Les Mauvais Jours Finiront interrompe (temporaneamente?) le pubblicazioni. Resta comunque on-line affinché rimangano accessibili i documenti pubblicati. L'Autore considera il lavoro di cernita, editazione, elaborazione dei materiali sin qui svolto, come propedeutico alla nuova esperienza – per molti versi affatto diversa – alla quale prende parte, quella del gruppo informale / rivista "Il Lato Cattivo". (Gennaio 2012)
(blog)

«(...) la rivoluzione non ricerca il potere, ma ha bisogno di poter realizzare le sue misure. Essa risolve la questione del potere perché ne affronta praticamente la causa. È rompendo i legami di dipendenza e di isolamento che la rivoluzione distrugge lo Stato e la politica, appropriandosi di tutte le condizioni materiali della vita. Nel corso di questa distruzione, sarà necessario portare avanti misure che creino una situazione irreversìbile. Bruciare le navi, tagliarsi i ponti alle spalle. La vita nova è la posta in gioco e, al contempo, l'arma segreta dell'insurrezione: è dalla capacità di sovvertire le relazioni materiali e trasformare le forme di vita che dipende la vittoria.
«La violenza rivoluzionaria sconvolge gli esseri, e rende gli uomini artefici del proprio divenire. Essa non si riduce a uno scontro frontale, reso improbabile dall'evidente squilibrio di forze esistente; e gl'insorti scivolerebbero sul terreno del nemico se adottassero una logica militare tout court. La guerra sociale mira piuttosto a dissolvere che a conquistare. Non temendo di mettere in gioco passioni, immaginazione e audacia, l'insurrezione si fonda sulla dinamica dell'autogenesi creativa.»

(«NonostanteMilano»)

* * *

«Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, apparve una differente prospettiva (...): il rifiuto della forma-partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione «politica» e rivoluzione «sociale» (o «economica»), cioè della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di un nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finisca inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione

(Karl Nesic, L'appel du vide, 2003).

* * *

«È la situazione in cui il proletariato si trova, a innescarne l’azione: la coscienza non precede l’atto; si manifesta solo come coscienza dell’atto stesso.»

(Gilles Dauvé, Le Roman de nos origines, 1983)
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1 febbraio 2011

Astrazione e movimento reale. Alcune note dal '68-'69

di Raffaele Sbardella (1999)


[Tratto da «Vis-à-Vis – Quaderni per l'autonomia di classe», n. 7, Roberto Massari, 1999. Il discorso sviluppato dall'Autore presenta non pochi limiti, non ultima la mancata critica del principio democratico in quanto tale (includente, dunque, la cosiddetta democrazia diretta, che costituisce invece, secondo Sbardella, l'autentico quid del passaggio dalla "classe in sé" alla "classe per sé"). Nonostante ciò, esso offre una serie di spunti analitici di grande interesse, che vanno dalla critica dei meccanismi alienanti della rappresentanza all'analisi delle dinamiche attraverso cui la classe si costituisce in "soggetto collettivo"; fino al tentativo di rintracciare le radici dell'attuale crisi della rappresentanza stessa.]

1. A trent’anni dal ’68-’69 il ciclo di lotte che in quegli anni prese avvio è, per la riflessione teorica e l’indagine storica, ancora un oggetto che si ostina a tenere celata in sé la propria verità. Nel cercare di abbozzare alcune risposte alle questioni poste dagli autori di Un magma che scotta ancora: a 30 anni dal ’68-’69, terremo fermo lo sguardo su quel biennio e su ciò che da quel biennio trasse origine.
In quel periodo, in Italia, emerge un soggetto collettivo che sa aggregare attorno a sé parti significative del sociale, sa permanere nel tempo, espandersi nello spazio e conquistare la consapevolezza del suo specifico assalto al cielo. Il suo movimento, che velocemente si espande, si presenta come una generale critica pratica della politica. Mai in passato si era raggiunto un livello così alto di coscienza: non più soltanto l’economico, ma assieme e in modo esplicito l’economico e il politico come l’unica questione posta dal suo progetto di riappropriazione. L’economico e il politico per la prima volta in modo consapevole vengono intesi come le due sfere del dominio di un soggetto estraneo e nemico: l’Astratto quale ipostasi reale nelle sue due figure fenomeniche fondamentali. La società capitalistica viene aggredita alla radice: stato e rappresentanza, capitale e sfruttamento, i due aspetti di una stessa realtà.

13 gennaio 2011

Sciopero del 28 gennaio: una farsa annunciata?


Lo sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio segue di diversi mesi l'unico sciopero (di ben 4 ore!) indetto sin qui dalla FIOM-CGIL contro il famigerato "piano Marchionne". Lo sciopero del 28, oltre a essere stato indetto con quasi 20 giorni d'anticipo (consentendo così alle aziende di recuperare preventivamente la produzione perduta), non prevede né picchetti "duri" ai cancelli delle fabbriche, né blocco delle merci. Se non saranno gli operai stessi a prendere l'iniziaiva, scavalcando le burocrazie sindacali, la cosiddetta mobilitazione si risolverà nell'ennesima farsa (e in una giornata di salario perduta).

Nel frattempo l'attenzione di tutti, complice il bombardamento mediatico, si concentra sull'esito del referendum di Mirafiori (sì/no, legittimità/non legittimità); come se da una consultazione del genere, quale che sia il risultato finale della votazione, potesse emergere qualche cosa di diverso dalla banale sanzione dei rapporti di forza esistenti. Potenza della mistificazione democratica!

5 gennaio 2011

Alcuni documenti sulla Fiat di Pomigliano

2008-2010


Non siamo servi!

Non siamo servi!, ha detto un operaio di Pomigliano, ma è proprio quello il senso del “Piano Marchionne”: trasformare i lavoratori salariati in servi. Le clausole imposte dalla FIAT sono micidiali: passaggio dai 15 ai 18 turni, sabato lavorativo obbligatorio (si lavorerà quindi su 6 giorni anziché 5, turno notturno obbligatorio); aumento delle ore di straordinario obbligatorie annuali (da 40 a 120!); spostamento della pausa mensa a fine turno; riduzione della pausa sulle linee meccanizzate da 40 a 30 minuti; recupero delle fermate tecniche; introduzione del sistema Ergo-Uas che punta a tagliare i tempi morti e ad aumentare la “saturazione” della forza-lavoro; incremento dei ritmi produttivi per ogni lavoratore del 30%; taglio di 500 operai (attraverso la mobilità) che si aggiungono ai precari ai quali non è stato rinnovato il contratto; stretta sui permessi, non pagamento dell’integrazione all’indennità di malattia Inps per assenze giudicate “anomale”; divieto di sciopero in casi “particolari” e sanzioni per i lavoratori che violano i punti dell’accordo, fino al licenziamento. E’ un accordo infame, che impone il ritorno a condizioni di lavoro “ottocentesche” o tipiche del lavoro nero, dove il padrone può fare tutto ciò che vuole; un “Piano” che farà da apripista a tutto il padronato.

[...]

La FIOM ha detto no al piano Marchionne. Ma è un “no” solo apparentemente netto, visto che è disposta ad accettare l’impostazione generale del piano e i 18 turni. Perché accettare — in ogni caso — un peggioramento delle condizioni degli operai? Perché non pensare anche alle condizioni dei precari licenziati, dei lavoratori dell’indotto e del futuro degli operai polacchi? Perché non proclamare uno sciopero generale almeno del settore metalmeccanico per il 22 [giugno 2010], giorno del referendum, convogliando una manifestazione nazionale davanti ai cancelli della FIAT. Sarebbe stato, se non altro, un segnale forte, per non lasciare soli Pomigliano e l’indotto. Sappiamo bene, però, che la FIOM non farà mai cose del genere, perché anche la FIOM accetta le compatibilità “del Paese”, cioè del profitto padronale. Ma sono proprio quelle compatibilità che i lavoratori devono scavalcare; per questo, una lotta vera non verrà dai sindacati. Le vere lotte possono emergere solo se i lavoratori, direttamente, troveranno la forza di organizzarle, andando oltre il sindacato. Fin da subito la Fiat ha detto: prendere o lasciare, accettate il piano o si chiude lo stabilimento. Non c’è margine per mediare! Non c’è quindi spazio per un sindacato, organismo di mediazione. La vera lotta non può essere delegata o rappresentata da nessun sindacato. La nostra difesa passa attraverso la lotta, quella vera, e passa quindi attraverso protagonismo diretto di noi lavoratori.

Gli operai di Pomigliano sono stati di esempio quando, nel 2008, lottarono contro l’esternalizzazione di alcuni lavoratori al reparto confino di Nola [vedi oltre]. Il punto di forza di quella lotta furono proprio la messa da parte delle bandiere sindacali, la creazione di un comitato di lotta e uno sciopero ad oltranza gestito dalle assemblee operaie fuori la fabbrica. È da quella esperienza che bisogna ripartire.

Invitiamo innanzitutto gli operai più combattivi di Pomigliano e Nola ad abbandonare le residue speranze nel sindacato, a dare vita ad un organismo di lotta proprio dei lavoratori, che svolga un lavoro di organizzazione e agitazione tra tutti gli altri lavoratori. Un punto di partenza, che punti ad una lotta estesa anche all’indotto e gestita dalle assemblee operaie. Noi, come in passato, lotteremo assieme a voi.

Lavoratori del P.C.Internazionalista — Battaglia comunista

* * *

Aprile 2008: una lotta operaia censurata


Alle origini del "piano Marchionne"

A metà aprile [2008], in pieno clima elettorale, 316 operai della Fiat di Pomigliano d’Arco (Napoli) vengono, di fatto, esternalizzati e trasferiti nel nuovo stabilimento di Nola.

Ma i 316, insieme agli altri operai dello stabilimento non ci stanno e bloccano per 2 giorni l’entrata e l’uscita merci!

La reazione padronale e’ immediata e feroce.

Ripetute cariche della polizia per rimuovere i blocchi operai, ed elicotteri per tirare fuori le merci intrappolate dai blocchi.

I sindacati, da quelli venduti e di regime (Fiom, Fim, Uilm, Fismic) a quelli di base (Slai Cobas, Fmlu, Cub) sono compatti nel frenare lo slancio e la rabbia degli operai che chiedono il blocco ad oltranza, che rifiutano la trattativa e non ci stanno ad ingoiare l’ennesimo boccone di merda impacchettato da confetto! [Vedi oltre]

Esternalizzazioni e trasferimenti sono l’anticamera dei licenziamenti.

A Pomigliano lo sanno tutti, ma i sindacati fingono di cercare un’impossibile intesa — che l’azienda fiat rifiuta a suon di manganellate — ed iniziano a litigare tra di loro e nessuno indice più scioperi!

Solo un gruppo di operai continua a lottare fino a che i trasferimenti non saranno definitivi.

Nel vergognoso silenzio di tv e giornali, occupati a fare le sirene di vincitori e vinti della campagna elettorale, gli operai di Pomigliano (inizialmente tutti e poi solo un gruppo più deciso e consapevole) hanno lottato da soli contro il gigante Fiat, che ha potuto utilizzare la polizia di stato per i suoi interessi privati.

La battaglia è stata persa ma i morsi della crisi fanno sentire le prime avvisaglie della guerra di classe.

Ancora una volta, come i tramvieri a fine 2003, come gli operai Fiat di Melfi nel 2004, come gli operatori del call center di Atesia fino al 2007, dei lavoratori hanno trovato la forza di lottare a viso aperto contro i padroni, senza i sindacati,  che sono ormai solo un ingombrante freno alle lotte operaie!

Hanno lottato ma hanno perso, perchè quasi nessuno in ambito operaio ha saputo in tempo reale della loro lotta, nessun sindacato ha posto la questione a livello nazionale, non c’è stata, ancora una volta, la sperata solidarietà di classe. [...]


* * *

Aprile 2008: battuta d'arresto alle mobilitazioni di Pomigliano
 
Ieri (23 aprile) assemblea al primo e secondo turno, la presenza complessiva è stata inferiore alle 1000 unità. I sindacati non hanno affisso in fabbrica nemmeno i comunicati, al fine boicottare questa assemblea.
 
All'assemblea hanno fatto di tutto per dividere ulteriormente gli operai continuando a 1) sostenere che gli operai hanno paurta di lottare, gli unici a lottare sarebbero i delegati e i sindacalisti etc.; 2) non proponendo nessuna iniziativa pratica di mobilitazione (sempre con la scusa che gli operai non vogliono perdere salario etc.); 3) tutti i sindacati di base e non sono allineati con questa posizione: lo Slai cobas boicotta le iniziative di lotta portando avanti la vertenza legale e basta; Rdb, Flmu, Cub continuano a prendere tempo. Tutti questi sindacati, da quando è iniziata la lotta NON HANNO PROCLAMATO NEMMENO UN'ORA DI SCIOPERO. Questo è il dato reale e concreto. l'unico. Hanno fatto solo una cosa, fin dall'inizio: SEMINARE DIVISIONI, PAURA E DEMORALIZZAZIONE.
 
La loro più grande preoccupazione è stata: a) eliminare il comitato operaio spontaneo rimettendo le bandiere sindacali (e rilanciando quindi la divisione tra parrocchie all'interno del corpo operaio); non è un caso, infatti, che la forza operaia sia stata rotta proprio il giorno in cui le merdose bandiere sindacali sono riapparse, spezzando l'unità operaia e permettendo agli sbirri di fare il loro sporco lavoro; b) far togliere i picchetti quanto prima e prendere tempo. L'unica presenza classista è quella del gruppo operaio che utilizza il cobas come copertura/strumento, pur non riconoscendosi nella sua linea sindacale.
 
Sono questi gli unici ad aver continuato a proclamare sciopero su sciopero, garantendo la copertura sindacale a chi aderiva. La frammentazione condotta dal sindacato, però ha fatto il suo gioco. Ai cancelli non c'è stata la forza sufficiente per dare il via alla nuova tornata di lotte. Mentre stamattina alle 4.30, 2 camionette con 20 celerini ognuna erano pronte ai cancelli per intimidire i lavoratori ed intervenire in caso di blocchi. Nonostante una guerra impari ed in isolamento, questi operai più combattivi stanno, di fatto, superando le logiche parrocchiali e di delega del sindacato. Una nuova generazione di militanti operai sta crescendo. A loro tutta la nostra solidarietà, appoggio, stima.
 
Contro le divisioni ed i tatticismi sindacali, per un nuovo movimento operaio.
 
Mentre già si dice che una volta (il 5 maggio!!!) che questi operai saranno a Nola partiranno altre 400 lettere per una nuova esternalizzazione, i sindacati non trovano di meglio da fare che convocare una nuova assemblea per stabilire un nuovo percorso di lotta. Lunedì... tutti crediamo che faranno saltare anche questa nuova assemblea, facendo passare tempo senza indire lotte, fino al fatidico 5 maggio.
 
La nostra posizione è una ed univoca: le assemblee devono essere partecipate e gestite dai lavoratori in quanto tali, non da sindacati e sindacalisti. Bisogna recuperare lo spirito del comitato operaio – senza bandiere sindacali – che ha dato vita al grande sciopero (100%) del 10 e 11 aprile ed al successivo blocco delle merci; bisogna formare su saldi principi classisti ed internazionalisti questa nuova generazione di militanti operai.



5 dicembre 2010

Il sindacalismo di base in Italia

«Battaglia Comunista» (2008)


I limiti strutturali della forma sindacale e la sua decisiva funzionalità alla sopravvivenza del capitalismo sono resi ancora più lampanti dal fenomeno del sindacalismo di base, dimostrazione evidente di come una verniciata di radicalità nel linguaggio non muti di una virgola l’essenza dello strumento sindacale.
Così come al cospetto dell’ultra liberista Partito Democratico si può contrabbandare addirittura Rifondazione Comunista per un partito che difende gli interessi dei lavoratori, allo stesso modo le attuali politiche concertative e di svendita della forza lavoro dei sindacali confederali lasciano incustodito uno spazio nel quale si assestano le varie sigle sindacali sedicenti radicali e di base.
Si tratta della solita operazione che consiste nel recuperare “a sinistra” quello che si perde a causa del costante avanzamento degli attacchi alle condizioni di vita del proletariato.
La strategia è quella consueta del più rancido riformismo che pretende di far passare per battaglie dei lavoratori quelle che sono le quotidiane lotte del sistema capitalistico con tutte le contraddizioni della sua fase di putrescenza:

"La grande truffa riformista si ripete sostanzialmente sempre nelle medesime forme: scambiare i fenomeni propri della dinamica capitalista come prodotti della lotta di classe; impostare tattica e strategia sugli obiettivi derivati da quella impostazione e che sono riconducibili alle condizioni di vendita e di impiego della forza lavoro, alle condizioni di riproduzione della forza lavoro, e alle condizioni di riproduzione del capitale.­­" (1)

Sono le esigenze del capitalismo stesso nella sua fase monopolistica a rendere il sindacato un tassello indispensabile dello Stato borghese, con buona pace di ogni volontaristica velleità dei sindacalisti più “agguerriti”. Come da noi sempre sottolineato, secondo la metodologia marxista le ragioni della politica controrivoluzionaria espressa da queste organizzazioni vanno ricercate “nella base oggettiva della loro determinazione” (2), non tanto in qualche imprecisato tradimento da parte dei vertici da richiamare a una più conseguente militanza comunista!
Se da un lato le difficoltà sempre maggiori di valorizzazione del capitale comportano la fuga verso la speculazione finanziaria o la delocalizzazione delle imprese in paesi in cui il costo del lavoro è minore, dall’altro si traducono in un attacco sempre più radicale verso i lavoratori, nel tentativo di spremere quelle ultime gocce di plusvalore che ancora si può estorcere. Il sindacato è lo strumento indispensabile nelle mani della borghesia per poter far passare tali politiche senza eccessivi contraccolpi sociali. E il sindacalismo di base è parte integrante di questo meccanismo.
È un fatto incontestabile infatti che qualunque sindacato, pro-concertazione o anticontertativo, sia lo strumento con il quale la forza lavoro è venduta non tanto al miglior prezzo di mercato quanto al miglior prezzo possibile per il capitalismo in un dato momento storico.
Fin dalla loro comparsa sulla scena italiana (1979: RdB nel Pubblico Impiego, 1987: Comitati di Base nella scuola) i sindacati di base sono stati caratterizzati dalla presenza di insuperabili e fisiologici limiti nel loro orizzonte economico-politico. Orizzonte visuale che, al di là delle sfaccettature di superficie, si caratterizza in ultima analisi per quattro tratti fondamentali:

nazionalismo, come nella peggiore tradizione del nazionalcomunismo togliattiano;
corporativismo, senza alcuna prospettiva di far assumere alle rivendicazioni economiche un carattere di classe;
costruttivo riformismo, con profusione di sforzi per salvare il capitalismo nella sua versione “buona”;
esclusivo difensivismo, con cieca accettazione delle necessarie compatibilità dell’attuale fase economica.

1. “Riportare l’Italia al ruolo che le compete”

Anche nel sindacalismo di base, come in molte realtà politiche sedicenti radicali, la più lampante e profonda caratteristica che ne svela il carattere antimarxista è la mancanza di una prospettiva coerentemente internazionalista. Nulla di stupefacente, sia chiaro, considerando che il ceto politico seduto ai vertici delle varie single sindacali di base è in larga parte ereditato dal rottame para-stalinista gravitante nell’orbita del Partito Comunista Italiano prima e di Democrazia Proletaria poi.
Ecco apparire quindi nei documenti e nei volantini di questi sindacati una serie di accorati appelli ad una politica che restituisca all’Italia il ruolo di primo piano che le spetta sullo scacchiere internazionale:

"È necessario un cambiamento urgente e radicale degli indirizzi di politica economica e dei suoi riferimenti sociali […]. La RdB Pubblico Impiego ritiene che l’inversione di tendenza debba avvenire attraverso […] il ripristino di una politica economica ed industriale che riscopra il ruolo dell’intervento pubblico. È la scelta che in anni ormai lontani ha consentito all’Italia di svilupparsi e di diventare uno dei paesi più ricchi del mondo." (3)

I toni e il linguaggio sono indistinguibili da quelli di un sindacato dell’epoca del Ventennio fascista. Uno dei paesi più ricchi del mondo? In quale contesto internazionale? In quale fase economica? A spese di chi? Non è un caso che, come scritto da Pannekock nel 1936 (4), la parte più cosciente della classe operaia denunciasse e combattesse lo sfruttamento coloniale mentre il sindacalismo lo considerasse fonte di prosperità.
Se si omette un riferimento di classe trans-nazionale, quello che rimane di queste rivendicazioni è una tensione vagamene sociale, rigorosamente nazionale e di pacificazione tra le classi perfettamente compatibile, anzi indispensabile all’equilibrio capitalistico.
Analogo discorso si attaglia perfettamente alle varie campagne per i salari europei:

"L’aumento di 250 euro che chiediamo serve per recuperare il reddito che i lavoratori hanno perso. Ad esempio serve a riavvicinare i salari dei metalmeccanici italiani a quelli tedeschi che prendono ben 1000 euro in più." (5)

"Innanzitutto il salario europeo, ossia l’equiparazione dei salari di tutti i lavoratori italiani alle medie più alte esistenti nella comunità. Non è pensabile che si creino le gabbie salariali che in Italia esistevano negli anni Cinquanta." (6)

Mi raccomando quindi, si alzino i salari dei lavoratori italiani e non ad esempio degli stranieri che lavorano in Italia o di tutti i proletari. Molto evocativa poi la scelta del paragone con i lavoratori tedeschi che riporta la mente allo sciovinismo antifascista e patriottardo di togliattiana memoria.

2. “Investimenti nel personale della Pubblica Amministrazione”

Altro carattere che soffoca sul nascere ogni slancio rivoluzionario negli ambiti strettamente sindacali è l’incapacità di superare i limiti di una visione corporativa della lotta economica.
Il tentativo di legare le battaglie rivendicative con il filo rosso degli interessi di classe è sistematicamente frustrato in nome delle concrete e quotidiane lotte locali nel proprio settore, secondo la logica del consueto fare oggi quello che è necessario (ma lo è per le esigenze del capitale!) rimandando l’assalto al cielo ad un domani imprecisato e sempre più lontano.
È evidente l’inversione tra mezzi e fini: le battaglie economico-sindacali dovrebbero essere condotte in una prospettiva più ampia di formazione di una coscienza di classe e saldatura degli interessi comuni dei lavoratori; ma come manca una visione trasversale a livello internazionale, manca anche una vera prospettiva trans categoriale.
Ne è piena conferma il naufragio del tentativo di costituire con la Confederazione Unitaria di Base (CUB) una confederazione tra sigle sindacali di base (RdB per il Pubblico Impiego, FLMU per i metalmeccanici, FLTU per i trasporti, FLAICA per il terziario, SALLCA per bancari e assicurativi… ).
A 16 anni dalla sua costituzione, i tentavi di coordinare l’attività delle organizzazioni partecipanti si sono infranti contro le barriere delle burocrazie, dei privilegi, degli interessi di bottega delle sigle aderenti, che hanno impedito di strutturare la confederazione come un’entità unitaria.
Dopo qualche anno di sopportazione reciproca, nel gennaio 2008 la RdB ha finalmente rotto gli indugi con una presa di posizione in cui critica l’inadeguatezza della Confederazione ad affrontare i propri compiti e sospende i propri membri dalla partecipazione alle riunioni del Coordinamento Nazionale. Comunque vada a finire questa ennesima diatriba interna, è evidente che le varie sigle da tempo si muovano autonomamente, se non in aperta contrapposizione reciproca, come nel caso di RdB Trasporti e FLTU.
In ogni caso il contenuto del materiale prodotto da queste organizzazioni lasciava poco spazio ai dubbi. L’apologia del “Pubblico” da parte di RdB raggiunge vette che sarebbero imbarazzanti anche per i vari Capitalismi di Stato presi a modello dalla sua dirigenza politica.
Si va dalla proposta di un “rilancio della Pubblica Amministrazione come fattore di sviluppo” (7) alla grottesca frammentazione all’interno dello stesso pubblico impiego:

"A chi afferma che il decentramento delle funzioni catastali ai Comuni sia la risposta al cattivo funzionamento dell’Agenzia del Territorio, va detto che l’Agenzia del Territorio in questi ultimi anni ha dimostrato di sapere fare bene il suo lavoro raggiungendo i sempre più ”sfidanti” livelli produttivi e migliorando la qualità dei servizi forniti a cittadini e professionisti." (8)

Ovviamente, secondo questo punto di vista, anche il recupero dell’evasione fiscale, panacea di tutti i mali dell’economia secondo l’economicismo riformista, andrebbe destinato a “sostenere una politica di incentivazione dei lavoratori della Pubblica Amministrazione”. (9)
In questo modo si finiscono per svalutare anche le giuste battaglie a difesa di quel simulacro di garanzie sociali che il capitalismo, allo scopo di contenere e addomesticare la conflittualità operaia, si permise di elargire nella sua fase espansiva; ancora una volta esse diventano il fine della lotta e non il mezzo per conquiste superiori.

3. Il Reddito di cittadinanza, la Tobin Tax e il capitalismo dal volto umano

L’approccio social-riformista dei sindacati di base giunge ad una condanna morale del capitalismo passando per la dissociazione tra modo di produzione e modo di distribuzione: tra ricchezza come dominio su cose (ricchezza di produzione, lato buono) e ricchezza come dominio su uomini (ricchezza di distribuzione, lato cattivo).
La forma capitalistica viene ritenuta intoccabile, in nome di un sano e responsabile realismo politico. Ciò contro cui si può lottare, ovviamente entro i paletti fissati dalle istituzioni a difesa dell’ordine economico, è quindi solo la distribuzione ineguale, moralmente ingiusta dei frutti di tale modo di produzione. Conseguentemente, la risposta allo sfruttamento capitalistico dovrebbe essere trovata nell’opportuna regolazione della distribuzione mediante la pianificazione e l’imposizione di leggi, l’assunzione di decisioni politiche e la più rigorosa conformità degli individui a precetti morali corretti e appropriati.
Così si spiegano le campagne per il “reddito di cittadinanza” portate avanti da tutto l’arcipelago dei sindacatini di base, in particolare da COBAS e RdB, organizzazioni distinte non tanto per i contenuti politici-economici delle rivendicazioni, ma per il carattere più movimentista della prima a cui si oppone quello più stalinisticamente burocratizzato della seconda.
Con la battaglia per il reddito di cittadinanza si consacra il carattere universalistico e interclassista delle rivendicazioni e l’abdicazione ad ogni velleità di superamento rivoluzionario del Capitalismo. Anzi, si corre a supplicare i capitalisti stessi perché rinuncino ad una parte del proprio profitto, già soffocato dalla difficoltà di valorizzazione del capitale, perché i lavoratori possano vivere meglio. Non potendosi parlare di ingenuità, l’opportunismo e la pericolosità di queste organizzazioni si pongono nello stesso solco degli storici partiti socialdemocratici che hanno legato mani e piedi il proletariato in attesa della mattanza autoritaria di qualche anno seguente, come negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso.
Altro esempio paradigmatico di questo modo di intendere l’attività politica è la campagna per la Tobin Tax, la proposta di tassare i capitali speculativi con un’aliquota tra lo 0,25% e lo 0,1%.
Tra i sostenitori di questo strumento, troviamo la rivista “Cestes Proteo”, organo teorico-scientifico della RdB:

"La Tobin Tax si prefigge come obiettivo quello di ridurre le speculazioni perché queste sono la causa dell’incertezza e della volatilità sui cambi e, come abbiamo già detto, possono causare profonde crisi nei mercati emergenti. Alcuni sostenitori della Tobin vogliono, con questa proposta, combattere la speculazione in quanto considerano gli investimenti finanziari negativi per lo sviluppo. In altre parole, gli investitori che giornalmente spostano i loro capitali da un investimento all’altro alla ricerca di rapidi guadagni non producono nulla, se questi capitali fossero investiti per la produzione di beni e servizi si favorirebbe lo sviluppo e quindi l’occupazione, e solo in questo modo si potrebbe combattere la povertà. Quindi gli effetti della Tobin sono: proteggere i Paesi in via di sviluppo dagli attacchi speculatori e favorire lo sviluppo di questi Paesi." (10)

Siamo di fronte ad una perfetta sintesi di idealismo, opportunismo e assoluta continuità con gli schemi non solo economici, ma perfino mentali del capitalismo, secondo i quali il capitalista si dà alla speculazione, piuttosto che investire nella produzione, per una brama individuale di profitto e non per le superiori esigenze di destinazione dei capitali imposte dal ciclo economico.
Tutto questo concorda perfettamente con l’intrinseco carattere del sindacalismo in generale, le cui rivendicazioni devono necessariamente rimanere all’interno del capitalismo rispetto al quale esso di pone come una forza oggettivamente conservatrice.
Infatti se nelle fasi di espansione economica i sindacati possono vedere più facilmente accettate le proprie rivendicazioni e aumentare la propria credibilità verso i lavoratori, nelle fasi di declino essi devono lavorare per il rilancio dell’economia capitalistica:

"Per il sindacalismo di base per rilanciare l’economia italiana è necessario prendere una direzione completamente diversa, perché sono le politiche liberiste che hanno reso precaria l’esistenza di milioni di persone […] L’economia italiana è quella che sta soffrendo la crisi più di ogni altro Paese e la vita dei ceti popolari è diventata insostenibile […] Riteniamo che Il Pacchetto Treu e la Legge 30 debbano essere sostituiti da 4 o 5 rapporti di lavoro." (11)

È evidente che solo un capitalismo in piena salute possa esaudire le richieste socialriformistiche dei sindacatini.

4. La firma tecnica sui contratti

Tutto quanto scritto in questo documento dimostra il carattere esclusivamente difensivo delle battaglie condotte dai sindacati di base, condannati per la loro stessa essenza e per la congiuntura economica in cui si trovano a condurre un backgammoniano “combattimento in ritirata”. Il fatto di ritrovarsi in una determinata fase economica senza comprenderne le dinamiche e le prospettive porta queste organizzazioni ad un’accettazione passiva delle compatibilità del sistema. Non prefigurando in ogni caso una via di uscita che non sia all’interno della cornice capitalistica, le differenze tra sindacati confederali e di base si riducono a superficiali divergenze quantitative riguardo alle rivendicazioni, senza mai sfociare nel qualitativo.
Un’ulteriore conferma di tutto ciò sta negli strumenti usati nel perseguimento dei tanto decantati obiettivi immediati, quotidiani. Una nostra critica profonda ai sindacati di base è sempre consista nella loro inevitabile accettazione delle “regole del gioco” in materia tanto di leggi antisciopero, quanto di diritti sindacali (permessi retribuiti e non, tutela dai trasferimenti, indizione delle assemblee retribuite, ecc… ). La legge prevede ad esempio che nel pubblico impiego possano usufruire dei diritti sindacali solo le sigle che abbiano conquistato la maggiore rappresentatività; essa si può conseguire in due modi:

• apponendo la firma sul contratto;
• potendo contare su una media almeno del 5% tra numero di iscritti nel comparto e votanti alle elezioni per la RSU.

Partendo da questo scenario, è divenuta ormai prassi consolidata la cosiddetta “firma tecnica” sui contratti:

"Nonostante la valutazione fortemente negativa sui contenuti degli accordi espressa dalla nostra Organizzazione e confermata dalla consultazione dei lavoratori dei due comparti interessati, la RdB Cub Pubblico Impiego firma questa mattina all’Aran i contratti dei Ministeri e quello degli Enti Pubblici non Economici (Parastato) con l’intenzione di difendere fino in fondo gli esigui spazi di agibilità sindacale ormai rimasti nel nostro Paese.

"Nonostante una valutazione assolutamente negativa dei contenuti contrattuali […] firmiamo per salvaguardare gli spazi di dissenso ed opposizione in un quadro di relazioni sindacali che sta scivolando sempre di più verso il fascismo.

"Questa mattina la RdB firma i contratti ma appare evidente che il problema non è certo la firma o la non firma. Il problema vero, e che riguarda tutti, ancor di più in un momento di forte attacco ai diritti dei lavoratori, è quello della Democrazia, quella con la D maiuscola." (12)

Ecco ancora agitare lo spettro del Fascismo e la chimera della Democrazia per nascondere l’ennesima svendita alle compatibilità del sistema.

La deriva confederale/concertativa di queste organizzazioni è un fatto difficilmente contestabile: se si prescinde da una prospettiva rivoluzionaria in nome della difesa degli interessi immediati non si può che riconoscere la maggiore affidabilità degli strumenti istituzionali di contrattazione rispetto alle avventuristiche utopie dei veri comunisti.

L’intervento nel sindacato

Ovviamente, non ci stancheremo mai di dirlo, tutto quanto scritto in queste pagine non comporta una sottovalutazione dell’importanza delle lotte economiche o delle rivendicazioni immediate, tradeunionistiche. Esse sono una fondamentale palestra di lotta del proletariato se condotte con la prospettiva di farle trascrescere in lotta politica.

Ogni possibile fraintendimento sulla posizione dei rivoluzionari verso il sindacato è facilmente risolvibile distinguendo tra il sindacato come ambito di intervento e come strumento di lotta. È infatti responsabilità dei comunisti intervenire nel sindacato, senza però diventarne membri partecipe, senza condividerne le responsabilità; portando al sindacato le istanze dei lavoratori, raccogliendo e organizzando i membri che vanno contro il sindacato stesso. Il che non esclude che, tatticamente e temporaneamente, in singoli ben determinati casi, i compagni possano iscriversi a questo o quel sindacato.

Denunciare il ruolo di tutti i radicalriformismi è compito irrinunciabile dei comunisti: la comprensione delle dinamiche sindacali è parte integrante della maturazione della coscienza rivoluzionaria.

In particolare è necessario scardinare il meccanismo con il quale l’inevitabile malcontento che matura in seno alla classe lavoratrice viene recuperato alle medesime logiche capitalistico-borghesi da quegli argini a sinistra del Capitalismo rappresentati dai sindacati di base.

Note:
(1) Articolo “Uomo, ambiente e capitale” di Mauro Stefanini Jr su Prometeo del 1/6/94.
(2) Articolo “Neutralità del sindacato” su Battaglia Comunista del 1/10/98.
(3) Volantino RdB/CUB per le elezioni RSU 2004.
(4) “Il sindacalismo”, Pannekock, 1936.
(5) Comunicato Stampa della CUB dopo le sciopero di 8 ore proclamato da CUB, Sincobas, SULT, CIB-Unicobas, USI e CNL per il 21 Ottobre 2005.
(6) Intervista di Pietro Bernocchi, leader dei COBAS a Liberazione del 10/2/02.
(7) Volantino RdB/CUB per le elezioni RSU 2004.
(8) “Evasione fiscale in Italia: il peso del fisco, la leggerezza dello Stato Sociale” a cura di RdB Pubblico Impiego — settore Agenzie Fiscali.
(9) Idem come sopra.
(10) “Lo sviluppo alternativo eco-socio compatibile” di Valeria Cipriani in “Cestes Proteo”, n. 2003-1, pp. 117.
(11) Volantino della CUB per lo sciopero di 8 ore proclamato da CUB, Sincobas, SULT, CIB-Unicobas, USI e CNL per il 21 Ottobre 2005.
(12) Comunicati di RdB in occasione del 24 gennaio, giornata di mobilitazione nazionale per democrazia sindacale, salario e contro lo smantellamento della P.A.



16 ottobre 2010

Lotte di classe in Francia...

Ottobre 2010


Il «problema» delle pensioni è una grande truffa, volta a farci ingoiare misure il cui obiettivo è affatto semplice: farci sgobbare di più, più a lungo, e pagarci di meno... per meglio riempire le tasche dei padroni. Reagire è naturale...

Non si tratta di difendere un sistema pensionistico marcio, o di salvaguardare pretese «conquiste» che ci costringono a lavorare 40 anni, con la sola speranza di potere, alla fine, crepare in santa pace: sprecare la vita a guadagnarsi da vivere. Si tratta di difendersi contro questa nuova offensiva dello Stato e dei capitalisti.

Da che mondo è mondo, la migliore difesa è l'attacco; dunque, riprendiamo il controllo dei nostri interessi!

Scavalchiamo i cani da guardia! Basta coi sindacati, che cercano di controllare il movimento a forza di manifestazioni straccione e pallose, per apparire responsabili e seri, e andare poi negoziare le briciole coi ministri! Basta coi partiti, che pensano soltanto alle loro elezioni e che, se fossero al governo, attuerebbero le stesse riforme!

Reagiamo!
Non seguiamo più le regole del loro gioco!

Lo sciopero è un'arma a nostra disposizione per bloccare l'economia e colpire i nostri nemici là dove fa più male: nel portafoglio.

Lo sciopero non libera solo tempo, ma anche cervelli; per riflettere, discutere, organizzarsi e agire collettivamente, al di là delle categorie professionali: comitati di sciopero, Assemblee Generali interprofessionali, Assemblee Generali di lotta, comitati di quartiere, gruppi di affinità, azioni dirette, picchettaggi, occupazioni, e tutto ciò che si può immaginare per uscire dal quadro sclerotizzato che ci viene imposto.

A noi, il compito di passare all'offensiva e di essere incontrollabili!
È questo che fa paura al potere.
È questo che può farlo vacillare.

Per un movimento reale che abolisca lo stato di cose presente, rompiamo gli argini!

Lavoratori, disoccupati, studenti, liceali...

CONTRO LO STATO, I PADRONI, I PARTITI, I SINDACATI!

TUTTI IN PIAZZA!

La lotta è classe contro classe!
Scioperi, picchetti e tutto ciò che è necessario...


[Dal sito Des Nouvelles Du Front; trad. it. Lmjf]




11 ottobre 2010

A tutti i lavoratori che salgono sui tetti...

N+1 (2010)


Cari lavoratori dell'***,

abbiamo ricevuto il vostro appello [...], al quale aderiamo inoltrandolo ai quasi 3.000 abbonati della nostra newsletter. Ma la totale solidarietà non ci deve impedire di dirvi, fraternamente, che il problema dei licenziati, dei precari, dei cassintegrati e dei disoccupati non è una questione di visibilità mediatica.

Anche nostri compagni si sono trovati a dover lottare per il posto di lavoro in situazioni difficili e l'hanno fatto ricorrendo ai mezzi e ai modi che c'erano, cercando sempre di unirsi ai lavoratori di altre situazioni (con coordinamenti ecc.). Ma hanno sempre sottolineato che la terribile parola d'ordine con cui siamo chiamati a salire sui tetti o a incatenarci, quella del "diritto al lavoro", non è che la triste liturgia di una Religione del Lavoro, quindi del Capitale.

La richiesta classica della nostra classe è sempre stata: drastica riduzione della giornata lavorativa, salario ai disoccupati.

Più una società è capitalisticamente matura, più libera forza-lavoro rendendola superflua. Non si può tornare a sfasciare le macchine come due secoli fa e sarebbe micidiale per noi anche solo immaginare una "guerra tra poveri" che contrapponga il nostro "diritto" a quello di lavoratori di altri paesi, qui o in Cina o altrove. La rivendicazione del "diritto al lavoro" non fa altro che castrare l'istinto di classe per spostare il problema dall'uso della forza alle diatribe avvocatesche intorno a un tavolino e di conseguenza alla disperazione dei gesti "mediatici".

In Italia ci sono ormai circa 10-11 milioni di lavoratori precari, sommersi o comunque "atipici" (calcolo di Luciano Gallino), più milioni di senza-lavoro, specialmente giovani. Si sta introducendo una nuova forma di schiavitù, alla quale non si può rispondere solo con arrampicate sui tetti o incatenamenti davanti alle telecamere.

Piuttosto di incatenarci dovremmo spezzare delle catene, prima di tutto quelle che impediscono di unirci obbligandoci a lottare isolati, ognuno nel proprio posto di lavoro (quando c'è ancora), senza la possibilità di mettere in campo la nostra forza, l'unico linguaggio che i nostri avversari capiscono.

Decine di lavoratori, non solo in Italia, si tolgono la vita a causa dei licenziamenti e delle tensioni sul posto di lavoro. I nostri compagni di classe di un secolo fa non facevano violenza a sé stessi, cercavano di farla all'avversario. Lottavano durissimamente e orgogliosamente contro il lavoro, chiedendo una riduzione della giornata lavorativa. Infatti il Primo Maggio scendiamo ancora oggi in piazza per ricordare gli operai che nel 1886, a Chicago, lottavano per quell'obiettivo. Facciamo in modo che non siano stati fucilati e impiccati invano.

Stanno serpeggiando battaglie alla base del sindacato anche contro i finti schieramenti di "sinistra"al suo interno. Stanno nascendo ovunque coordinamenti di lavoratori decisi, che non ne possono più di farsi rubare la vita. Dove ci siamo partecipiamo. Non possiamo sapere in anticipo quale sarà la soluzione, ma è certo che così sparpagliati non otterremo niente e naturalmente c'è troppa gente che ha tutto l'interesse a farci salire sui tetti a dieci per volta invece che permetterci di scendere in piazza a milioni.

I compagni di N+1,
23 febbraio 2010

7 ottobre 2010

Evviva i teppisti della guerra di classe!

Abbasso gli adoratori dell'ordine costituito!

«Il programma comunista» (1962)


[A proposito dei fatti di Piazza Statuto, Torino, 7-9 luglio 1962]

Non è mai avvenuto, nella storia del movimento operaio, nemmeno nei periodi di più vile opportunismo di partiti e sindacati, che gli operai che insorgono contro le sopraffazioni del capitale e dei suoi lacchè, e che, ricorrendo all'arma dello sciopero, non dimenticano che questo è appunto un'arma, un'arma di guerra sociale, fossero bollati come "teppisti" e come "provocatori" da quelli che sconciamente pretendono di rappresentarli.

I peggiori riformisti potevano deplorare gli "eccessi" ai quali, secondo loro, gli scioperanti si abbandonavano; ma era prassi corrente, alla quale essi stessi si inchinavano, che lo sciopero fosse non già l'innocua manifestazione aziendale, simile a una festa di parrocchia, alla quale oggi lo si vorrebbe ridurre, ma una franca e decisa battaglia dilagante dalle fabbriche nelle vie e nelle piazze; mentre per i comunisti che portavano questo nome non per forza di inerzia storica ma per milizia vissuta, il dilagare dello sciopero dai limiti aziendali e il suo scontrarsi come episodio della guerra di classe nelle forze dell'ordine, non solo era scontato, ma salutato con entusiasmo come un fatto sociale fecondo, perché spezzava le barriere delle convenzioni e delle gerarchie stabilite, e poneva anche la più modesta battaglia rivendicativa al centro di un più vasto gioco di azioni e reazioni sociali, in cui non una singola categoria operaia ma l'insieme dei proletari erano inevitabilmente travolti e recitavano, volenti o nolenti, il ruolo di protagonisti, scrollando dal sonno i dormienti, abbattendo i confini fra settore e settore, opponendo in forma netta e irrevocabile classe contro classe.

Era il risveglio della "santa canaglia", e canaglia era un titolo onorifico, così come oggi teppismo è un titolo di disprezzo; e i combattenti oscuri di queste battaglie aperte erano esaltati e contrapposti al marciume dei crumiri e dei "lavoratori in colletto duro", così come oggi si pretenderebbe che i proletari fossero tutti in colletto duro, crumiri anche quando scioperano, per distinguersi dalla "teppa" dei veri, autentici scioperanti.

Torino proletaria, che i partiti del più sconcio tradimento si sono precipitati a battezzare "teppista", con un servilismo di fronte al quale i vecchi arnesi del riformismo diventano rispettabili, ha fatto né più né meno quello che una tradizione non imbelle insegnava: ridestatasi dal lungo sonno del paternalismo vallettiano e del costituzionalismo e legalitarismo sindacale e politico dei partiti della convivenza pacifica, della democrazia, e imboccata la via dello sciopero, essa è balzata d'un salto – come già negli episodi della Lancia e della Michelin – al disopra di un trentennio di pacifismo sociale, ha ridato sangue e vita al motto marxista che lo sciopero è la "scuola di guerra" del proletariato, non una festa patronale o una celebrazione patriottica.

Violenza? Certo: non era stata violenza la firma, da parte di due sconce organizzazioni cosiddette operaie, di un contratto separato forcaiolo? Non è e non continua ad essere violenza lo sfruttamento al quale sono sottoposte le masse che affluiscono nel grande centro industriale dalle campagne e dal Sud, tallonate da una miseria che lo stamburamento degli "aiuti alle aree depresse" e delle Casse del Mezzogiorno rende ancora più amara, per un salario miserabile e duramente sudato, da consumare nelle bidonvilles del neo-capitalismo, fra il disprezzo venato di razzismo dei borghesi locali (torinesi o milanesi) "evoluti" e degli incipriati figli di papà?

È vano il tentativo, nel quale la stampa e i partiti della costellazione democratica si lanciano concordi, di separare come due fatti diversi e contrastanti lo sciopero della Fiat e gli "incidenti" di Piazza Statuto: il primo sedicentemente pacifico, rispettoso della legalità, in frac e sparato bianco, manifestazione di "coscienza democratica" e di rispetto della legge; il secondo sconciamente piazzaiolo (secondo la versione ufficiale proclamata da tutti) e teppista. I proletari torinesi – è il loro vanto – si sono mossi dal primo fino all'ultimo momento su un terreno di guerra di classe, davanti alla fabbrica e fuori: lungi dal mendicare il riconoscimento del "diritto di sciopero", se lo sono preso, questo diritto, con la forza, e lo hanno affermato come dovere! I cronisti, arrivati buoni ultimi e d'altronde consapevoli delle leggi del mestiere, si sono sbizzarriti a dipingere i fatti di piazza Statuto: nessuno ha descritto l'atmosfera di tempesta davanti ai cancelli della Fiat; nessuno ha parlato degli operai di altre fabbriche che accorrevano per una solidarietà istintiva non solo ad aiutare i fratelli finalmente in lotta, non solo a rincuorarli, ma a premere perché entrassero in lotta e poi non mollassero, né dello schieramento dei proletari decisi a picchettare gli stabilimenti gettando intorno ad essi una rete di corpi umani attraverso la quale nessun "colletto duro" potesse filtrare; nessuno ha fotografato l'immagine in carne ed ossa della divisione della società in classi inconciliabili, nei viali alberati del paradiso neo-capitalistico di Valletta, una marea di proletari coi pugni serrati da una parte, le forze d'ordine e i pompieri sindacali, gli uni e le altre impotenti, dall'altra.

Non c'era il "dialogo", non c'era la "pacifica discussione di problemi di categoria", c'era battaglia, muta ed imperiosa. Non c'era divisione fra proletari "interessati alla vertenza" ed "estranei": erano proletari senza etichetta di dipendenza da nessun padrone, con la sola e gloriosa qualifica di sfruttati in lotta aperta contro gli sfruttatori. Per la morale e la convenzione borghese erano, certo, dei teppisti: chi si rifiuta di subire servilmente i soprusi di una società che è una provocazione continua è, per definizione, il rappresentante della feccia. Per noi, alla Mirafiori o alla Lingotto come a Piazza Statuto, erano la santa canaglia. Sorprese, disorientate, le forze dell'ordine si affidavano ai buoni uffici dei pompieri e dei conciliatori, quelli che per somma ironia si chiamano gli "attivisti" del PCI, del PSI, della CGIL, della CISL: sembrava loro che tutto dovesse finire lì, sul posto e in una rapida sfuriata, certo deplorevole ma inevitabile e forse salutare, come un febbrone che prelude al ritorno della normalità fisica e psichica.

Non fu così. La furia dilagò nelle strade e nelle piazze e, com'era nella sua logica di fatto sociale creativo, trascinò con sé i proletari di tutte le categorie, gli sfruttati di tutte le denominazioni, gli schiavi del miracolo economico, i beffati e gli irrisi della convivenza pacifica. Per un'inconsapevole ironia, essi si concentrarono in Piazza dello Statuto: certo involontariamente, scelsero a teatro della loro collera un "campo di battaglia" intitolato alla prima costituzione borghese italiana, madre della più recente, quella che essi avrebbero dovuto e dovrebbero rispettare con affetto filiale, secondo le direttive della CGIL, con "unità e disciplina democratica" (comunicato della Camera confederale del 7 luglio, dopo gli avvenimenti). E qui, a sentire la stampa borghese, sarebbe avvenuto qualcosa come l'apocalissi, il giorno del giudizio, il diluvio universale.

Santa ipocrisia borghese! I popolani delle Cinque Giornate milanesi sradicarono ben altro che cubetti di porfido e gli equivalenti di allora dei paletti segnaletici di oggi, infransero ben altro che vetri e cristalli, usarono ben altro che temperini o bastoni; fecero le barricate: per l'ideologia corrente, trattandosi di una battaglia risoltasi a favore della nazione e della nascente borghesia italiana, furono degli eroi. I proletari torinesi che si battevano contro il nemico nazionale di classe sono dei teppisti; essi che – troppo miti, troppo generosi – non tentarono nemmeno di erigere una barricata. Nel '48 nazionale e borghese la "teppa" è salutata, blandita e coccolata, fin che fa comodo e salvo le successive repressioni: nel '62 proletario diviene, logicamente, il mostro che leva la sua testa immonda!

E giù fiumi di retorica scandalizzata. "I più non erano metallurgici": come se i proletari non metallurgici non soffrissero sotto lo stesso giogo degli altri! "La manifestazione doveva essere semplicemente sindacale": come se esistesse lotta sindacale che non fosse lotta politica! "C'erano in mezzo dei pregiudicati": come se l'enorme maggioranza degli sfruttati non avesse conosciuto la giustizia almeno per... un furto di gallina, e come se l'enorme maggioranza degli agghindati osservatori borghesi avesse la fedina pulita o almeno (poiché la fedina è elastica come la giustizia di classe) la coscienza netta! "Erano giovani": come se non toccasse appunto ai giovani di dare ai vecchi le braccia muscolose e il cuore intatto, ch'essi più non hanno! Sotto sotto, corre pure una vena sprezzante di razzismo nuovo modello: "i soliti terroni"; figurarsi, non sanno nemmeno fare la loro firma e al processo è tanto se mostrano di sapere il loro nome e luogo di nascita, come chi dicesse "i soliti negri", che poi nella stampa "d'alto livello" diventano gli incolti, gli ineducati, quelli che non hanno avuto la fortuna di andare a scuola, i non ancora castrati dalla cultura ufficiale e dal galateo, gli uomini dalla fronte bassa e dal coltello a serramanico.

Dopo la retorica, i processi per direttissima e le condanne di proletari che non solo i cosiddetti rappresentanti operai non hanno difeso, ma hanno ignobilmente sconfessato.

Erano, ecco tutto, dei proletari autentici, dei senza riserve. Chi li aveva "organizzati"? Si erano organizzati da sé. La "coscienza borghese" non potrà ammettere mai che gli incolti, i diseredati, gli straccioni, sappiano difendersi e sappiano attaccare con una loro strategia istintiva, fatta di una solidarietà che lo stesso sistema di produzione borghese, contro voglia e contro ogni suo desiderio, crea e cementa in loro: non possono accettare l'idea che come per un improvviso fenomeno di liberazione di una forza compressa che trova la sua strada per erompere, quel fenomeno sul quale i grandi militanti rivoluzionari – i Lenin, i Trotskij, la Luxemburg – costruirono non soltanto gigantesche teorie; quell' "assalto al cielo" che Marx esaltò e che è la grande forza della storia e, che è la stessa cosa, della rivoluzione. I proletari scoprano dentro di sé quelle risorse incorrotte di combattività organizzata, di solidarismo istintivo, di abilità e perfino di astuzia nel dirigersi, che hanno sempre fatto la croce delle classi dirigenti e che sono sempre stata la grande forza, la sola forza, degli oppressi, sotto qualunque regime di classe. Per i borghesi, i proletari possono soltanto muoversi come un gregge: se il loro movimento ubbidisce a una logica, a un metodo, perfino ad una strategia, bisogna che ci sia in mezzo a loro qualcuno, e il "qualcuno" per gli idealisti borghesi può essere soltanto l'organizzatore uscito dalle scuole di partito, il provocatore formatosi all'alta accademia della polizia, magari il gesuita travestito. Chi aveva "organizzato", per restare negli esempi della storia borghese, i popolani e le popolane del 14 luglio francese? Chi – per passare agli esempi nostri – aveva organizzato i proletari del quartiere di Vyborg o di Cronstadt nel 1905 e nel febbraio 1917? O la gloriosa canaglia della Comune parigina o berlinese?

Nessuno li aveva organizzati: appunto perciò si erano organizzati da sé. Nessuno era disposto a proteggerli: perciò si difesero. Nessuno ordinava loro di attaccare: ordinarono a se stessi di farlo. C'erano, al contrario, coloro che, come si vanta la famosa Federazione giovanile torinese del PSI, descritta come... estremista, "tentavano di porre ordine invitando alla calma" mentre la polizia caricava: li picchiarono, come sempre, in un secolo e più di battaglie di classe, si sono trattati i cani da guardia del padrone.

Non erano soltanto metallurgici: certo, tutti i proletari avevano capito che in quei giorni si giocava il comune destino di ogni sfruttato. Non erano sempre in regola con la giustizia: per definizione, i proletari non sono mai in regola con la giustizia, se non si lasciano pecorescamente sfruttare. Erano straccioni: certo, li avete resi straccioni voi. Erano incolti: è proprio il fatto che non abbiano digerito la vostra cultura da chierichetti e da macellai che li rende la classe levatrice della storia, come rese tali i sanculotti che voi esaltate solo perché vi prepararono, inconsciamente, la tavola imbandita di due secoli di banchetti.

C'era un provocatore, in mezzo a loro? Certo, ma questo provocatore si chiama la società borghese, il capitale e i suoi sgherri, la vendita quotidiana di forza-lavoro, l'estorsione quotidiana di lavoro non pagato, l'inganno della "libertà di lavoro" e della "libertà del cittadino", la beffa dell'eguaglianza per tutti, la menzogna della democrazia e delle riforme, la realtà del miracolo economico che è, per i proletari, sinonimo di lacrime, sudore e sangue. Tutto questo li ha spinti, giovani prima e vecchi lietamente poi, meridionali e piemontesi, infine uniti!

Falso che li abbia mobilitati il PCI: esso sogna il pacifico viale che conduce non al socialismo, ma alla più miserabile versione dei capitalismo in termini economici, e della democrazia in termini politici. Sciocca e peggio, infine, l'accusa che li abbia mobilitati Valletta: egli non paga nulla, egli si fa pagare profumatamente l'appoggio al governo di centro-sinistra; intasca, non sborsa. Contro costoro e contro tutto lo schieramento del conformismo democratico, si sono battuti gli operai; e non ci fu neppure bisogno che gli dessero l'imbeccata quei "quattro gatti" che sono i rappresentanti fisici di correnti rivoluzionarie (oggi è venuto di moda tirar fuori ad ogni piè sospinto, secondo come gira, o gli anarco-sindacalisti, o noi internazionalisti, o tutti due insieme, mescolati e confusi nella stupefacente ignoranza dei coltissimi e degli intelligentissimi); bastò ad ispirarli, questo sì – e bisogna gridarlo alto e con fierezza – la tradizione accumulata in più di un secolo di lotta non codarda, di predicazione non vile, di battaglia politica, ideologica e organizzativa a viso aperto, che ha come punto di partenza il Manifesto e faro più vicino ma non ultimo l'Ottobre Rosso. Se questa tradizione viva nella memoria subconscia non degli individui ma della classe, e richiamata alla coscienza dalla lotta aperta e dalla sofferenza; se questa tradizione è teppista, è un retaggio da teddy-boy, ebbene, noi siamo pronti a dire con fierezza: viva i teppisti, viva i teddy-boy! Se noi che battiamo quotidianamente sul chiodo di un metodo di lotta che gli operai nella grandi svolte ritrovano da sé, siamo "provocatori", ebbene; siamo pronti a gridare: viva i provocatori! Se poi, oggi, questa furia "teppista" possiamo solo esaltarla contro tutti, non dubitate: ci prepariamo a dirigerla!

La collera proletaria si è scatenata a Torino (e si è scatenata in una misura che è solo, purtroppo, un millesimo di episodi gloriosi del passato, perfino del passato torinese: 1917! 1920!); per tutta risposta, i partiti e le organizzazioni che si dicono operaie hanno gridato, con una precipitazione degna soltanto di lacchè gallonati, allo scandalo. Apriamo le pagine del vecchio Marx nell'Indirizzo del 1850 del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti:

"Ben lungi dall'opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione".

I cosiddetti comunisti e socialisti di oggi non solo non ne hanno preso in mano la direzione (il che era escluso in partenza), ma si sono opposti agli "eccessi" perfino quando erano modesti sfoghi di collera santa – e li hanno sconciamente deplorati: pochi giorni dopo sedevano al tavolo delle trattative con la stessa UIL e con lo stesso padronato contro i quali si era diretta la furia proletaria. Cada sui "deploratori", sui costituzionalisti, sugli esperti in denunzie alla polizia e alla giustizia, il disprezzo e la maledizione di tutti gli sfruttati.

Da "Il programma comunista" n. 14 del 17 luglio 1962

14 luglio 2010

Fiat 1980. Tecnica di una sconfitta

Il soggetto operaio del dopo-FIAT


Premessa
Questo intervento è stato svolto per un convegno dell'area di “Collegamenti - Per l'organizzazione diretta di classe” tenutosi a Milano l'8/9 novembre [1980]. Scritto a caldo immediatamente dopo la chiusura della vertenza Fiat, è un tentativo di fornire alcune ipotesi interpretative, sia sul ruolo svolto dal PCI nella lotta, sia sul “soggetto” e sulle forme di soggettività emerse nel corso della vertenza. È un testo “politico”, forse troppo, ma ciò che ci interessava cogliere e comunicare immediatamente, è la sostanza politica dello scontro. Alcune delle ipotesi qui esposte hanno trovato conferma immediata nelle settimane seguenti: il problema dei “40.000” è divenuto infatti l'asse di una ulteriore riorganizzazione del sindacato che dopo aver sottovalutato e nascosto in maniera criminale la portata di questa “nuova ventata di integrazione sociale”, oggi la rincorre, ponendola al centro di una ennesima politica “anti-operaia”. Altre ipotesi occorrerà verificarle su un periodo di tempo più lungo, come ad esempio la possibilità e le modalità di formazione di un nuovo soggetto sociale antagonista.
Ciò che invece ci sembra sostanzialmente confermata è la politica del PCI. Dopo la Fiat, gli scandali e il terremoto al sud, il PCI si appresta a una nuova “svolta”. Ebbene, di fronte a chi certamente seguirà questa “svolta” con la speranza di una nuova “Grande Sinistra”, noi pensiamo invece che occorra riconfermare il nostro giudizio. A ben vedere la “svolta” implica una prospettiva politica ancor più a “destra” del compromesso storico. E questo non tanto perché l'area del “compromesso” si è allargata fino al buon Zanone e al PLI, ma perché l'“alternanza democratica” ribadisce i contenuti sociali dell'accordo DC-PCI e li amplifica. Ed a togliere le speranze ai “soliti illusi” basterebbero le dichiarazioni di Chiaramonte sulla sostanziale continuità della linea del “compromesso”, nella nuova forma dell'alternanza, che non esclude i ladri democristiani, ma solo quelli talmente idioti da farsi cogliere con le mani nel sacco. Ma c'è dell'altro. I contenuti sociali del “compromesso storico” rimangono inalterati: l'Eur/bis deve riconfermare la “linea dell'Eur”; il nuovo stato etico del lavoro, forte della sana spinta “rinnovatrice” dei “40.000” – che devono essere recuperati, e valorizzati dal partito più che dal sindacato – si presenta ancor oggi come il modello ideale di un “social-capitalismo” efficiente, tecnocratico, incorruttibile. Come dire, lo scenario è immutato, gli attori si sono cambiati la maschera, lo spettacolo può continuare.
1°-XII-1980

1 - Introduzione
Gran parte delle domande riguardanti l'attuale politica si possono riassumere in questa: "Che ne sarà del soggetto sociale del dopo Fiat?" Perché il problema è proprio lui: questo soggetto sociale e politico che che dal '69 ad oggi è stato irriducibile dentro le compatibilità del sistema. Un soggetto sociale inseguito e ricercato da partiti e sindacato, da politici e sociologi, ma quasi mai colto nella complessità delle sue articolazioni. Un soggetto in processo, che ha lavorato a fondo la società italiana, mutandone l'aspetto in modo impressionante in un solo decennio.
Questo soggetto, formatosi a partire dalla fine degli anni '60, dalle Università alle scuole medie, dalle fabbriche all'hinterland della metropoli capitalistica, sembrerebbe, dopo la sconfitta FIAT, aver perso, in parte o completamente, la propria carica trasformativa. Dentro questo soggetto la sconfitta si è consumata su due terreni: 1) quello della cultura e dell'immaginario della sinistra; 2) quello della composizione di classe. Se il '77 ha segnato la fine di una cultura unitaria della sinistra, l'autunno '80 alla FIAT ha ratificato la sconfitta di una composizione politica unitaria della classe operaia. Oggi occorre prender atto – nonostante quanto pensino il "Manifesto" o DP – che la "Sinistra" non esiste più, non esiste come cultura ed immaginario sociale, non esiste come modello sociale antagonista.
Certo, tutto ciò era vero anche dieci anni fa, ma oggi quella che era coscienza intellettuale in rivolta diventa evidente a livello di massa. Negli anni dal '77 a '79, l'immaginario della sinistra è esploso dall'interno di fronte alla soggettività del nuovo movimento, ed è crollato all'esterno sotto i colpi di una crisi internazionale che ha definitivamente liquidato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, i miti del "socialismo reale", di Cuba, del Vietnam e della Cina. Oggi questa "crisi" si sposta dentro la cittadella “operaia” del riformismo, che vive una crisi profonda. Lo riconosce la Rossanda in uno dei più sensati interventi del dopo-Fiat: "Mai la povertà della cultura della sinistra è stata messa a nudo dagli Agnelli come nell'ottobre 1980. Voglio vedere chi parlerà di nuovo modello di sviluppo, di buona, controllata e programmata imprenditorialità, quando non ha avuto niente da dire nel momento in cui la più grande azienda nazionale modificava ambito e regole del suo potere" (Il Manifesto 22.10.1980). Ma se intellettuali, economisti, sociologi, politologi e membri dei Comitati Centrali sono rimasti rigorosamente infrattati ciò non dipende solo da vigliaccheria intellettuale e povertà propositiva. Ciò di cui Rossanda non si accorge – e che costituisce l'equivoco del suo "appello all'unità" – è come oggi non esista più nella sinistra un'istanza riformista.
Il riformismo prevede un impegno di trasformazione, sia pur mediato dalle compatibilità, impegno che il PCI oggi non ha nessuna intenzione di portare avanti, soprattutto per quanto riguarda la fabbrica ed il capitale industriale. Paradossalmente, nel momento di maggior presenza del PCI nella fabbrica, (e sulla natura di questa presenza torneremo in seguito) i comunisti non hanno il benché minimo progetto trasformativo, per quanto riguarda la materialità dei processi produttivi e le relazioni industriali. È nel fuoco della vertenza Fiat che si verifica come nessuna delle proposte tradizionali della “Sinistra” abbia più senso. Né la nazionalizzazione, né il controllo sindacale o statale potevano di fatto rappresentare delle alternative, perché prima che sul piano politico, queste erano ormai fuori gioco su quello ideologico e teorico. Il "governo operaio della crisi" si è svelato per quello che è: la subordinazione totale alla cultura della crisi sviluppata dal Capitale contro la classe operaia. La controffensiva sull'orario di lavoro (35X40) è restata ai margini del dibattito, forse anche perché in essa si esaltava di più la "rigidità" che le effettive capacità di liberazione e trasformazione della produzione, capacità che avrebbero richiesto un punto di vista rivoluzionario sul problema dell'automazione, oggi completamente assente. Oggi la trasformazione marcia solo sul versante del Capitale: la “forza-invenzione” e la capacità di anticipare nuove relazioni industriali sono tutte in mano al cervello collettivo del "Capitale", alla sua Scienza.
La crisi della "cultura" della sinistra rimanda ad una crisi più profonda dentro la composizione, tecnica e politica, della classe. Se il 1977 ha rappresentato la fine di "un immaginario collettivo" della "Sinistra" spaccando verticalmente l'Unità delle sinistre – questo gran calderone dell'opportunismo e della mediazione – esso ha ancor di più messo in luce – con tre anni di ritardo – ciò che è avvenuto all'interno del tessuto reale della classe. La rottura cioè dell'unità di classe, costituitasi negli anni '60 intorno alla figura centrale dell'operaio comune della grande industria. Di fronte a ciò pochi hanno riconosciuto nella "scomposizione", nella creazione di più mercati della forza lavoro, nel decentramento produttivo, un nuovo sistema di produzione e di comando sociale della fabbrica post-tayloristica. Se ci andiamo a rileggere gli interventi di quel periodo troveremo ovunque residui d'illusioni. Illusioni sul ruolo rivoluzionario dei “nuovi soggetti”, illusioni sulle capacità di tenuta della classe operaia centrale, illusioni sulla possibilità di espansione di una democrazia progressiva a prescindere dal nodo dei rapporti sociali nella produzione. Ciò che è necessario riconoscere è come la sconfitta Fiat segni sia la sconfitta della classe operaia centrale, che perde sul terreno della "resistenza", sia la sconfitta dell'operaio sociale, che nella sua separatezza non si costituisce come "autovalorizzazione", ma come valorizzazione capitalistica della forza lavoro mobile e precaria contro la rigidità del settore centrale della classe. Ma rispetto al '77 bisogna cogliere un'ulteriore modificazione. Oggi non ci si limita più ad amministrare la divisione in "garantiti" e "non-garantiti". Attraverso questa divisione si è arrivati a mettere in discussione tutto il sistema delle "garanzie" politiche e sindacali. La tenaglia che dal 1974 ad oggi ha governato la strategia offensiva del capitale si è chiusa intorno al corpo centrale della classe. I tronconi del "lavoratore complessivo" si trovano rigidamente separati, a combattere isolatamente gli uni dagli altri, ed a volte gli uni contro gli altri.

2 - Il Caso FIAT
La vertenza Fiat è stata dunque uno scontro limitato dentro i confini aziendali e dentro condizioni particolari, quali la crisi dell'auto, la ristrutturazione tecnologica, l'eccesso di manodopera. Esso appare piuttosto come logica conclusione di un processo, che affonda le sue radici almeno in quel lontano 1974, in cui la prima massiccia Cassa Integrazione alla Fiat segna l'inversione di tendenza nel ciclo delle lotte operaie degli anni '60-'70. Ci sono voluti sette anni di trincea, c'è voluto l'aggiramento della grande fabbrica attraverso la diffusione del lavoro nero, ci sono volute innovazioni tecnologiche, modificazioni sostanziali del tradizionale ruolo di partiti e sindacati, per sconfiggere l'irriducibilità della classe costituitasi nel '69. Ci sono voluti il terrorismo e la legislazione speciale: l'annientamento politico e militare dell'estrema sinistra. Di fronte a ciò l'offensiva finale alla Fiat suona come una "verifica dei poteri". Si tratta di una gigantesca redistribuzione di ruoli fra sistema d'impresa e stato, fra Capitale e sindacato, fra sindacati e Partito Comunista. Ognuno di questi verifica sull'altro la propria incidenza: tutti esercitano il proprio potere sulla classe.
In questa prospettiva l'offensiva Fiat era anche largamente prevedibile. Il licenziamento dei “61” ne poneva le basi, attraverso un attacco verticale alla composizione politica della classe, incidendo proprio su quel punto critico costituito dal rapporto fra avanguardie, classe operaia e ceto politico piccista e sindacale. Qui si era già manifestata la crisi della composizione politica della classe che non era riuscita ad esprimere nulla d'alternativo alla superficiale difesa sindacale e alla selezione forcaiola del PCI. Il “caso dei 61” ha quindi anticipato lo svolgimento dell'intera vicenda: fin dall'inizio la regia era nelle mani degli Agnelli che hanno sapientemente condotto tutte le fasi dell'offensiva.
Eppure lo svolgimento tattico dell'intera vertenza lascia ancora spazio per un'analisi più approfondita. Perché, se qualcosa di nuovo c'è stato, ciò riguarda il comportamento del PCI, più forse che quello sindacale. La lunga estate di Berlinguer, la polemica con il PSI, il dissidio tra PCI e vertici sindacali sullo 0,50%, sono da analizzare più approfonditamente. Preannunciata dalla contestazione a Benvenuto da parte degli "afghani" del PCI, la virata a sinistra attuata nell'estate-autunno 1980 dal partito del compromesso, ha scompaginato definitivamente la "sinistra extraparlamentare" e merita un'attenzione particolare. È evidente, ad esempio, che la "ratio" interna di questa lotta non risiedeva a Torino, ma a Roma. Le fasi dello scontro erano governate dalle strategie di avvicinamento e di irrigidimento del PCI verso il governo e, soprattutto, dalla polemica con Craxi. È stato già notato come il PCI abbia usato la lotta. Il PCI ha buttato nel gran calderone della "politica" il peso della classe: l'ha sacrificata nella lotta fra bande e corporazioni, in una battaglia "squisitamente" politica per la ripartizione dei poteri. Ma c'è di più. Qualcosa che in questa vertenza non appare chiaro, un senso di disagio nella ricostruzione dei fatti, confermato dallo svolgimento del C.C. del PCI dopo la fine della lotta. Come se tutto fosse preordinato fin dall'inizio, come se la guerra Fiat non fosse che un gigantesco gioco di simulazione, un war-game. D'altra parte, che lo scontro avesse un forte contenuto "simbolico" è chiaro a tutti. Per la Fiat si trattava di riportare una vittoria "esemplare" sulla rigidità operaia; per il sindacato si trattava di una "vertenza simbolica", resa ancor più irreale dalla precedente impostazione del sindacato [stesso]. Come dire che dopo aver permesso la ristrutturazione tecnologica, dopo aver isolato il corpo centrale della classe dalla complessità sociale, questo sindacato si batteva contro i licenziamenti. E tutto ciò dopo che la FIAT aveva già effettuato quasi 1.300 licenziamenti sotterranei di avanguardie, dal 1978 in poi. Che non si trattasse di "necessità industriali" per un restringimento della base produttiva è dato scontato. La struttura stessa del mercato del lavoro nella grande fabbrica torinese permette una certa agilità di manovra, attraverso il blocco del turn-over, il prepensionamento, i licenziamenti concordati.
Per la Fiat il problema non è mai stato quello di una semplice riduzione quantitativa dell'organico, ma quello di una riduzione integrale della forza-lavoro dentro un nuovo assetto, di relazioni industriali, che la facesse finita con l'insubordinazione e l'autonomia nel processo produttivo. Da qui la debolezza del sindacato, che su queste questioni era schierato oggettivamente con la “Fiat”, tanto è vero che mentre la vertenza era in pieno svolgimento, il sindacato lanciava una campagna forsennata contro l'assenteismo all'Alfa-Sud. Ciò che era "naturale" aspettarsi fin dall'inizio era un accordo bidone classico, che convergesse sulla questione della produttività, mascherando in parte i licenziamenti. Ma è proprio questo che non avviene: il sindacato, messo sotto pressione dal partito comunista, accetta lo scontro frontale e simbolico.

3 - Il PCI alla Fiat
Qui la questione non è tanto limpida, a meno di non credere a un Berlinguer che dopo dieci anni di compromesso storico riscopre la "centralità della classe operaia". Anche se a "Il Manifesto" e a DP ciò pare possibile, a noi sembra totalmente privo di senso. E in questa direzione, il dibattito tenutosi immediatamente dopo la sconfitta, che conferma la sostanziale continuità della "linea Berlinguer" sul compromesso, ci sembra togliere spazio a qualsiasi illusione. Certo è che invece la "svolta" del PCI nell'estate-autunno del 1980 contribuisce a rendere ancor più carica di simboli la vertenza. Quest'inversione provoca un'improvviso rovesciamento dei ruoli classici instaurati fra PCI, sindacato e classe operaia torinese. Francesco Ciafaloni, in uno dei più lucidi interventi sulla sconfitta Fiat, così descrive la situazione creatasi nella classe a Torino in quei giorni. "I torinesi, che hanno il problema in casa e sono abituati a camminare inclinati quarantacinque gradi a sinistra per reggere il richiamo delle confederazioni, e che hanno anche loro una forte tendenza a caricare di simboli la vertenza – perché la centralità emblematica della Fiat è anche la loro centralità –- restano di colpo senza contrappeso: si trovano di nuovo sostenuti dal loro partito, che li ha dispersi e percossi" (Il Manifesto 25.10.1980). Priva di contrappeso la classe operaia torinese si trova lanciata a tutta velocità contro il "muro" Fiat. Il PCI riacquista dopo anni un ruolo centrale nell'organizzazione della lotta. Ritorna un clima e una cultura vetero-comunista. Anche ciò contribuisce a rendere irreale la lotta.
Il soggetto sociale che regge lo scontro è un soggetto sociale "vecchio". Vecchio come composizione prima che politicamente. È come se tutti i nuovi soggetti emersi nelle lotte dell'estate '79 – che avevano allora impegnato al livello più alto la lotta dentro i nuovi processi produttivi, dentro l'automazione e l'informatizzazione dell'azienda – operassero invece adesso una sorta di "delega" verso la vecchia composizione di classe. Una composizione rigida, sì, ma rigida in difesa. Non a caso la lotta non percorre l'articolazione produttiva, come nel '79, non è guerriglia dentro la produzione, ma guerra di trincea contro il "padrone". Una guerra che nei “picchetti ad oltranza” trova la sua rappresentazione simbolica, ma anche, oggi, la sua maggior debolezza. Assistiamo ad una divaricazione pazzesca fra composizione tecnica e politica della classe. Eravamo abituati a veder marciare insieme questi due aspetti: oggi invece di fronte ad una composizione tecnica mutata, modernamente razionalizzata dall'introduzione dell'automazione, della cibernetica, della flessibilità delle lavorazioni, troviamo una composizione politica anni '50, egemonizzata dal Partito prima che dal sindacato. Come dire che la coscienza politica è posta fuori dalla fabbrica, esternamente ai rapporti di produzione, e a questo punto deve fare i conti con una società "normalizzata", con la cappa di piombo calata da alcuni anni sulla società civile, grazie anche e soprattutto alla politica di pacificazione sociale condotta dal PCI.
Mancano dunque i protagonisti dell'estate del '79, mancano anche tutti gli altri: i soggetti sociali delle lotte sulla casa degli anni '70, il proletariato urbano delle donne, gli studenti. La classe si trova da sola, come negli anni '50: lo sciopero nazionale riesce nell'industria, ma fallisce al sud, nel pubblico impiego nei servizi. Per non parlare poi dei "non garantiti", dei disoccupati del proletariato giovanile, totalmente estraneo alla vicenda.
L'occupazione, che avrebbe riportato a Torino il clima necessario ad una nuova ricomposizione, un laboratorio prezioso per la classe intera, viene accuratamente evitata. In compenso, il picchettaggio esterno logora la classe in un impegno puramente politico e simbolico. Scontato il finale: i “40.000” rappresentano l'emergenza di un blocco sociale della cui entità tutti erano consapevoli. Improvvisamente lo scontro si trasforma in una rotta, viene siglato l'accordo, peggiore quasi della prima proposta Fiat; il PCI, da nerbo d'acciaio della lotta, diventa il principale accusatore della classe, a cui rimprovera, dopo 35 giorni di lotta, di non "rispettare la civile convivenza nelle assemblee!"

4 - Il sindacato dei consigli
Se alla chiusura delle vertenze facciamo i conti in tasca ai protagonisti sociali e politici troviamo che la Fiat ha ottenuto più di quanto aveva inizialmente richiesto, non solo perché i licenziamenti sono subordinati alle sorti dell'azienda, ma soprattutto perché ciò che ha ottenuto l'ha conquistato con una vittoria campale sul sindacato, ridimensionandone così il potere. Gli operai torinesi, oltre a perdere 60 miliardi di salari, vedono irrimediabilmente compromesso il proprio potere in fabbrica. Inutile farsi illusioni: gli operai posti fuori dalla Fiat sono ormai fuori dal tessuto sociale della fabbrica, i “gruppi omogenei” difficilmente reggeranno la controffensiva dei "capi" e della gerarchia di fabbrica. I capi, dal canto loro, si trovano al centro di un processo sociale restaurativo che ha già degli interlocutori nell'area laico-socialista e verso cui il PCI sta già reimpostando una strategia d'avvicinamento. La sconfitta diventa una palla che PCI e sindacato fanno rimbalzare fra di loro, finché rimane in mano al protagonista materiale della lotta: il sindacato dei consigli.
È questa del sindacato dei consigli una "vexata questio" della sinistra italiana. Fiore all'occhiello del sindacato, bestia nera dei burocrati, il sindacato dei consigli nasce nel '69 sulla scorta della più grande operazione giacobina mai lanciata dal PCI nei confronti del movimento operaio, perché – è bene ricordarlo in questo periodo di memorie e pentimenti – l'Autunno caldo nacque e si sviluppò all'esterno della struttura sindacale. "Siamo tutti delegati" non fu slogan studentesco, come molti oggi vorrebbero, ma espressione alta di una spontaneità operaia costituitasi fuori e contro il sindacato. Il sindacato dei consigli venne dopo, come prima istituzionalizzazione di un'esperienza – dio ci perdoni – anti-istituzionale e rivoluzionaria. Esso fu la prima mediazione fra il nuovo movimento e il vecchio movimento operaio, fra il '68-'69 e i grigi anni '70.
A distanza di dieci anni, anche questa esperienza consiliare era diventata inconciliabile al clima di nuove compatibilità espresse nella strategia del compromesso storico. Se andiamo a rileggere la storia di questi anni del compromesso, risulta evidente come la linea del PCI si sia infranta metodicamente su due scogli alla sua sinistra, fra i tanti che aveva alla sua destra. Essi erano da una parte il movimento dei “non garantiti”, dall'altra la rigidità operaia ad accettare la linea dell'Eur, rigidità consolidatasi nei consigli, ultima espressione, sia pur mediata, di una volontà assembleare della classe. Per sconfiggere il "movimento" è stata necessaria la più selvaggia campagna di repressione che si sia mai abbattuta su un movimento di sinistra europeo dal dopoguerra ad oggi. Per sconfiggere il sindacato dei consigli è stato necessario simulare una lotta per gestirne la sconfitta. È questa la sostanza politica del "caso Fiat", sostanza confermata dal successivo dibattito al C.C. del PCI, dove un caso come quello della Fiat è passato quasi indolore nel dibattito.
La “linea-Amendola” contro cui si levarono gli scudi di tutta la sinistra, è oggi oggettivamente passata in modo quasi indolore nel dibattito. Ed è passata non nella rigida staliniana contrapposizione fra Partito e Classe, come proponeva Amendola, ma nella più aggirante strategia compromissoria del gesuita Berlinguer. Il PCI s'è di fatto limitato ad abbandonare alla sua dinamica interna, alla forza d'inerzia che ancora esprimeva, il soggetto sociale della Fiat. Soggetto che esprimeva sì una composizione di classe vecchia sul piano della ristrutturazione interna del ciclo di fabbrica e della nuova stratificazione del mercato della forza-lavoro, ma che ancora rappresentava l'ostacolo più "scomodo" per la razionalizzazione che il PCI tende ad introdurre nei meccanismi produttivi del capitale in Italia. Così, da parte comunista si è assistito cinicamente alla sconfitta di un intero comparto di classe che andava consumando fino in fondo la sua esperienza e la propria valenza politica. Un soggetto che era stato il centro della "trasformazione" e delle aspettative di comunismo nell'Italia dagli anni '60 agli anni '70, e che ora consumava da solo la propria distruzione.
Il PCI, d'un sol colpo, raggiungeva due obiettivi: si riaccreditava come "il partito operaio" e contemporaneamente liquidava definitivamente ogni variabile "impazzita" alla sua sinistra. Dimostrava, attraverso la sconfitta della linea “massimalista” la giustezza della sua impostazione “revisionista”. Certo l'operazione ha costi enormi: ma il PCI da anni non fonda più la sua forza sulla forza operaia. Anzi, la forza del PCI è inversamente proporzionale alla forza della classe. Il partito è l'amministratore della "passività", non dell'azione di classe. Sgombrato il campo da quella variabile impazzita costituita dal sindacato dei consigli, in quanto residua espressione dell'autonomia decisionale della classe, il PCI può riaccreditarsi come partito di tutta la classe, in vista di una nuova fase di compromesso e di nuovi equilibri. Sullo spazio, ormai normalizzato della società, oggi la "politica" del "compromesso" può ritornare al gioco delle parti, può amministrare la complessità sociale senza correre il rischio di un deficit di legittimazione. Di più, si può dire solo che il PCI ha fatto più danni nella sua breve estate d'opposizione, che in tutti gli anni di compromesso.

5 - I “40.000”
La lotta Fiat è ben lungi da costituire una sconfitta aziendale: costituisce la sconfitta di un "soggetto sociale", della possibilità stessa di formazione di un soggetto sociale antagonista fuori e contro la legge della valorizzazione capitalistica. È in questa prospettiva che va colto il fenomeno dei 40.000. L'estrema sinistra tende invece a sottovalutarlo o a ridurlo a semplice movimento "reazionario" dei capi. I 40.000 non sono solo capi, ma anche operai ed impiegati. Sono la punta emergente di una trasformazione sociale che avviene dentro il lavoro produttivo. All'origine vi sono cause diverse: dalla vecchia e reazionaria collocazione anti-operaia dei capi e dei guardiani, alla dequalificazione e delegittimazione del comando che ha investito settori di impiegati e capi, dopo l'automazione e informatizzazione di alcune linee di montaggio. Vi è anche la nuova gerarchia di fabbrica, tecnici adibiti a funzioni di controllo e di supervisione alle linee automatizzate ed ai robot. Qui si vanno a saldare le campagne per una maggior qualificazione e per una maggior diversificazione salariale. Si saldano non sul versante riformista, ma su quello della subalternità integrale al comando capitalista. Destino forse immutabile della classe: se la soggettività non diventa rivolta collettiva, movimento contro la legge del valore-lavoro, essa sarà invece richiesta di valorizzazione della propria forza-lavoro individuale all'interno della scala gerarchica capitalista.
L'operaio come merce, altro che la società dei "produttori" di Trentin! Il dato nuovo è però nel fatto che questa "subalternità" oggi si organizza soggettivamente contro il resto della classe. Acquista dignità "politica", e trova interlocutori, nell'area socialista di Craxi, nella Confindustria, ma anche nel PCI. Ecco come Aris Accornero risponde a una domanda postagli dal "Manifesto" sulla collocazione politica dei capi: "...devo dirti che i capi a me sembrano più vicini al PCI che al sindacato. Loro criticano il sindacato, ma non è una critica qualunquistica: nel sindacato non trovano alcune ragioni che trovano invece nel partito comunista (...). Questo conferma la mia ipotesi: si tratta di uno strato sociale che ha ascendenze politiche e ideologiche che non ci sono antitetiche. Per dirla in termini semplici: i capi non sono necessariamente nemici, dipende da noi portarli o meno dalla nostra parte, capire le loro esigenze." (“Il Manifesto”, 26 novembre 1980). Ancora una volta il partito come istanza politica contro un sindacato eccessivamente dominato dall'"operaismo ingenuo".
I 40.000 della "Fiat-sana-che-lavora" alla fine hanno molti più punti di contatto con il PCI del "giusto profitto", dell'"equo riconoscimento delle capacità professionali", dell'"efficientismo aziendale" e della "moralizzazione della cosa pubblica", che non con il sindacato dei consigli, dove un quadro di "operatori sindacali" più o meno attraversati dal '68-'69, più o meno legati alla "nuova sinistra", esprimevano ancora rigidità e intolleranza verso la linea dell'"Eur" e la normalizzazione sociale. I 40.000 non rappresentano oggi la "vandea piccolo borghese" da sempre usata storicamente dal padronato contro la classe operaia. Qui siamo davanti a settori di classe operaia che si sono riciclati dentro il processo produttivo, andandosi a funzionalizzare definitivamente dentro il processo di accumulazione capitalistica. Sono lavoro vivo soggettivamente incorporato nel lavoro-morto, nel sistema di macchine che esprime la razionalità del Capitale. Non si tratta né di aristocrazia operaia, né di "nuova professionalità": qui siamo di fronte al fatto che è l'ideologia del capitale stesso a far presa nel corpo di classe. Questo settore sociale di “disgraziati” che ricercano una propria identità non nella lotta, ma nel lavoro, nella gratificazione di sentirsi parte di una macchina collettiva finalizzata alla riproduzione sociale capitalista: sono questi i "nuovi lumpen" della società post-tayloristica, gli uomini senza qualità su cui oggi può nascere l'ipotesi di una società totalmente organizzata dal Capitale. Si tratta di vedere chi per primo sarà il “portavoce politico” di questa soggettività, se il “laburista” Craxi o "il real-socialista" Berlinguer. E se per il PSI e parte del padronato si tratta di giocare questo strato sulla linea dell'"anticomunismo viscerale", per il PCI occorre invece porli al centro di un "blocco storico" produttivo contro l' "immoralismo" democristiano.
Siamo di fronte, oggi, da parte comunista, al tentativo di definire un "laboratorio sociale" per un modello di comunismo che è ancora una volta quello dell'"agiografia" più becera dell'armamentario teorico del PCI: la società dei produttori, l'etica del lavoro abbinata ad un'equa ripartizione della ricchezza sociale in chiave di efficientismo e di qualificazione. Il PCI, nel dopo-Fiat, si misura direttamente su questa "nuova soggettività", certo teoricamente a lui più vicina di quanto non lo siano gli "operai incazzati", i giovani proletari, le nuove leve operaie della stessa Fiat, da Adalberto Minucci definite il "fondo del barile". D'altronde, l'intero PSI, con Craxi in testa e Benvenuto quinta colonna sindacale, sta sviluppando questa cultura della crisi, cinica e “laburista”, in grado di compattare un blocco sociale "razionalizzatore" e laicamente inserito nello "Stato delle Corporazioni". Il rischio è oggi che il "movimento dei 40.000" si estenda, al di là della sua composizione sociale originaria, verso strati rilevanti di vera e propria classe operaia. Una classe a cui il PCI e il sindacato hanno fatto comprendere di persona "l'inutilità della lotta", e che oggi spingono verso nuove forme di integrazione sociale.

6 - Soggettività ed automazione
In questo processo di atomizzazione del lavoratore collettivo, la diversificazione salariale e professionale comporta una nuova organizzazione capitalista del "sapere operaio". Una nuova organizzazione dei saperi individuali in un'organizzazione funzionale allo sviluppo tecnologico del Capitale. Qui è il capitale stesso a sviluppare una “cultura del soggetto”: l'operaio non più come "oggetto inerte" ed appendice delle macchine, ma come soggetto produttivo integrato nella fabbrica automatica ed informatica. Per questo la vertenza Fiat ha assunto una caratteristica generale: l'offensiva punta a rimuovere non solo la rigidità quantitativa della forza lavoro, ma anche la sua rigidità qualitativa, la sua autonomia.
Nella fabbrica taylorista le lotte dell'operaio-massa avevano scoperto come ribaltare la struttura del lavoro alla catena contro l'organizzazione capitalistica della produzione. La rigidità della catena diveniva rigidità operaia, attraverso tutto un processo di articolazione della lotta in grado di scoprire le debolezze del sistema tayloristico di produzione. L'operaio ridotto ad "oggetto" dall'organizzazione capitalistica del lavoro, scopriva una propria "soggettività antagonista" fuori e contro quest'organizzazione. Con l'introduzione alla Fiat, ad esempio, del sistema "Digitron", basato su sistemi automatici di produzione e su una fitta rete di "informazioni" elaborate elettronicamente, cambia totalmente la posizione dell'operaio rispetto alla produzione. Alcuni spezzoni del piano di produzione devono essere gestiti dal basso, e d'altronde è necessaria una "cooperazione" fra lavoro operaio e intelligenza produttiva cristallizzata nel sistema di macchine. Senza addentrarci nell'analisi complessiva della fabbrica post-tayloristica, analisi che richiederebbe altro tempo ed altro spazio, quello che ci preme sottolineare sono alcuni aspetti immediatamente politici. Il nodo centrale ci sembra quello di questa nuova “soggettività integrata”, di questa “politicizzazione in negativo” di cui i 40.000 rappresentano, a nostro avviso, solo un'avvisaglia.
La fabbrica post-tayloristica ha dunque bisogno di un nuovo rapporto fra sistema produttivo e lavoro. Ha bisogno di una ridefinizione del lavoro non in contrapposizione al sistema di macchine, ma socialmente integrato ad esse. Ha bisogno cioè di una "cooperazione", di una partecipazione soggettiva alla produzione, superiore a quella della "catena" taylorista. Essa richiede uno sfruttamento complessivo della forza-lavoro: non più solo estorsione di lavoro fisico, ma un inglobamento del soggetto nella produzione, come fattore "intelligente" accanto all'intelligenza oggettivata nel sistema di macchine.
La rottura della rigidità della catena è nello stesso tempo rottura della rigidità operaia di un intero mondo di rapporti sociali costituitosi in decenni di lotte, di trasformazioni e di potere operaio nella produzione. È un processo di spaccatura verticale del corpo di classe, su cui inizia ad incidere direttamente l'ideologia capitalista. Un processo che a partire dalla trasformazione dei rapporti materiali di produzione, tende a riproporre una “logica aziendale”. Una logica attraverso cui il profitto diventa il fine supremo intorno a una società civile trasformata in società- fabbrica. A partire dalle microcellule produttive, dagli operai, fino al tentativo di razionalizzazione complessiva dello Stato come fabbrica-del-piano. (E qui bisogna valutare una certa simpatia di [alcuni] gruppi capitalistici privati verso i modelli del “socialismo industriale” che si spingono ben al di là dello scenario attuale della guerra fredda).
È in questo quadro che muta il soggetto rivoluzionario. Modificazione che avviene direttamente dentro i rapporti di produzione, e non all'inverso nella soggettività astratta dell'ideologia, come sembrano credere i teorizzatori del “ritorno al privato” e del “riflusso”. La storia di questi dieci anni è la storia delle trasformazioni del soggetto a partire dai rapporti di produzione. Questo ci ha permesso in passato di fondare una critica della politica a partire dai rapporti di produzione, dalla forma cioè del rapporto operai-capitale dentro il sistema sociale capitalista. Questo ci può permettere oggi di formulare una critica del “soggetto” fondata materialisticamente, adeguata alla trasformazione sociale e produttiva in atto. In altri termini, oggi il "soggetto" non è la libertà della politica contrapposta alla "necessità" dell'economia, né tanto meno la volontà rivoluzionaria pura. Il soggetto non esiste che dentro rapporti di produzione; è funzione di questi rapporti, che ne costituiscono il suo limite e la sua oggettività. Qui è tutta la scoperta marxiana della "duplicità della forza-lavoro"; forza di valorizzazione del Capitale, da un lato, agente storico sociale, autonomia, dall'altro.
Oggi, il Capitale tenta di governare entrambi i lati di questa soggettività. Tenta di ridurre la "soggettività" in "partecipazione attiva" al processo di accumulazione capitalista. La rigidità classica della forza-lavoro ha subito alla Fiat un duro colpo. Il Capitale avrà per un dato periodo di tempo mano libera. Per un periodo di tempo, non sappiamo ancora quanto lungo, l'attività sarà sotterranea: la classe non riuscirà ad esprimere una "soggettività antagonista complessiva".
Mai come oggi è necessario passare attraverso la produzione, attraverso i suoi mutamenti, le tecnologie e le nuove strutture di relazioni aziendali. Passarci attraverso per comprendere dove la classe può trovare punti per sviluppare una nuova strategia offensiva. Si tratta di saper ricostruire una "teoria del soggetto" a partire dai rapporti di produzione e dalla loro trasformazione. Si tratta di anticipare le mutazioni indotte dallo sviluppo capitalistico. Non basta più giocare la complessità del sociale contro la rigidità del sistema. Perché ormai il sistema conosce queste regole: la complessità, la molecolarizzazione del movimento costituiscono nuove forme di “governo sociale”. Nessun movimento “parziale” riuscirà a vincere oggi, perché la parzialità ne sarà il limite insormontabile.
Con la sconfitta alla Fiat sono crollate una serie di ipotesi intermedie: si annulla la strategia di un settore del sindacato – specie nella CISL – di portare avanti un sindacalismo duro, “all'americana”, perché la rigidità della forza lavoro è ormai compromessa dall'interno e non esistono più le condizioni per una "americanizzazione" dello scontro. Altre cose spariscono, subiscono un riflusso, ma non vengono sconfitte completamente. Noi crediamo che i nuovi comportamenti emersi alla Fiat, ad esempio nelle lotte del '79 non siano stati liquidati, né sia possibile liquidarli del tutto. Perché essi non erano dentro la sconfitta dell'autunno '80. Ciò che viene liquidata è la cerniera fra il movimento operaio degli anni '60-70 e la tradizione della "Sinistra". Come dire che quella che viene sconfitta definitivamente è l'ipotesi che aveva guidato l'agire dei gruppi extraparlamentari, dalla sinistra sindacale ad alcune esperienze dell'“autonomia organizzata”.
Se ora spostiamo l'analisi sulla composizione di classe, sembra di vedere, al di là del fumo della sconfitta, una nuova configurazione, quantomeno lo scenario possibile per un nuovo ciclo di lotte operaie. Perché, se vi sarà un prossimo "movimento", essa non riguarderà più la "difesa della forza-lavoro", ma metterà in discussione la struttura stessa del lavoro: dovrà misurarsi non più con il comando e la gerarchia di fabbrica, ma con il sapere incorporato nelle macchine, con l'intelligenza produttiva immessa direttamente nel ciclo produttivo dalla nuova organizzazione del lavoro. Le lotte del '79 riguardano questo livello dello scontro, e non altri. Lotte che si svolgono direttamente nella produzione, dentro quell'insieme di automazione e cibernetica applicata allo sfruttamento complessivo dell'operaio, che costituisce la struttura attuale della produzione capitalista; lotte che richiedono un "soggetto" nuovo, una capacità soggettiva di essere "fuori" da tutti i meccanismi d'integrazione sociale. Se il Capitale sviluppa una "cultura del soggetto", un'integrazione della forza lavoro, in quanto soggetto, nella produzione, allora l'alternativa radicale è "chiamarsi fuori" del tutto, come individuo sociale non più mediato dalla dialettica lotta-ristrutturazione-lotta. La costituzione di un "soggetto sociale" nella produzione che non è più solo "antagonismo" e "rigidità", ma che comincia ad essere comunismo. Costruzione pratica di una società altra, rispetto a quella del Capitale.
Oggi, questa estraneità è vissuta ancora in termini negativi di marginalità auto-distruzione e penuria. Si tratta di ribaltarla nella ricchezza di una "società civile proletaria" contro lo Stato del Capitale. In questo la lotta "polacca" contiene un insegnamento, al di là delle differenze di situazione, e di composizione di classe. Di fronte a una società politica e a rapporti di produzione organizzati in modo totalitario, l'alternativa radicale è quella della costruzione di una società civile antagonista, di una totale estraneità alla dialettica del potere. La forza dell'estate polacca, al di là delle mediazioni svolte dalla Chiesa e da settori del partito, è stata questa "illegalità" di massa. Una strategia della contro-società, che svuota di senso politico l'organizzazione totalitaria del potere. Ciò che ormai appare evidente, è che non si può più concepire la lotta nei termini "leninisti" del “potere-contropotere”, dello Stato e dell'Antistato. O si riesce a contrapporre alla miseria del capitalismo la ricchezza dispiegata di una progettualità sociale superiore, oppure l'alternativa sarà ancora per molti anni la barbarie. Una barbarie in cui la combinazione di "capitalismo" e "socialismo", al di là della simulazione di una catastrofe continuamente rinviata, sarà l'uguaglianza dell'oppressione.
Se il salto tecnologico e scientifico, che già appare prepotentemente oggi, viene gestito nella "forma capitalistica di produzione", nessuna forza riformista, nessun compromesso potrà evitare "l'apocalisse" di una società totalmente organizzata dal capitale. Già in questi dieci anni qualcosa è emerso, ma troppo presto riassorbito da ipotesi politiche logorate, da progetti legati ad una tradizione che ora appare definitivamente liquidata. Ancora una volta il Capitale ha alzato il livello dello scontro, è stato costretto a modificazioni radicali della sua struttura e composizione della lotta operaia. Oggi ha l'iniziativa in mano. Non potrà tenerla troppo a lungo.

" CE N'EST QU'UN DEBOUT CONTINUONS LE COMBAT"

Roma 1°/XII/'80

Per la redazione di Roma di
"Collegamenti - per l'organizzazione diretta di classe":
Marco Melotti
Franco Lattanzi