divisione o peggio una contrapposizione tra i lavoratori dei rispettivi paesi.
Se ad esempio i lavoratori siriani e norvegesi un giorno si combatteranno, sarà a causa delle dinamiche economiche dell'imperialismo, e non del fatto che tra i due paesi ci sono differenze religiose/culturali ecc.... queste sono tutte scuse ideologiche per mettere i lavoratori l'uno contro l'altro (musulmani vs cristiani, bianchi vs neri.... ).
Le differenze tra i popoli, al di là del capitalismo, possono solo essere arricchenti per tutti.
I lavoratori palestinesi e israeliani sono uguali nel senso che condividono la stessa posizione di sfruttati in questi rapporti di produzione...
Sono diversi nel senso che appartengono a nazioni diverse, hanno culture diverse, e la potenza dei rispettivi stati è diversa.
ma voglio ancora sottolineare che il motivo per cui si combattono non è affatto la loro diversità culturale/religiosa...
In tutti i conflitti c'è sempre chi prevale, e in questo caso, per varie ragioni, è israele.
Fare il tifo per la nazione palestinese è come dire che si vorrebbe ribaltare i ruoli... e se accadesse, bisognerebbe cominciare a fare il tifo per la nazione israeliana e così via... non c'è via d'uscita, se non la pace borghese tra 2 stati separati.
Una volta comprese le cause reali dei conflitti e la divisione in classi che alla base degli stati, come si fa a scegliere di parteggiare per una delle due parti? da un punto di vista anticapitalista e quindi internazionalista, mi sembra impossibile.
Come si fa a partecipare a una guerra, a uccidere un proprio simile, solo perchè è nato in un altra nazione?
i propri interessi e quelli della nazione in cui ci si trova a vivere, non coincidono. Coincidono solo dal punto di vista della classe dominante nazionale, ma un lavoratore fa parte della classe antagonista ad essa, è sfruttato sia sul lavoro sia come carne da cannone.
Solo unendo i lavoratori di entrambe le parti contro l'unico nemico comune, si può mettere la parola fine alle guerre del capitale.
Se invece contribuiamo noi stessi a fomentare queste divisioni, giustificando e appoggiando uno dei due fronti, facciamo il gioco del nostro nemico... che dal mio punto di vista è il capitalismo e i suoi agenti, non il mio collega che parla un altra lingua.
Ammetto che se fossi un palestinese a cui hanno sterminato la famiglia, mi sarebbe molto difficile comprendere questo discorso.
Forse è proprio la nostra distanza da fatti così terribili, che ci consente di fare un analisi lucida della situazione senza farci travolgere da irrazionali sentimenti di vendetta... sentimenti ben capitalizzati da forse come Hamas.
ciao... e grazie a te per la discussione!

Sono d'accordo...

Sono d'accordo con te che se un giorno i lavoratori siriani e norvegesi si combatteranno, sarà per motivi economici e strategici, legati alle dinamiche imperialiste.
Ma la molla ideologica che li spingerà alla guerra saranno le differenze culturali, religiose ad esempio. Fomentate dall'ideologia dominante del Capitale.
Allora un rivoluzionario deve considerare anche la forma ideologica che nasce dalla condizione materiale, controbbattendola, propagandando non solo l'unita di classe attraverso il principio della medesima condizione economica e sociale di tutti i diseredati, ma anche propagandanto la tolleranza reciroproca delle diverse comunità territoriali. In questo modo si combatterà il Capitale non solo nell'aspetto economico ma anche in quello culturale, fondamentale nel perpretare il dominio altrettanto come quello economico.
Se è pur vero che le idee nascono dalla condizione materiale del genere umano è pur vero che queste idee una volta nate possono camminare con le loro gambe e influenzare a loro volta la sfera materiale.
Rispetto al tema della Palestina, la mia non è solo una posizione sentimentale, dell'anarchico che si schiera sempre col più debole, ma anche pratica. E' umano molto umano che un Palestinese veda come suo principale nemico non la borghesia come classe mondiale ma l'invasore israeliano, operaio o industriale che sia.
Solo quando l'intero popolo palestinese si sarà liberato dell'invasore allora potrà delinearsi con più chiarezza la lotta di classe tra il lavoratore palestinese e il borghese palestinese. Per me è nacessario che ci sia questo passaggio.
buonatte e... a presto se ne avremo voglia e tempo
zatarra

Risposta di "Les Mauvais Jours Finiront"

[...]

Per cominciare, vorrei precisare che questo testo è stato pensato come un (potenziale) volantino e che pertanto non era possibile, per ragioni di spazio, trattare in modo approfondito le diverse tematiche che vi sono toccate. Oltre a un generico moto di fastidio verso l'adesione acritica da parte di quel che fu il “movimento antagonista” all’ideologia antimperialista (eredità dello stalino-leninismo), che mi ha ispirato la stesura del testo, l’intento era principalmente quello di suscitare un minimo di discussione intorno a questi temi. Dunque, ben vengano confronti come quello che si è sviluppato qui su indy tra solidarity e zatarra.
Credo che solidarity abbia ben colto lo spirito di “Miseria dell’antimperialismo” che, in fin dei conti, non fa che riproporre, seppure in modo un po’ sommario, le posizioni internazionaliste delle minoranze radicali del ‘900: dalla Luxemburg ai comunisti dei consigli, dai “bordighisti” – che pure si divisero rispetto alle lotte di “liberazione nazionale” – a una parte, per quanto minoritaria, del movimento anarchico. Non ho quindi molto da aggiungere alle sue considerazioni. Soltanto un paio di annotazioni:
1) Nessuno nega l’esistenza di differenze culturali, linguistiche etc.. Ma non si deve dimenticare che non si tratta di differenze determinate puramente da fattori naturali, geografici etc., bensì da rapporti sociali storicamente definiti, fondati sull’alienazione, l’oppressione, la violenza. E questo vale tanto per il capitalismo quanto per le epoche e le formazioni sociali anteriori. Le aree territoriali culturalmente e linguisticamente omogenee, in epoca capitalistica, sono state la risultante di guerre, pulizie etniche e, in generale, di politiche statuali più o meno imposte con la forza (si pensi, ad esempio, all’introduzione dell’obbligo scolastico); questo, fino ai giorni nostri. È vero che, da un lato, il capitale utilizza le differenze “ereditate” – nelle quali, ripeto, vi è ben poco di “naturale” – per dividere gli sfruttati; ma è altrettanto vero che, nel suo movimento, esso tende a livellarle, standardizzando bisogni, modi di pensare, linguaggi, ideologie etc.; salvo poi reintrodurre differenze “culturali” e “identità” sempre più fittizie, ideologiche, cioè autonomizzate rispetto alle condizioni materiali di esistenza degli individui.
Detto questo, da un punto di vista internazionalista, radicale, libertario, comunista – o come si ritenga più opportuno definirlo – una volta riconosciute le differenze linguistico-culturali nella loro storicità (che implica necessariamente anche caducità), sarebbe paradossale attribuire loro una “legittimità” in quanto fondamento di “comunità nazionali” che sono un portato dell’epoca borghese. Alla base di una concezione rivoluzionaria, dovrebbe esserci, al contrario, per come la vedo io, un’idea di meticciato, di contaminazione reciproca e anche – perché no? – di conflitto tra le diverse “forme di vita”. Il che implica l’abbandono di ogni identità collettiva o individuale (“identità” come alcunché di stabile e immutabile, oltreché imposto ideologicamente dall’esterno).
2) Riguardo alla guerra di Spagna, solidarity ha già spiegato come, in quel caso, una potenziale rivoluzione sociale sia stata tramutata nel suo opposto: una guerra civile in cui due frazioni della borghesia spagnola, pur condividendo lo scopo di impedire qualsiasi esito rivoluzionario, si contendevano il controllo dello Stato, in nome e per conto delle principali potenze imperialiste europee (se dietro a Franco c’erano certamente Hitler, Mussolini e la Gran Bretagna, dietro il governo repubblicano c’era la Russia di Stalin). Se questo poté accadere fu anche perché la CNT e il POUM abbandonarono il terreno della lotta di classe, cioè della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo, per collocarsi su quello dell’antifascismo, della democrazia e dell’alleanza con la borghesia progressista. E lo fecero non solo sul piano ideologico ma, molto concretamente, organizzando l’arruolamento e la partenza dei miliziani per il fronte e invitando i propri aderenti a sospendere qualsivoglia azione di lotta (scioperi etc.): la produzione doveva marciare a pieno ritmo, per sostenere lo sforzo bellico dello stato repubblicano. Tra i pochi gruppi rivoluzionari a mantenere, senza tentennamenti, una posizione coerentemente classista e internazionalista vi furono, allora, la sinistra comunista “italiana” (il gruppo che in Francia pubblicava la rivista “Bilan”) e il gruppo di Paul Mattick negli Stati Uniti. Per la Spagna, oltre agli “Amigos de Durruti”, bisogna ricordare anche la “Columna de Hierro”.
Quanto alle collettivizzazioni furono certamente un esperimento sociale degnissimo, sebbene, come evidenziarono i consiliaristi (che per altro in maggioranza si schierarono con il movimento anarchico, durante la guerra civile), per molti aspetti criticabile sul piano strettamente economico. Il limite principale del movimento delle collettivizzazioni, d’altronde, fu quello di non porsi in termini rivoluzionari il problema dello Stato – il quale, infatti, non appena ne ebbe la possibilità, lo stroncò. Questa deficienza del movimento affondava le proprie radici proprio nell’ideologia antifascista, cioè nell’idea che il nemico da combattere fosse in primo luogo il franchismo e non il capitalismo in quanto tale; e che solo una volta sconfitto il nemico ipoteticamente più temibile, si sarebbe potuta portare a termine la rivoluzione. Sappiamo come è andata finire…
A ben guardare, lo schema è identico a quello che gli “antimperialisti” applicano, mutatis mutandis, alla questione palestinese. Dopodiché, se si vuole, da un punto di vista psicologico, tutto è “comprensibile”: il palestinese disperato e plagiato da qualche capo popolo di Hamas, che si fa saltare su un autobus provocando una strage, come il soldato israeliano che, per difendere i “suoi compatrioti”, fa il suo lurido mestiere…
Sempre a proposito della questione palestinese, vi segnalo i due testi seguenti:

http://mondosenzagalere.blogspot.com/2008/12/fawda.html
http://mondosenzagalere.blogspot.com/2008/12/riproponiamo-qui-di-seguito-una-serie_30.html

Ciao,
F.