Les Mauvais Jours Finiront interrompe (temporaneamente?) le pubblicazioni. Resta comunque on-line affinché rimangano accessibili i documenti pubblicati. L'Autore considera il lavoro di cernita, editazione, elaborazione dei materiali sin qui svolto, come propedeutico alla nuova esperienza – per molti versi affatto diversa – alla quale prende parte, quella del gruppo informale / rivista "Il Lato Cattivo". (Gennaio 2012)
(blog)

«(...) la rivoluzione non ricerca il potere, ma ha bisogno di poter realizzare le sue misure. Essa risolve la questione del potere perché ne affronta praticamente la causa. È rompendo i legami di dipendenza e di isolamento che la rivoluzione distrugge lo Stato e la politica, appropriandosi di tutte le condizioni materiali della vita. Nel corso di questa distruzione, sarà necessario portare avanti misure che creino una situazione irreversìbile. Bruciare le navi, tagliarsi i ponti alle spalle. La vita nova è la posta in gioco e, al contempo, l'arma segreta dell'insurrezione: è dalla capacità di sovvertire le relazioni materiali e trasformare le forme di vita che dipende la vittoria.
«La violenza rivoluzionaria sconvolge gli esseri, e rende gli uomini artefici del proprio divenire. Essa non si riduce a uno scontro frontale, reso improbabile dall'evidente squilibrio di forze esistente; e gl'insorti scivolerebbero sul terreno del nemico se adottassero una logica militare tout court. La guerra sociale mira piuttosto a dissolvere che a conquistare. Non temendo di mettere in gioco passioni, immaginazione e audacia, l'insurrezione si fonda sulla dinamica dell'autogenesi creativa.»

(«NonostanteMilano»)

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«Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, apparve una differente prospettiva (...): il rifiuto della forma-partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione «politica» e rivoluzione «sociale» (o «economica»), cioè della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di un nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finisca inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione.»

(Karl Nesic, L'appel du vide, 2003).

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«È la situazione in cui il proletariato si trova, a innescarne l’azione: la coscienza non precede l’atto; si manifesta solo come coscienza dell’atto stesso.»

(Gilles Dauvé, Le Roman de nos origines, 1983)

2 gennaio 2009

Critica del partito rivoluzionario

di Anton Pannekoek (1936)


[Anton Pannekoek (1873-1960) é stato uno dei più lucidi teorici della sinistra comunista tedesco-olandese, meglio nota come comunismo dei consigli. Il testo che qui presentiamo apparve per la prima volta sulla rivista Rätekorrespondenz nel 1936.]

Noi ci troviamo attualmente solo agli inizi di un nuovo movimento operaio. Il vecchio movimento si incarna nei partiti, e la credenza nel partito costituisce oggi il freno più potente per la capacità d’azione della classe operaia. Per questo noi oggi non cerchiamo di crearne uno nuovo; e non perché siamo troppo pochi - qualunque partito è piccolo all’origine - ma perché oggigiorno un partito non può essere altro che un’organizzazione che mira a dirigere e a dominare il proletariato. A questo tipo di organizzazione, noi contrapponiamo il seguente principio: la classe operaia potrà affermarsi e vincere soltanto a condizione di prendere essa stessa in mano il proprio destino. Gli operai non devono adottare religiosamente le parole d’ordine di un gruppo qualsiasi - e neppure del nostro - ma devono pensare da soli, decidere e agire loro stessi. Ed ecco perché, in questo periodo di transizione, noi pensiamo che essi possono trovare degli organi di chiarificazione naturali appunto nei gruppi di lavoro, nei circoli di studio e di discussione, che si sono formati spontaneamente e che cercano da soli la propria strada.
Questo modo di vedere si trova in flagrante contraddizione con le idee tradizionali riguardanti il ruolo del partito come organo di chiarificazione essenziale del proletariato. Ne consegue che esso incontra una resistenza ed anche una ferma opposizione in numerosi ambienti, che pure non vogliono più avere nulla a che fare né con il partito socialista né con il partito comunista. Da un lato, certo, ciò è dovuto alla forza della tradizione: quando si è sempre vista la lotta di classe come una lotta di partito e come una lotta fra partiti, è assai difficile riuscire a vedere il mondo esclusivamente sotto l’angolo visuale della classe e della lotta di classe. Ma, in parte, ci troviamo anche di fronte all’idea chiara secondo cui, nonostante tutto, al partito deve spettare un ruolo di primo piano nella lotta del proletariato per la propria emancipazione. Vediamo ora di esaminare più da vicino questa idea.
Essa trae origine dalla seguente distinzione: mentre un partito è un raggruppamento sulla base di certe idee, una classe è un raggruppamento sulla base di interessi comuni. L’appartenenza a una classe è determinata dalla funzione svolta nel processo di produzione, funzione che ha come conseguenza degli interessi definiti. Appartenere a un partito significa invece legarsi ad un insieme di persone che hanno dei punti di vista identici per quanto riguarda le grandi questioni sociali.
Fino a poco tempo fa si credeva, per delle ragioni teoriche e pratiche, che queste differenze fondamentalmente scomparissero all’interno del partito della classe, il "partito operaio". Durante il periodo di grande sviluppo della socialdemocrazia si diffuse l’impressione che questo partito avrebbe inglobato a poco a poco tutti i lavoratori, in parte come militanti, in parte come simpatizzanti. E dal momento che la teoria enunciava che interessi identici devono necessariamente generare idee e scopi identici, si andava sempre più cancellando - così si credeva - la distinzione tra partito e classe. Ma nulla di tutto ciò avvenne. La socialdemocrazia restò una minoranza, e per di più comincio ad essere oggetto di attacchi da parte di nuovi gruppi di operai: conobbe parecchie scissioni, mentre il suo carattere originario subiva delle metamorfosi e certi articoli del suo programma venivano revisionati oppure interpretati in un senso completamente diverso rispetto a prima.
La società non si sviluppa in modo continuo, senza sbalzi e contraccolpi, ma passando attraverso lotte e antagonismi. Nello stesso momento in cui cresce l’ampiezza della lotta operaia, cresce la forza del nemico; l’incertezza e il dubbio sulla via giusta da scegliere rinascono in continuazione nello spirito dei combattenti. E il dubbio è fattore di scissioni, di dispute intestine e di scontri di tendenze in seno al movimento operaio.
E’inutile deplorare queste divisioni e queste lotte di frazione come una cosa dannosa, che non dovrebbe esistere e che riduce i lavoratori all’impotenza. L’abbiamo detto più volte in questa rivista: la classe operaia non è debole perché divisa, ma è al contrario divisa perché debole.
E la ragione per cui il proletariato deve mettersi alla ricerca di nuove vie dipende proprio dal fatto che l’avversario dispone di una forza e di un potere tali che gli antichi metodi rimangono inefficaci. E la classe operaia non troverà la via giusta per magia, bensì a prezzo di duri sforzi, di un lavoro di riflessione, attraverso lo scontro di opinioni divergenti e conflitti accaniti di idee. Spetta alla classe operaia trovare essa stessa la propria strada: ecco appunto la ragione d’essere delle divergenze e delle lotte interne. Essa è costretta a rinunciare alle idee superate, alle vecchie chimere, e la difficoltà di questo compito è quella che sta all’origine di divisioni tanto grandi.
E neppure va coltivata l’illusione secondo cui queste lotte accanite di partito e questi scontri di opinioni sarebbero cose naturali soltanto nei periodi di transizione, com’è l’attuale, e che essi scompariranno in seguito, quando l’unità diverrà più grande che mai. Può accadere certamente, nell’evoluzione della lotta di classe, che talvolta tutte le forze si uniscano per strappare una grande vittoria, e che l’unità così realizzata abbia per effetto la rivoluzione. Ma anche in questo caso, come dopo ogni vittoria, vengono immediatamente alla luce delle divergenze a proposito dei nuovi obiettivi che devono essere fissati. Infatti il proletariato si ritrova allora, immancabilmente, alle prese con i compiti più ardui: finire di schiacciare il nemico, organizzare la produzione, creare un ordine nuovo.
E’ impossibile che tutti i lavoratori, tutte le categorie e tutti i gruppi, i cui interessi sono ancora spesso ben lungi dall’essere omogenei, abbiano gli stessi pensieri e sentimenti e raggiungano immediatamente e spontaneamente l’unanimità per quanto riguarda le azioni future. Proprio perché è loro dovere scoprire da soli la propria strada, sorgono le più vive divergenze ed essi si scontrano l’un con l’altro, ed infine giungono a chiarirsi le idee.
Se delle persone animate dalle stesse concezioni si riuniscono per dibattere delle prospettive d’azione, giungere ad una chiarificazione attraverso la discussione, fare della propaganda per le loro idee, è naturalmente possibile – volendo - dare a questi gruppi il nome di partiti.
Il nome ha poca importanza, una volta che è chiaro che questi partiti attribuiscono a se stessi un ruolo del tutto diverso da quello cui aspirano i partiti attuali. L’azione pratica, la lotta concreta sono cose che spettano alle masse stesse, nella loro totalità: la loro azione deve fare perno sui loro raggruppamenti naturali, in particolare modo sulle squadre di lavoro, che costituiscono le unità di combattimento effettive. Sarebbe aberrante vedere i militanti di una tendenza scendere in sciopero e quelli di un altra continuare a lavorare. In questo caso, i militanti delle due tendenze hanno il dovere di esporre i loro rispettivi punti di vista davanti alle assemblee di fabbrica, per permettere al collettivo operaio di pronunciarsi con coscienza di causa. Data l’immensità della lotta e l’enorme potenza del nemico, per strappare la vittoria è necessaria una convergenza di tutte le forze di cui dispongono le masse: non soltanto la forza materiale e morale, l’unità e l’entusiasmo che sono necessari in funzione dell’azione, ma anche quell’energia spirituale che può nascere solo dalla lucidità. L’importanza di questi partiti o gruppi di opinione consiste nel fatto che essi contribuiscono a far nascere questa chiarezza attraverso le loro lotte reciproche, le loro discussioni, la loro propaganda. Ed è per mezzo di questi organi di autochiarificazione che la classe operaia giunge per conto suo a discernere la via della libertà.
Ecco perché dei partiti così concepiti (allo stesso modo delle loro concezioni) non sanno che farsene di strutture rigide e immutabili. Di fronte ad ogni cambiamento di situazione, di fronte ad ogni nuovo compito, gli animi si separano per raggrupparsi in modo diverso: altri "partiti" sorgono con dei programmi diversi. Dal momento che la loro caratteristica è quella di essere fluttuanti, sono così sempre in gradi di adattarsi alle nuove situazioni.
I partiti operai attuali hanno un carattere assolutamente opposto. Del resto, il loro scopo è un altro: prendere il potere ed esercitarlo a loro esclusivo vantaggio. Ben lontani dal cercare di contribuire all’emancipazione della classe operaia, la loro intenzione è quella di governare da soli, presentando tutto ciò sotto le mentite spoglie della liberazione del proletariato. La socialdemocrazia, il cui grande sviluppo risale all’epoca del parlamento, concepisce questo potere sotto l’aspetto di un governo che si basa su una maggioranza parlamentare. Il Partito comunista, dal canto suo, spinge la volontà di dominio fino alle sue estreme conseguenze, cioè fino alla dittatura del partito.
Contrariamente ai "partiti" sopra descritti, questi ultimi devono essere delle formazioni politiche caratterizzate da strutture rigide, da una coesione che viene assicurata mediante statuti, misure disciplinari, procedure di ammissione e di espulsione.
Nella loro qualità di apparati di potere, essi lottano per il potere, e per mantenere i militanti sulla retta via, si servono di quei punti di forza di cui essi dispongono in modo sovrano, pur sforzandosi di accrescere costantemente la propria espansione, la propria influenza. Non si danno certo il compito di educare i lavoratori a pensare con la propria testa, ma al contrario, si ritengono investiti del dovere di ammaestrarli, di trasformarli in fedeli e devoti seguaci delle loro dottrine. Laddove la classe operaia ha bisogno, per accrescere le proprie forze e per vincere, di una libertà di sviluppo spirituale illimitata, la potenza del partito ha come base la repressione di tutte le opinioni non conformi alla linea.
All’interno dei partiti "democratici" questo risultato viene ottenuto con dei metodi che salvano le apparenze della libertà, nei partiti dittatoriali con una repressione brutale e dichiarata.
Numerosi lavoratori già si accorgono che la dominazione del partito socialista o del partito comunista non significherebbe altro che l’egemonia, sotto forma camuffata, di una classe borghese, che in tal modo perpetuerebbe lo sfruttamento e la schiavitù. Ma, secondo loro, bisognerebbe costruire al loro posto un "partito rivoluzionario" il cui obiettivo fosse realmente quello di instaurare il potere proletario e la società comunista. Ma non si tratta affatto di un partito nel senso più stretto sopra definito, di un gruppo di opinione il cui solo e unico scopo sarebbe quello di illuminare, di chiarire le idee, bensì di un partito nel senso attuale della parola, di un partito che lotta per impadronirsi del potere ed esercitarlo esso stesso con l’intenzione di usarlo a favore della liberazione della classe operaia; di un partito che fa ciò nella sua qualità di avanguardia, di organizzazione della minoranza rivoluzionaria cosciente.
L’espressione stessa di "partito rivoluzionario" contiene una contraddizione in termini. Un partito di questo genere non potrebbe mai essere rivoluzionario. Oppure lo è soltanto nello stesso senso in cui si dà il nome di rivoluzione ad un cambiamento di governo avvenuto in seguito a pressioni un po’ violente, com’è accaduto, per esempio, con la nascita del terzo Reich.
Quando noi parliamo di rivoluzione, pensiamo evidentemente alla rivoluzione proletaria, alla conquista dei potere da parte della classe operaia.
Il "partito rivoluzionario" ha come fondamento teorico l’idea secondo cui la classe operaia non potrebbe fare a meno di un gruppo di capi capaci di vincere la borghesia a nome suo ed in sua vece, e capaci quindi di formare un nuovo governo, cioè, in altre parole, la convinzione secondo cui la classe operaia è incapace di compiere da sola la rivoluzione. Sempre secondo questa teoria, i capi creano la società comunista a suon di decreti, e cioè, in altri termini, la classe operaia è ancora una volta incapace di gestire e di organizzare essa stessa il proprio lavoro e la propria produzione.
Forse che questa tesi non ha una certa validità, almeno per il momento? Dato che attualmente la classe operaia, in quanto massa, si rivela incapace di fare la rivoluzione, non è forse necessario che l’avanguardia rivoluzionaria, il partito, la faccia al posto suo?. E ciò non sarà forse valido fintantoché le masse subiranno il capitalismo senza recalcitrare?.
Un simile modo di vedere sollecita immediatamente altre domande: che tipo di potere potrà instaurare un simile partito grazie alla rivoluzione? Come farà per sconfiggere la classe capitalista? La risposta è scontata: ciò potrà essere fatto solo per mezzo della sollevazione delle masse; infatti soltanto degli attacchi in massa, soltanto delle lotte e degli scioperi di massa permettono di rovesciare il vecchio dominio. Così il "partito rivoluzionario" non arriverà mai a far nulla senza l’intervento delle masse.
Quindi, delle due l’una. O le masse persistono nell’azione. Ed allora, lungi dall’abbandonare il campo per lasciare il governo in mano al nuovo partito, organizzano il proprio potere nelle fabbriche e nelle officine e si preparano a nuove lotte con l’obiettivo, questa volta, di abbattere definitivamente il potere del Capitale. Formano per mezzo dei consigli operai una comunità dotata di una coesione sempre più grande, e perciò capace di assumersi la gestione della società nel suo insieme.
(In poche parole, le masse dimostrano che alla fin fine non erano poi così incapaci di far la rivoluzione come si pretendeva. Da questo momento, sorge ineluttabilmente un conflitto fra le masse ed il nuovo partito che è desideroso di esser l’unico detentore del potere e che è convinto, in virtù della teoria secondo cui il partito deve costituire la direzione della classe operaia, che l’autoattività delle masse non è altro che un fattore di disordine e di anarchia. Può accadere allora che il movimento di classe abbia acquistato una tale forza da potersi permettere di passare al di sopra del partito. Ma può anche darsi che il partito, alleatosi a degli elementi borghesi, schiacci i lavoratori. In tutti i casi, però, il partito si è rivelato essere un ostacolo per la rivoluzione. E questo perché esso vuol essere qualcosa di più di un organo di propaganda e di chiarificazione. Perché si attribuisce come missione sua specifica quella di dirigere e di governare).
Oppure - questo è il secondo caso - le masse operaie si conformano alla dottrina del partito e abbandonano ad esso la direzione del corso delle cose; seguono le consegne venute dall’alto, e persuase (si pensi alla Germania del 1918) che il nuovo governo realizzerà il socialismo o il comunismo, riprendono la via del lavoro. Immediatamente la borghesia, le cui radici di classe non sono state ancora estirpate, mobilita tutte le sue forze: la potenza finanziaria, il suo enorme potere spirituale, la sua egemonia economica nelle fabbriche e nelle grandi imprese. Il partito al potere, troppo debole per tener testa a questa offensiva, per mantenersi al potere non può fare altro che dar prova di moderazione, moltiplicare le concessioni e le marce indietro. Si comincia allora a dichiarare che per il momento è impossibile fare di meglio, che sarebbe una follia da parte degli operai volere imporre con la costrizione delle rivendicazioni utopistiche.
Ed in tal modo il partito, privato di quell’appoggio potente delle masse che caratterizza una classe rivoluzionaria, si trasforma in strumento di conservazione del potere borghese.
Dicevamo poco fa che, per quanto riguarda la rivoluzione proletaria, l’espressione "partito rivoluzionario" rappresenta una contraddizione in termini. La stessa cosa può esser detta in un altro modo: nella espressione "partito rivoluzionario" il termine rivoluzionario designa per forza di cose una rivoluzione borghese. Infatti ogni volta che le masse sono intervenute per rovesciare un governo ed hanno in seguito affidato il potere a un nuovo partito, ci siamo trovati di fronte ad una rivoluzione borghese, alla sostituzione di una classe dominante con una nuova classe dominante. Così accadde a Parigi nel 1830, quando la borghesia del denaro successe ai grandi proprietari fondiari; nel 1848 quando la borghesia industriale prese il posto della borghesia finanziaria; e nel 1870, allorché si installò al potere la borghesia nel suo insieme, sia la grande che la piccola.
Così accadde durante la rivoluzione russa, quando la burocrazia di partito si accaparro il potere in qualità di categoria incaricata dei compiti di governo. Ma ai nostri giorni, sia in Europa occidentale che in America, il potere della borghesia si è installato troppo saldamente nelle fabbriche e nelle banche perché una burocrazia di partito possa scalzarla. L’unico mezzo per vincere consiste, ancora una volta, nel fare appello alle masse affinché si impadroniscano delle fabbriche e costruiscano la loro organizzazione dei consigli. Ma in questo caso appare evidente che la forza reale risiede nelle masse che annientano il dominio del Capitale, man mano che la loro azione diventa sempre più estesa e profonda.
Coloro, quindi, che pensano a un "partito rivoluzionario" traggono soltanto per metà l’insegnamento del passato. Pur non ignorando che i partiti operai, i PS ed i PC sono diventati degli organi di dominio che servono a perpetuare lo sfruttamento, sono capaci soltanto di trarne la conclusione per cui "l’unica cosa da fare è fare meglio". Ciò significa chiudere gli occhi sul fatto che il fallimento dei diversi partiti è dovuto a una causa assai più generale, e cioè alla fondamentale contraddizione che esiste fra l’emancipazione della classe nel suo insieme e per mezzo delle sue stesse forze, ed il fatto che un nuovo potere "filo operaio" riduce al nulla l’attività della masse. Dinanzi alla passività, all’indifferenza delle masse, scambiano se stessi per una avanguardia rivoluzionaria. Ma se le masse rimangano inattive, ciò è dovuto al fatto che esse ancora non arrivano a vedere la strada giusta della lotta, dell’unità di classe, anche se sentono istintivamente sia la potenza colossale del nemico che le dimensioni gigantesche dei compiti da portare avanti. 
Ma quando le circostanze le avranno spinte di nuovo all’azione, dovranno pur assolvere a quei compiti: organizzassi in modo autonomo, prendere in mano i mezzi di produzione, scatenare l’attacco contro il potere del Capitale. E una volta di più, apparirà evidente che ogni sedicente avanguardia che cercasse, in conformità con il proprio programma, di dirigere e di spadroneggiare sulle masse per mezzo di un "partito rivoluzionario", si rivelerebbe un fattore reazionario.

31 dicembre 2008

Fawda



[Tratto da Guerra Sociale, aprile 2002]

"Ricordiamoci in che modo gli altri popoli ci hanno trattato e come ci trattano ancora dappertutto, come stranieri, come inferiori. Guardiamoci dal considerare e dal trattare quale cosa inferiore ciò che ci è estraneo e non abbastanza noto! Guardiamoci dal fare noi quello che ci è stato fatto".
Martin Buber, 1929
   
Nel momento in cui scriviamo queste righe, tutto il mondo guarda ai fatti che insanguinano il Medio Oriente trattenendo il respiro. Non sappiamo se, nel momento in cui leggerete queste righe, la tensione provocata dall'occupazione militare dei territori palestinesi da parte delle truppe israeliane sarà ancora così alta, o se la pressione delle cancellerie internazionali sarà riuscita a raffreddare i bollenti spiriti militaristi del governo Sharon.
Ciò che sappiamo, ciò che ci preme dire, non può esaurirsi nei facili atteggiamenti umanitari della condanna e dell'indignazione. Di fronte a quanto è accaduto, a quanto sta accadendo e a quanto si sta preparando in quei luoghi apparentemente lontani, proviamo solo ripugnanza per chi vive nell'angoscia che la sacralità della basilica di Betlemme possa venire profanata, nella preoccupazione che la divina mangiatoia possa essere lordata dal sangue arabo; o per chi taccia di antisemitismo tutti coloro che protestano contro l'operato dello Stato israeliano, come se quest'ultimo fosse sinonimo di popolo ebreo; o per chi pretende la nostra commozione per la mancanza di luce e viveri a un palestinese aspirante capo di Stato rinchiuso nel suo bunker, circondato dai suoi nemici-rivali; o per chi cerca di mettere sullo stesso piano la violenza indiscriminata della disperazione e la violenza indiscriminata delle istituzioni, al fine di giustificare la seconda come forma di difesa dalla prima; o per chi, semplicemente, non vede l'ora che tutto questo finisca per poter continuare a rifornire di carburante la propria automobile senza spendere troppo.
Ammettiamolo. Nell'apprendere le notizie che arrivano dai territori palestinesi, la parola che ci esce continuamente dalla bocca non è quella che ci viene per prima in mente. Tutt'al più la nostra lingua dice sterminio - distruzione o soppressione spietata e talvolta metodica di un gran numero di persone - mentre il nostro cervello pensa genocidio - metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l'annullamento dei valori culturali. Il genocidio è molto più dello sterminio. Ma questo è un termine che in qualche modo ci rifiutiamo di usare, perché un suo utilizzo in un contesto simile minerebbe alle fondamenta molte delle certezze su cui abbiamo costruito il nostro mondo, la sua quiete e la sua prosperità.
Come possiamo chiamare genocidio quello che sta intraprendendo il governo Sharon, dopo esserci detti e ripetuti tante volte che il genocidio è una atrocità del passato, frutto del peggiore oscurantismo, che non può trovare legittimità in una democrazia occidentale moderna (come è, in fin dei conti, quella di Israele)? E poi, essendo stati vittime del genocidio compiuto dai nazisti, avendo subìto infami persecuzioni, come possono oggi gli ebrei che si riconoscono in Israele indossare i panni dei carnefici e fare ad altri ciò che in passato sono stati costretti a subire?
Tutto ciò si scontra con le nostre sicurezze, con il nostro bisogno di ordine, con la nostra stringente logica da ragionieri che determina la nostra quieta esistenza da ragionieri. La tranquillità del nostro sonno e dei nostri affari lo esige, la propaganda statale lo conferma: non c'è nessun genocidio in corso nei territori palestinesi, c'è sola una caccia senza quartiere nei confronti di crudeli terroristi che, per tragiche quanto fatali circostanze, si sta ripercuotendo duramente anche nei confronti della popolazione civile. Ma, se le cose stanno così, che dire del numero tatuato sui prigionieri palestinesi, agghiacciante riproposizione di una delle più nauseanti pratiche naziste? Che dire della distruzione di case e interi villaggi, anche questa praticata un tempo contro gli ebrei (nello specifico, dai soldati inglesi)? Che dire di tutti quei morti - bambini, donne, vecchi - che non possono rientrare di certo nello stereotipo mediatico del terrorista fanatico inneggiante alla guerra santa? Come si vede, non ci sono molte alternative di fronte al massacro in atto: o il silenzio del consenso, al tempo stesso risultato e garanzia della pace sociale, o l'interrogativo del dissenso. Ma questo interrogativo, se portato fino in fondo, fino alle sue estreme conseguenze, che cosa ci riserverà? Saremo in grado di ascoltare le risposte?
Se pure il genocidio nazista nei confronti degli ebrei è stato il primo ad essere condannato giuridicamente, tuttavia non è stato il primo ad essere perpetrato. La storia dell'espansione colonialista occidentale nel XIX secolo - che ha portato alla creazione di grandi imperi da parte dei maggiori e più potenti Stati europei - è innanzitutto una catena di sistematici massacri di popolazioni indigene (il maggiore dei quali è stato il genocidio delle popolazioni amerinde avvenuto dopo il 1492).
In poche parole, il genocidio è una arma da sempre impiegata dagli Stati. E sarebbe un grosso errore pensare che il ricorso allo sterminio di massa da parte dello Stato potesse avvenire solo in tempi passati, quando l'ambizione di conquistare nuovi mercati economici spingeva le teste coronate europee a lanciare i propri sudditi in avventurose imprese al di fuori dei propri confini. In realtà, sebbene durante l'espansionismo coloniale la pratica del genocidio risultasse più facilmente visibile, essa si verificava - come avviene tuttora - anche all'interno dei confini che uno Stato si era dato, nel corso della sua costituzione così come del suo consolidamento.
La storia degli Stati Uniti è in tal senso esemplare. Anche i gloriosi e democratici Stati Uniti sono nati da un genocidio, quello dei nativi americani, compiuto da un esercito mandato a proteggere coloni di origine europea in nome di una "libertà" ottenuta distruggendo villaggi e trucidando intere popolazioni di indiani (scatenandone naturalmente la resistenza che, a volte, assunse toni feroci anche contro la popolazione civile). Tutti sappiamo come è andata a finire: il governo statunitense si è impadronito di tutto il territorio un tempo posseduto dagli indiani, mentre ai pochi sopravvissuti è stato concesso di vivere in anguste ed insalubri riserve, storditi da svariati generi di consumo degli occidentali, ridotti a fenomeno folcloristico e ad attrazione turistica.
Gli stessi Stati europei, prima di conoscere la relativa omogeneità odierna, hanno dovuto fare i conti con la resistenza di numerose minoranze etniche. Se la questione basca o quella irlandese sono ancora di una certa attualità, è solo perché la lotta di questi popoli è riuscita a prolungarsi fino ai giorni nostri.
Ma cos'è che rende lo Stato intrinsecamente genocida? È la sua pretesa di costringere in una sorta di fittizia unità ciò che di fatto è separato. La soppressione delle differenze rientra nel naturale funzionamento della macchina statale, la quale procede sistematicamente all'uniformazione dei rapporti sociali: lo Stato non riconosce individui diversi fra loro, ed in quanto tali unici, ma solo cittadini uguali davanti alla sua autorità, perciò identici. Uno Stato si può dire costituito, e proclamarsi detentore assoluto ed esclusivo del potere, solo laddove e quando la popolazione sulla quale esercita il proprio dominio parla la sua lingua, rispetta le sue leggi, segue le sue usanze, usa la sua moneta, pratica il suo credo religioso. Quando questa riduzione, questa omologazione, non può essere imposta con metodi formalmente "pacifici", lo Stato esercita la violenza. Attraverso il genocidio lo Stato non fa che portare a termine l'eliminazione dell'Altro, momento indispensabile per imporre la propria autorità e realizzare così l'unità che gli è necessaria.
Se già nell'antichità lo Stato era genocida, le cose non sono di certo cambiate con l'avvento del capitalismo, il quale, fondato sulla ricerca continua del profitto, tende a spostare sempre in avanti i propri confini. La tanto denunciata globalizzazione, cioè il capitalismo transnazionale che sta trasformando l'intero pianeta in un unico immenso ipermercato, ne è un perfetto esempio. Al giorno d'oggi, anziché sterminare fisicamente le popolazioni indigene, si preferisce convertirle culturalmente, dopo averle sottomesse economicamente e politicamente: laddove è possibile, al genocidio si preferisce l'etnocidio. La società capitalista non è solo il più formidabile meccanismo di produzione mai creato dall'uomo, è anche la più terrificante macchina di distruzione e livellamento. Cultura, società, individuo, spazio, natura...: tutto viene sfruttato, tutto deve essere sfruttato. Ecco spiegato perché lo Stato non dà tregua a organizzazioni sociali che abbandonano il mondo alla sua tranquilla improduttività originaria. Il fatto che immani risorse giacciano non sfruttate è intollerabile per la cultura occidentale, che nel corso della storia ha imposto alle altre culture il consueto dilemma: o incamminarsi sulla strada della produttività oppure sparire.
La civiltà del capitale destruttura e distrugge tutte le forme sociali non-capitaliste, imponendo ovunque il modello del cittadino atomizzato - fondamento della democrazia - incapace di possedere una esistenza sociale al di fuori della mediazione astratta ed omologante del denaro, del lavoro e dello Stato. Se oggi i soldati israeliani si comportano con i palestinesi più o meno nello stesso modo in cui sessant'anni fa i soldati tedeschi si comportavano con gli ebrei non è perché, come vorrebbe una becera propaganda antisemita, ebrei e nazisti si assomigliano tra loro, ma perché in tutte le epoche i soldati si assomigliano. È compito dell'esercito distruggere tutto ciò che potrebbe causare la rovina dello Stato. Hitler riteneva che gli ebrei rappresentassero una minaccia per la Germania, e per questo li voleva sterminare. Sharon pensa che i palestinesi costituiscano una minaccia per Israele, e per questo li vuole sterminare. Ieri il problema non era il popolo tedesco, ma il suo Stato. Oggi il problema non è il popolo ebreo, bensì lo Stato di Israele. Domani, se le cose dovessero ipoteticamente rovesciarsi, il problema non sarà il popolo palestinese, ma il suo Stato (che, se ne avrà la possibilità, cercherà probabilmente di sterminare gli ebrei). In altre parole, non si riuscirà mai a trovare una soluzione al conflitto ebraico-palestinese finché si rimarrà all'interno delle logiche istituzionali, delle mediazioni politiche, dei trattati fra Stati.
Dopo gli attentati dello scorso 11 settembre - giacché nell'immaginario del mondo occidentale il "kamikaze arabo" incute lo stesso terrore che alla fine dell'ottocento suscitava lo "scotennatore pellerossa" - il governo di Israele ha deciso di approfittare della situazione che si è venuta a creare per fare un ulteriore passo in avanti verso la soluzione finale della questione palestinese. Se gli Stati Uniti, in nome della lotta al terrorismo arabo, bombardano l'Afghanistan, perché mai Israele, in nome della lotta al terrorismo arabo, non potrebbe radere al suolo i territori palestinesi?
Si capisce meglio come i governi occidentali non possano che pendere a favore dello Stato israeliano. Come impedirgli di fare ciò che loro stessi hanno fatto (contro i nativi americani, contro gli amerindi, contro gli abitanti delle Indie, contro i neri africani, contro gli algerini, per non parlare delle belle abissine con le loro faccette nere)? Come proibirgli di fare ciò che loro stessi stanno facendo? Come possono i governi occidentali condannare lo Stato ebraico dopo tutto quello che i loro predecessori hanno fatto agli ebrei?
Nessun impedimento, nessuna condanna, quindi, solo inviti alla moderazione e blande critiche. Alla peggio, l'applicazione di qualche sanzione: "se sterminate un popolo, si potrebbe magari sospendere temporaneamente l'importazione dei vostri pompelmi". Ma poiché il tentativo di genocidio dei palestinesi è in corso e nessuno può ignorarlo, ai vari governi occidentali non resta che una strada da percorrere. Salvare la Palestina trasformandola in Stato, offrire ai palestinesi lo stesso risarcimento offerto agli ebrei dopo la seconda guerra mondiale. Che un governo stermini fino all'ultimo esponente una popolazione non sottomessa è cosa giustificabile ed ampiamente giustificata dalla ragione di Stato: la storia, come abbiamo visto, abbonda di esempi analoghi. Ma nel mondo contemporaneo non è consentito il cannibalismo fra Stati (il che spiega la fretta dimostrata da Sharon di "sgomberare" definitivamente i territori occupati... dai palestinesi). Se vogliono sopravvivere, insistono i democratici occidentali, i palestinesi devono diventare simili a loro. Bisogna aiutarli in modo che anch'essi abbiano il proprio parlamento, la polizia, la magistratura, le fabbriche, i centri commerciali, i McDonald's, il campionato di calcio, la televisione con tante belle soap-opera e, perché no?, magari il proprio Festival della canzone.
"Due popoli, due Stati" è l'aberrante slogan che sta circolando in questi giorni, come panacea del conflitto in corso. In questa maniera i palestinesi si trovano fra l'incudine ed il martello: o spariscono dalla faccia della terra soccombendo sotto il bastone dell'esercito israeliano, o si convertono alla civiltà capitalista mangiando la carota delle diplomazie statunitense ed europee. In entrambi i casi, il risultato non cambia: i palestinesi non possono scegliere da soli come vivere.
È qui che entra in scena Arafat, il leader dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che da accorto politico sta lavorando da decenni alla costituzione di uno Stato palestinese. Malgrado l'odio che nutrono nei suoi confronti i dirigenti israeliani (ed anche alcuni arabi) e l'ostracismo di quelli statunitensi, Arafat continua ad avere un ruolo centrale nel percorso verso la normalizzazione. Non a caso tutti i governi del mondo hanno invitato Sharon a non toccarlo. Hanno ragione. Così come un padrone illuminato preferirà sempre discutere con dei sindacalisti piuttosto che vedersela con un'orda di scioperanti arrabbiati, allo stesso modo i dirigenti occidentali più intelligenti preferiscono trattare con un borghese illuminato come Arafat piuttosto che con una banda di scalmanati ribelli alla ragione moderna. Nonostante tutto, egli rimane il leader della sola organizzazione capace di inquadrare la popolazione palestinese in rivolta.
L'Olp trae la propria forza dalla sua natura ambigua. Con le sue armi, la potenza finanziaria della diaspora palestinese, i suoi appoggi internazionali ed i suoi uffici alle Nazioni Unite, l'Olp è un embrione e una caricatura dello Stato, con tutto ciò che questo comporta di sordidi appetiti, di lotte tra funzionari e, nelle zone che amministra, di oppressione diretta e di repressione feroce dei dissidenti. Ma essa è anche l'organizzazione politica al cui interno - non essendosi ancora costituita in Stato-Nazione - i rapporti umani conservano il segno di un'antica solidarietà. Un suo dirigente, che nel futuro Stato palestinese non sarà null'altro che un politicante avido di potere, riesce a mantenere ancora oggi un rapporto diretto con i combattenti che si riconoscono in lui. Ciò che è vero per l'Olp lo è ancor di più per l'organizzazione che si è data sul posto la popolazione: i quadri dei comitati popolari sono il più delle volte costituiti da militanti usciti dai diversi partiti o simpatizzanti dell'Olp, ma l'insieme dei compiti (sorveglianza dei movimenti dell'esercito, approvvigionamento, prime cure mediche...) viene svolto da tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, e la mistica della morte in battaglia serve da cemento.
Malgrado sia vista con diffidenza dagli stessi ribelli palestinesi, e sempre più dopo l'arresto di numerosi estremisti come segnale di buona volontà lanciato verso l'opinione pubblica occidentale, l'Olp rimane tuttavia il punto di riferimento identitario centrale per la popolazione palestinese.
Per noi, nemici di ogni Stato e di ogni patria, è facile cadere nella tentazione di opporre radicalmente il sollevamento delle masse palestinesi alle trattative ed anche alle azioni armate condotte dai vari gruppi legati all'Olp, cioè distinguere il popolo palestinese dai racket che pretendono di rappresentarlo. In realtà è innegabile che la rivendicazione nazionalista occupa il cuore dei ribelli palestinesi, così come è difficile nascondersi che le azioni militari più eclatanti hanno contribuito a creare, in tutta la popolazione ed in particolare fra i più giovani, quella mistica del martirio che ha contribuito ad eccitare gli animi e a generalizzare quel coraggio che si è potuto vedere all'opera nella prima intifada (quella delle pietre), e che ora nutre la seconda. Ciò non toglie che l'esistenza di una simile mistica è, al tempo stesso, uno dei segni più evidenti dei limiti di questa rivolta di stampo nazionalista dall'anima sociale.
Si può comprendere come lunghi decenni di tirannia e la mancanza di ogni prospettiva di vita possano trasformarsi in amore per la morte in battaglia. Ma comprendere non significa condividere. L'atto di farsi esplodere in mezzo ad un supermercato, non porta solo al suicidio di qualche singolo combattente, porta al suicidio dell'intera lotta dei palestinesi per la libertà. Oltre ad essere eticamente ripugnante, è tatticamente deleterio.
Non siamo fra quelli che affermano che il suo errore è di scatenare la repressione dell'esercito israeliano, che non ha certo bisogno di simili pretesti per manifestare la propria violenza, né di fare fallire le trattative di pace, poiché non ci può essere pace laddove regna l'oppressione; è piuttosto quello di annullare e mistificare le ragioni della lotta palestinese, che sono universali malgrado le bandiere e i testi sacri in cui vengono avvolte, dietro alla rabbia della disperazione. La disperazione è cieca, capace di forza inaudita ma priva di sbocco. Il terrorismo palestinese - a differenza di quello israeliano, espressione di potere - è sinonimo di impotenza, nell'immediato perché non è in grado di distruggere lo Stato israeliano, in prospettiva perché finirà con l'allontanare la solidarietà dei ribelli sparsi per il mondo, compresi quelli presenti in Israele. Quando fanno strage fra i passeggeri di un autobus o fra i frequentatori di un mercato, quei palestinesi non colpiscono affatto lo Stato di Israele, bensì la popolazione. Dando corpo ad una violenza indiscriminata, non fanno che confermare le accuse di antisemitismo che viene loro attribuito, rinchiudendosi sempre più in un vicolo cieco nazionalista.
Ottenebrati da un comprensibile odio, centinaia di palestinesi sono pronti a morire senza domandarsi né come, né perché, né contro chi, né per che cosa. La cecità sui metodi rende ciechi anche sulle finalità della lotta, per cui si diventa o soldati dell'esercito palestinese (Olp), o devoti al Partito di Dio (Hezbollah), oppure strumenti di uno sceicco e del suo ardore (Hamas). Ciò non è dovuto affatto ad una presunta "natura" degli arabi, considerazione che vorrebbe celare il suo razzismo - gli arabi, si sa, sono reazionari! - dietro al riconoscimento delle differenze culturali.
La Palestina è stata per secoli un crocevia di popoli, luogo dalle mille culture che sapevano coabitare senza sbranarsi a vicenda. Se è diventata la terra del fanatismo più oltranzista, è perché questa situazione rispondeva a determinati interessi. E mentre una ragazza di sedici anni va a farsi saltare in aria, i leader politici e religiosi che l'hanno indottrinata aspettano di riscuotere questi interessi, frutto anche del suo sacrificio. Il terrorismo palestinese finisce dunque per essere funzionale solo allo Stato: a quello israeliano perché gli consente di demonizzare i palestinesi, a quello futuro palestinese perché invoca il proprio riconoscimento come unico mezzo per scongiurare il terrore.
Tra il potenziale di rivolta contro l'insieme di un mondo che ha prodotto le insopportabili condizioni di esistenza dei palestinesi, e gli sforzi di strappare, a partire da questa rivolta, una nicchia all'interno di questo mondo (lo Stato palestinese), esiste naturalmente una linea di frattura.
Ma questa linea è sottile ed in continua modificazione. Si snoda all'interno delle organizzazioni di base, dei gruppi sociali, dei momenti di lotta ed attraversa gli stessi individui, i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro attività. Ma per adesso, inutile nasconderlo, questa frattura non ha molte possibilità di verificarsi, vista la mancanza di movimenti sociali non-nazionalisti a cui collegarsi. A pesare è soprattutto l'assenza di ogni prospettiva di lotta comune con gli sfruttati israeliani. Sarebbe un errore infatti pensare ad Israele come ad una società omogenea e monolitica. In realtà, la sua struttura è fortemente differenziata.
Dietro alla bella retorica sull'unità del popolo ebraico, si nasconde ad esempio la divisione fra ebrei sefarditi ed ebrei askenaziti (per non parlare degli israeliani arabi, all'ultimo gradino della piramide sociale). I primi sono quelli originari dai paesi del Mediterraneo, e costituiscono le fasce più povere della popolazione, i secondi sono quelli originari dall'Europa occidentale e dagli Stati Uniti, e costituiscono l'elite politica ed economica. A quale di queste due classi appartengono i coloni ebrei che attualmente vivono sui confini dei territori occupati e che sono i più esposti alle rappresaglie palestinesi? Sono ebrei sefarditi, naturalmente. Come nei secoli passati il colonialismo serviva egregiamente agli Stati europei anche come metodo per stornare le tensioni sociali presenti al loro interno, creando una valvola di sfogo esterna, così oggi lo Stato di Israele trova la sua unità nazionale nella lotta contro i palestinesi.
Finché gli sfruttati ebrei e quelli palestinesi non riconosceranno la loro reciproca condizione, cioè non si riconosceranno tra di loro, la lotta di entrambi risulterà monca, priva della possibilità di incidere in senso rivoluzionario nel conflitto in corso. Quanto a noi, nell'affermare la nostra solidarietà con gli oppressi palestinesi, non abbiamo alcuna intenzione di romanticizzare la loro condizione bensì di mostrare ciò che c'è di universale nella loro resistenza e opporre al pacifismo che vuole una dolce transizione verso il silenzio eterno dei mercati, la guerra sociale contro tutti coloro che sostengono il genocidio dei palestinesi (lo Stato di Israele in primo luogo, i cui interessi non sono poi così lontani da noi) o il loro civile addomesticamento istituzionale (tutti gli altri Stati, compreso l'Olp).
Come si vede non si tratta affatto di sostenere lo Stato palestinese. Non vogliamo scoprirci un giorno solidali con antiche vittime divenute carnefici, con un capitalismo nazionale che opprime per proprio conto i proletari, con dirigenti che furono compiacenti nei confronti dell'intifada poi trasformatisi in burocrati sfruttatori e torturatori. Non vogliamo sostenere uno Stato palestinese che, seguendo l'esempio di quello israeliano, tragga dal costante ricordo delle sventure del passato la giustificazione delle sue atrocità future. La questione quindi non è quella di costringere lo Stato di Israele a rispettare i diritti dei palestinesi, né di sostenere la costituzione di un nuovo Stato, quello palestinese; bensì di cominciare a praticare la diserzione, il rifiuto, il sabotaggio, l'attacco, la distruzione di ogni autorità costituita, di ogni potere, di ogni Stato.
Che la Chiesa di Betlemme venga pure rasa al suolo, se questo servirà a liberare i palestinesi; che Arafat crepi di fame e di sete, se questo segnerà la fine dell'autorità palestinese; che la disperazione si scateni con rabbia, se saprà indirizzarsi sull'esercito israeliano; che le nostre automobili rimangano ferme in mezzo alla strada, se questo sconvolgerà la nostra rassegnata complicità con il genocidio in corso. Che la questione ebraico-palestinese che accende gli animi in Medio Oriente diventi la questione sociale capace di divampare in tutto il pianeta, se questa è la sola possibilità di farla finita con la schiavitù imposta ovunque dal denaro e dal potere.
Amici di Al-Halladj