Les Mauvais Jours Finiront interrompe (temporaneamente?) le pubblicazioni. Resta comunque on-line affinché rimangano accessibili i documenti pubblicati. L'Autore considera il lavoro di cernita, editazione, elaborazione dei materiali sin qui svolto, come propedeutico alla nuova esperienza – per molti versi affatto diversa – alla quale prende parte, quella del gruppo informale / rivista "Il Lato Cattivo". (Gennaio 2012)
(blog)

«(...) la rivoluzione non ricerca il potere, ma ha bisogno di poter realizzare le sue misure. Essa risolve la questione del potere perché ne affronta praticamente la causa. È rompendo i legami di dipendenza e di isolamento che la rivoluzione distrugge lo Stato e la politica, appropriandosi di tutte le condizioni materiali della vita. Nel corso di questa distruzione, sarà necessario portare avanti misure che creino una situazione irreversìbile. Bruciare le navi, tagliarsi i ponti alle spalle. La vita nova è la posta in gioco e, al contempo, l'arma segreta dell'insurrezione: è dalla capacità di sovvertire le relazioni materiali e trasformare le forme di vita che dipende la vittoria.
«La violenza rivoluzionaria sconvolge gli esseri, e rende gli uomini artefici del proprio divenire. Essa non si riduce a uno scontro frontale, reso improbabile dall'evidente squilibrio di forze esistente; e gl'insorti scivolerebbero sul terreno del nemico se adottassero una logica militare tout court. La guerra sociale mira piuttosto a dissolvere che a conquistare. Non temendo di mettere in gioco passioni, immaginazione e audacia, l'insurrezione si fonda sulla dinamica dell'autogenesi creativa.»

(«NonostanteMilano»)

* * *

«Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, apparve una differente prospettiva (...): il rifiuto della forma-partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione «politica» e rivoluzione «sociale» (o «economica»), cioè della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di un nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finisca inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione.»

(Karl Nesic, L'appel du vide, 2003).

* * *

«È la situazione in cui il proletariato si trova, a innescarne l’azione: la coscienza non precede l’atto; si manifesta solo come coscienza dell’atto stesso.»

(Gilles Dauvé, Le Roman de nos origines, 1983)

27 dicembre 2008

Carcere: il coraggio necessario per abolirlo

di Riccardo d'Este (1990)



«Un, due, tre ... liberi tutti!» (Formula rituale di un gioco, il "nascondino")

Il proposito di abolire il carcere, nonché ogni forma di prigionia, è senza dubbio saggio, nobile, ammirevole e, soprattutto, radicalmente umano. Personalmente, posso e voglio definirmi un abolizionista e senza ombra di dubbio. Purtroppo, però, quando ci si addentra nella questione nei suoi aspetti teorici e, com'è necessario, in quelli pratici e propositivi, ci si accorge di aver messo la mano in un nido di vipere, tutte altrettanto seppure diversamente mordaci, o, se proprio va bene, di avere di fronte un gioco di scatole cinesi. Un problema rimanda ad un altro, un'ipotetica soluzione ne azzanna un'altra, tuttavia non meno ipotetica, e via andando.

Non è un caso che:

1) le ipotesi abolizioniste (del carcere) siano state a lungo estranee alla teoria, spesso scaduta in ideologia, che si è pretesa rivoluzionaria; per limitarci all'Italia, la frazione sedicente rivoluzionaria, comunista o anarchica che si definisse, ha sempre preferito aggirare la questione attraverso formule tutto sommato sloganistiche (dall'immondo "fuori i compagni dalle galere, dentro i padroni e le camicie nere" - che riproponeva, anzi esaltava, la natura della segregazione carceraria, limitandosi a cambiarne il segno meramente politico - al più generoso "da San Vittore all'Ucciardone, un solo grido: evasione" - mentre sappiamo che di evasioni ce ne sono state assai poche ed in congiunture particolari e che comunque non poteva essere, questa, una soluzione che aspirasse alla necessaria generalità; passando attraverso al "...tutte le carceri salteranno in aria", quando, in verità, le poche - in costruzione - che sono saltate parzialmente in aria sono state tutte condotte a termine, con enormi vantaggi per gli appaltatori e nessuno per i detenuti);

2) all'interno del movimento abolizionista, pur assai esiguo ed in specie in Italia, ci siano delle differenze di sostanza che coprono quasi l'intero arco delle opinioni: da chi ritrova disutile il carcere per le nostre società (magari parzialmente e dunque deputandolo solo come luogo di contenimento dello "zoccolo duro" della devianza, comune o politica che sia) a chi lo riprova per ragioni essenzialmente etiche, umanitarie; da chi propone e si propone soluzioni "alternative" maggiormente compatibili con le culture e le società moderne, a chi esalta, diremmo stirnerianamente, solo l'individuo (anzi, bisognerebbe scrivere l'Individuo) sottolineandone l'u/Unicità e, dunque, abolendo società e comunità - almeno nei concetti, visto che in pratica è ben altro affare;

3) le ipotesi abolizioniste, ed i movimenti che ne sono conseguiti, siano state per lo più - tranne casi eccezionali - avanzate da "esperti", "specialisti" del settore; il che, è ovvio, non le squalifica di per sé, ma ci dà in certo modo la temperatura della discussione: come quasi sempre avviene per la malattia, di essa si occupano soprattutto i malati medesimi e chi se ne interessa "professionalmente" o "scientificamente"; acutamente T. W. Adorno notava, in Minima moralia, come i malati non sappiano parlar d'altro che delle loro malattie; possiamo aggiungere che i professionisti non sanno parlar d'altro che delle loro professioni.

Tutto ciò detto per amor di verità, bisogna comunque tentare di cacciare la mano in questo nido di vipere o, se si preferisce, dissacrare l'apparente magia delle scatole cinesi.

La prima questione che si pone è la seguente: è possibile, oppure no, abolire il carcere? Immediatamente ne segue una sorta di schieramento. Per un "radicale", se è possibile, allora significa che questa abolizione è nell'interesse della società presente, che peraltro egli vuole combattere, cambiare o distruggere, e dunque non vale troppo la pena di occuparsene; lo faranno comunque altri e, in ogni caso, questa "abolizione" sarebbe soltanto spettacolare, mentre verrebbero rinnovate e rimodernate le forme di controllo sociale e perciò di prigionia in senso ampio. Per un "riformista", se è veramente impossibile, è piuttosto utile mettere mano a delle modificazioni che, da un lato, lascino fuori dal carcere quanti più possibili e, dall'altro, "ammorbidiscano" le condizioni di quanti dentro ci restano.

Il "radicale" rischia di disinteressarsene, se non attraverso vaghe e fumose dichiarazioni di principio, affaccendandosi, nel frattempo, in altre faccende e lasciando mano libera ai professionisti del "problema", aspettando un momento catartico x o y o z, in cui tutto si risolverà e che, onestamente, pare del tutto improbabile, almeno sotto questa formulazione. Il "riformista", quale che sia la sua indole e natura, rischia di contribuire alla perpetuazione ad aeternum di carceri, leggi ecc., attraverso il loro addolcimento, la loro modernizzazione, e soprattutto di accettare quella che per molti versi sembra essere una tendenza sociale: da un lato, le "misure alternative", per chi ha commesso reati lievi o è stato condannato a pene spropositate (com'è stato in Italia nel periodo della cosiddetta emergenza, che peraltro si rinnova costantemente, con sempre nuovi soggetti/oggetti) ed ha già scontato una parte sufficiente (?) della pena o per chi si è ravveduto e corretto o, infine, per quelli che non sono ritenuti socialmente pericolosi (l'omicida della moglie/marito ha incommensurabilmente più possibilità di ottenere dei "benefici" che non il rapinatore/trice; va da sé non è che uno si sposi tutti i giorni e pochi giorni dopo si liquidi il coniuge, mentre il rapinatore può averci preso gusto, aver constatato che in cinque minuti poteva passare da una condizione di miseria ad una di relativa abbondanza e, dunque, essersi preso il vizietto); dall'altro lato, il "bagno penale" per chi, per una qualche ragione, viene considerato irrecuperabile, a cui, sostanzialmente, viene applicata una pena di morte differita; non paia strano questo concetto di bagno penale, di Cayenna moderna, perché questo già avviene, nelle carceri speciali di tutti i paesi (non soltanto nell'Italia convulsa e percorsa da molti fremiti sociali, ma altrettanto nell'ordinata e tranquilla Svezia) e soprattutto perché questo, e da anni, è stato paventato da lucidi "democratici sinceri" (a ciascuno il suo) che, proprio per essere rotelle dell'ingranaggio, si sono resi conto di dove la macchina tende ad andare; non deliri estremistici, quindi, né paranoie di detenuti in vena di protagonismo, ma franche osservazioni di "operatori" non del tutto ottenebrati dal mestiere.

Come sempre, tra due errori non se ne può scegliere uno e privilegiarlo, benché, per quanto a me attiene, veda con occhio assai più sospettoso, data la mia indole selvatica, l'attività del preteso riformatore che non la passività del sedicente radicale.

Ma senza troppe ciance, è realistico o irrealistico ipotizzare l'abolizione delle carceri? Per il momento, lasciamo la domanda in sospeso, affermando però che è un gran bene che si cominci ad interrogarsi su questa possibilità (e, d'altronde, il comunismo è possibile, fuori e contro gli squallidi esempi del cosiddetto socialismo reale? E l'anarchia, al di là delle chiacchiere - ed a dispetto di esse - di coloro che si chiamano anarchici? E l'acrazia, di cui i più non conoscono neppure il significato terminologico?). Non solo. E' essenziale che si formi una cultura - nemica di tutte le culture stereotipe - che ponga come uno dei suoi centri, dei suoi "soli", il progetto dell'abolizione di ogni carcere.

Di corsa, quasi trafelato, arriva il secondo problema: è possibile l'abolizione del carcere senza il parallelo e contemporaneo disuso delle leggi, dei codici, delle sanzioni? E' evidente che è il carcere a spiegare i codici e non viceversa. Salta agli occhi che un corpus giuridico che non avesse alcuna applicazione pratica, sarebbe un mero esercizio ideologico o letterario. L'articolo di legge vale perché presuppone una pena, e la pena vale perché vi sono delle concrete forme di sua attuazione. Al ladro si può mozzare la mano o lo si può incarcerare per un certo tempo, ma, in qualsiasi società, non si può affermare che il ladrocinio è reato ed è immorale e non prescrivere alcuna sanzione per chi, alla faccia dei consigli morali, lo compia allegramente e, per giunta e disgrazia, si faccia acchiappare. Il carcere è sicuramente un fenomeno storicamente determinato e, dunque, in quanto tale, soggiace alle leggi della storia: può anche scomparire, ma non può eclissarsi la sanzione - non il suo mero concetto, bensì la sua concreta pratica - e, pertanto, senza dubbio siamo obbligati ad affrontare la grande questione: che senso ha qualsiasi legge, che autorizzi o vieti checchessia?

Un pensiero abolizionista coerente non può limitarsi a preconizzare l'abolizione di ogni carcere "formale" (diremmo murario) ma deve proporsi anche la soppressione di quelle forme di carcere immateriale, diffuso, che comunque rimandano alla prigionia ed al controllo sociale. Affinché ciò sia realistico, vanno dismessi il concetto di sanzione penale e soprattutto la sua materializzazione pratica. L'abolizione di ogni codice penale sembra, quindi, essere nel contempo la premessa e la conclusione di un'ipotesi abolizionista del carcere. Ma tutto ciò è realmente proponibile, vale a dire ci si può "seriamente" lavorare sopra? Voglio dire: al di là dei vagheggiamenti collettivi o soggettivi, il cui massimo esempio resta tuttora l'appello di Sade, Francesi, ancora uno sforzo..., contenuto in La philosophie dans le boudoir, che rimane un testo effettivamente scandaloso non per i multipli e molteplici accoppiamenti sessuali ed orgiastici, quanto piuttosto per questa invettiva e per la filosofia che vi è sottesa. In altre parole, oltre le utopie, di cui "abbiamo bisogno" ma che del pari risultano "ripugnanti" perché smascherano il totalitarista che è in noi, per la ragione semplice e sufficiente in sé che, quale che sia il sistema di governo che regge l'utopia in questione, esso è sempre presieduto da un dittatore assoluto: l'«autore», come scrive pregnantemente T. M. Disch, nella società storicamente determinata - l'attuale, compresi i suoi potenziali sviluppi - ha senso l'ipotesi di abolire non solo le carceri, ma ogni forma di prigionia; non solo tutte le prigionie, ma le sanzioni penali che le determinano; non solo le sanzioni penali ma le leggi da cui necessariamente discendono?

La risposta non è affatto scontata. Infatti si può tranquillamente asserire che no, non è molto probabile e forse nemmanco possibile. Ma, con altrettanta tranquillità, si può sostenere che sarebbe necessario. E, ciò che è necessario, quando assume la coscienza della sua necessità, diventa possibile, addirittura probabile.

Ma una simile questione ci porta ancora più lontano. E, come sempre, si creano gli schieramenti. Da quello gradualista ("iniziamo ad eliminare gli effetti più nefasti di questo sistema") a quello estremista ("non si possono modificare degli aspetti di questa società senza rovesciarla completamente"); da quello "neoilluminista" ("è necessario che la società nel suo complesso si renda conto del disastro mentale, sociale ed ecologico a cui va incontro, e si fornisca degli antidoti") a quello "ipersoggettivista", che sussume neoleninismi, neobakuninismi e neostirnerismi secondo queste varianti: «va imposta la ragione della Storia, da parte di alcuni organizzati in nome di tutti», «è solo la collettività che può decidere, ma essa va indirizzata da chi si è reso conto delle esigenze generali», «è solo l'individuo che deve prendere coscienza della sua singolarità e, con ciò stesso, non sottomettersi più ad alcun ordinamento costituito, comunque alienante».

A mio personale avviso, c'è del vero e del falso, sia pure in mescolanze diverse, in tutte queste proposizioni. Ma nessuna mi soddisfa. Così, se è evidente che solo una trasformazione radicale della società può consentire una trasformazione radicale del Diritto, non è altrettanto evidente quale sia la società realmente umana a cui aspirare né quale Diritto essa debba concepire ed assumere; e neppure che una società, storicamente intesa, sia necessaria e, quindi, che sia necessario un Diritto.

D'altronde è assai arduo, anche teoreticamente, ipotizzare una società che sia del pari una a-società, una comunità, quale che sia, che non si dia delle leggi o delle regole per la convivenza dei molti e che, dunque, non presupponga, almeno concettualmente, dei trasgressori; ed è assolutamente ridicolo costruire un castello ideologico fondato su idee del tutto improbabili come quello della "bontà intrinseca dell'uomo" (quando sappiamo che ogni uomo è il precipitato di determinate composizioni sociali) o della "forza della Natura e della sua capacità di autoregolamentarsi", quando, se vogliamo essere onesti, manco sappiamo più cosa voglia dire natura, al di là delle elegie nostalgiche, però assai moderne ed amministrative, tinte di verdognolo.

Credo che questa società vada scossa dalle sue fondamenta - economiche, sociali, ambientali, mentali, strutturali - e che questa trasformazione radicale la si possa metaforizzare come non il rovesciamento di un guanto (comunque protezione da qualcosa, seppure con il segno rovesciato).

Credo, peraltro, che un'associazione societaria, come si è storicamente determinata, non sia inevitabile, mentre è impossibile prescindere, anche in via ipotetica, da comunità umane, di soggetti, in qualche modo in rapporto tra di loro o "federate".

Credo, infine, che queste comunità possano fare a meno di leggi nella misura in cui esprimono una effettiva dialettica tra le diversità.

Ma tutto questo è di là da venire e la vecchia talpa sembra stanca di scavare. Eppure il carcere materialmente esiste. Ed è un problema non da poco per chi vi è rinchiuso, per chi si guadagna il salario della vergogna amministrandolo, per chi lo teme ed anche soltanto per ogni persona sensata, umana e di buon gusto.

Perciò si ha da intervenire concretamente, ciascuno secondo le sue conoscenze e possibilità. In quanto a me, so per esperienza diretta e certa che un carcere dove si torturi è peggio di un carcere speciale, che questo è peggiore di un carcere normale, che tra le carceri normali ci sono vari gradi di sopportabilità, che gli arresti domiciliari o la semilibertà ecc. sono meno peggio del migliore carcere normale, e via dicendo. La considerazione, peraltro assai fondata, che siamo tutti sottoposti al controllo sociale ed espropriati di gran parte di noi stessi o che viviamo in una sorta di mega-prigione sociale, con comportamenti e percorsi autorizzati o vietati, non toglie nulla alla materialità dei fatti. Né si può attendere la fatale rivoluzione o la presa di coscienza singola, ma generale, degli individui, o sperare che le istituzioni si spoglino, per merito di consiglieri acuti ed umanitari, delle loro funzioni, prima tra tutte quella della regolamentazione sociale e della sanzione.

Vanno invece individuate delle forme per battagliare a tutto campo. In una battaglia di tale respiro storico e concettuale, un movimento che si pretenda abolizionista deve saper coniugare le schermaglie giornaliere con l'obiettivo di fondo (vincere la guerra). Se mi batto per la concreta abolizione delle carceri speciali, devo esercitare la massima attenzione affinché questo non si trasformi in una esaltazione delle carceri normali, più "morbide". Se lotto per un'estensione il più possibile progressiva ed egualitaria dei "benefici" (dagli arresti domiciliari alla semilibertà ecc.), non devo mai perdere di vista il mio obiettivo, che è l'abolizione della prigionia e del controllo sociali e della sanzione penale che vi sta a monte. Insomma, dobbiamo reimpadronirci nel sociale e nel culturale di quell'arte della guerra che ha avuto in Sun-Tse e in von Clausewitz i massimi espositori. Sia il "riformismo" che l'"estremismo" non vanno da nessuna parte. L'uno perché diventa ancilla regni o, più volgarmente, ruota di scorta dell'esistente; l'altro perché gode nel condannarsi all'impotenza, dentro uno spirito sacrificale (di sé e di terzi) di cui non è difficile rintracciare la matrice socratico-cristiana. (Socrate rifiutò di fuggire dal carcere per non violare delle leggi che peraltro riteneva ingiuste, in quanto assumeva la necessità delle leggi in quanto tali; l'imbonitore di Nazareth pretese che fosse dato a Cesare quel che, apparentemente, era di Cesare e a Dio quel che era, suppostamente, di Dio, scegliendo la testimonianza sulla croce alla ribellione aperta; questi sono due fondamenti della nostra cultura, che vanno radicalmente rimessi in discussione in tutte le loro sfumature, anche quando appaiono lontane dall'origine, ma, in realtà, non hanno rotto l'obbrobrioso cordone ombelicale con loro).

Terra terra, là dove siamo e non abbiamo mai smesso di essere, è importante praticare una cultura abolizionista, esprimere ovunque l'importanza della libertà, battersi contro ogni forma di sopraffazione, di negazione, di morte annunciata e differita, nell'universale quanto nel particolare, e viceversa. Io diffido di chi vuole abolire le galere ma, intanto, non fa niente affinché chi ci sta dentro non ne sia strangolato od asfissiato: lì vedo avvoltoi alla ricerca di cadaveri da esibire come ridicoli simboli e poveri stendardi.

Il movimento abolizionista (ABOLIRE IL CARCERE) ha da essere capace di pratica quanto di teoria - e all'inverso - dialetticamente. Mai mi si sentirà dire che, in Italia, la legge di riforma detta Gozzini sia giusta e bella, anzi sempre da me si sentiranno delle critiche radicali. Nello stesso tempo faccio quel poco che posso affinché tutti i detenuti ne usufruiscano il più possibile e, se vi sono spazi effettivi, essa venga "migliorata", il che vuol dire s/peggiorata.

Mai nessuno mi vedrà in campo a favore delle "riforme", ma sempre mi si vedrà in azione affinché le "riforme" già promulgate vengano estese al massimo.

Abolire il carcere è un processo, nel quale l'astuzia, l'intelligenza, il realismo e l'utopismo vanno saviamente combinati, affinché siano un vero cocktail esplosivo.

Per concludere non posso che citare Jonathan Swift (I viaggi di Gulliver) verso il quale ho un perenne debito di intelligenza e di piacere.

«Sempre era in me il presentimento che un giorno o l'altro avrei recuperato la mia libertà, sebbene mi fosse impossibile immaginare in che modo, né far progetti con la minima speranza di successo».

Riccardo d'Este

Torino, luglio 1990

[Testo già pubblicato in: Abolire il carcere, ovvero come sprigionarsi, Nautilus, Torino, 1990]

24 dicembre 2008

Sull'Alta Velocità in Italia

di R.D’Este e C.Barbieri


[Il testo presente é tratto da Treni ad alta nocività, Nautilus, Torino, 1993 e costituisce la Premessa allo scritto ivi contenuto, Nota sull'Alta Velocità in Italia]


Viaggiando con le spalle
via dagli occhi schizzano
pali proietti sparuti
rovi mitraglianti
ringhiere e pah scritte
pah pah numeri segnati
pah bersagli, bersagli
pah.
Giorgio Cesarano, Romanzi Naturali, Milano, 1980

La Nota che segue potrà forse apparire tecnica o addirittura specialistica, ed ingiustamente, poiché siamo nemici dichiarati di ogni specialismo e di chi lo esercita. Ma, in effetti, si sono voluti fornire dei dati reali, in modo che il probabile, prossimo avvento dell'Alta Velocità ferroviaria in Italia non solo non ci trovi impreparati, ma addirittura senza elementi di conoscenza. Ed onde evitare, nel contempo, che la più che legittima indignazione che da più parti già si manifesta e sempre più si manifesterà venga cavalcata dai Signori dell'Ambiguità che, mettendo in rilievo questo o quell'aspetto isolatamente, di fatto rendono tollerabile l'intollerabile ed annacquano così il buon vino della protesta.
Perciò, oltre ai dati ed alla disamina di progetti, fatti, conseguenze, ci è parsa necessaria questa premessa così come una conclusione provvisoria.
Vogliamo sottolineare essenzialmente tre aspetti forti:
1) L'Alta Velocità fa parte del modo complessivo di considerare l'uomo come una merce, ideologia e pratica fondative della società del capitale e tanto più evidente nella presente società che si può definire come neomoderna.
2) L'Alta Velocità attiene ad uno stile di sopravvivenza imposto dalla società riproduttiva mercantile e non trova alcuna giustificazione nella pretesa utilità collettiva o, addirittura, nel risparmio di risorse sociali o, scadendo nel ridicolo, nella sua proclamata funzione ecologica.

3) L'Alta Velocità è segnata sin dall'inizio da un preciso carattere amministrativo e di classe, non solo per i vantaggi economici che ne ricaveranno le ditte appaltatrici dei lavori (di Stato e/o private), ma anche per il suo significato ed utilizzo sociale.
Esaminiamo partitamente questi tre assunti.
1) La velocità, ancorché ammantatata di illusione e di mito (si vedano, per esempio, le esaltazioni del futurismo storico e letterario), da sempre riguarda soprattutto la sfera della circolazione delle merci. Dal punto di vista della veicolazione delle merci stesse e della loro espansione riproduttiva, appare utile che un determinato stock di materie prime, di semilavorati o di merci prodotte nella località A raggiunga nel più breve tempo possibile le località B, C, D eccetera onde venir ulteriormente lavorate o semplicemente immesse nel mercato, per il consumo, e ciò ovviamente senza alcun criterio di discrimine riguardo alla qualità delle merci suddette. La velocità, in altre parole, crea del valore aggiunto, inerente proprio alla velocità impressa ai prodotti stessi, ciò che si può definire come valorizzazione dei prodotti all'interno del processo circolativo. Ma, a partire dall'epoca del dominio transnazional-capitalista ed interstatale, l'uomo stesso viene configurato pienamente come merce e, dunque, la velocità di spostamento lo valorizza come valorizza qualsiasi altra merce. Va da sé che le merci hanno un valore commerciale variabile, e così gli uomini. Perciò se non è troppo grave che, per esempio, le derrate alimentari giungano in Somalia in tempi relativamente lunghi, e magari in parte avariate, così non è molto grave che il proletario o il proletarizzato o il neoproletario impieghi una quantità non irrilevante di tempo per trasferirsi da casa al posto di lavoro e, semmai, la soluzione più "razionale" potrà essere la progressiva domesticizzazione del lavoro, che viene già brillantemente sperimentata in Giappone e, peraltro, nelle carceri di tutto il mondo, e bisogna riconoscere che l'Italia, almeno dal punto di vista progettuale, non è certo in fondo alla coda a quest'ultimo riguardo. Ma l'esempio più evidente ci viene dal danaro, che non solo è stato fondamento del capitale finanziario, ma che è anche a fondamento del capitalismo neomoderno (riproduttivo). Il danaro, attraverso il sistema bancario e creditizio, si muove in tempo pressoché reale (seppur del tutto fittizio, ovviamente), con la tecnica degli accrediti, degli spostamenti dei conti, dei bonifici eccetera, sicché il trasferimento di somme da Parigi ad Hannover o da Roma ad Hong Kong, e viceversa, avviene in tempi brevissimi, telematica adiuvante. Da tempo è finita l'epoca, e l'epopea, delle diligenze cariche di dobloni o delle navi gonfie di lingotti d'oro. E, se non fosse per la congenita impossibilità del capitale di uniformare gli uomini ed il pianeta, il danaro come sostanza (materiale) potrebbe essere tranquillamente scomparso da tempo. Ma vi sono delle merci meno "essenziali", cioè meno immateriali, che hanno bisogno di un determinato tempo di trasporto. L'Alta Velocità è stata studiata esattamente per questo, seppure in uno spazio territorialmente delimitato (è ovvio che, per l'Italia, anche le ipotesi più audaci di Alta Velocità debbono limitarsi alla circolazione nell'Europa continentale e con una funzione germanocentrica). Gli uomini, abbiamo detto, vengono considerati alla stregua delle merci. È ovvio, quindi, che il tempo di un manager o di un grand commis che debba spostarsi da Torino a Lyon o da Napoli a Milano valga molto di più di quello del lavoratore che si deve spostare da Bussoleno a Torino o da Roma a Civitavecchia. L'Alta Velocità è concepita per il trasporto di queste merci privilegiate. Infatti, se l'aereo è e resterà fondamentale soprattutto per la merce uomo (e quindi ovunque nelle città aeroportuali sono stati studiati raccordi autostradali, superstrade, bretelle a scorrimento veloce eccetera per far raggiungere nel minor tempo possibile, seppure al prezzo della devastazione di interi territori, il centro della città, o località "importanti" non fornite di aeroporto o le zone di affari), esso si dimostra insoddisfacente per le brevi distanze, a causa degli ingorghi che il sistema stesso ha creato e determina. L'Alta Velocità sopperisce, almeno in parte, a questa contraddizione. L'uomo che "conta" (cioè il cui lavoro conta) avrà così delle corsie preferenziali anche via terra. Questo fa parte della concezione capitalista ed antiumana per cui il tempo è danaro e il danaro lo si guadagna con il tempo. L'uomo nella sua accezione più precisa e nel contempo più universale, ne è escluso se non come mero burattino. E parliamo di quell'uomo (e lo siamo tutti) che ha bisogno del suo tempo, per cui il viaggio è comunque un'avventura, che deve conoscere i luoghi che attraversa ed impadronirsene attraverso una presa di coscienza e di conoscenza. Senza alcun dubbio, quindi, ed a dispetto di tutte le frasi ad effetto parasimbolico utilizzate, l'Alta Velocità è interna alla concezione della riproduzione allargata di sopravvivenza. Concezione antiumana.
2) Se abbiamo detto dell'uomo merce, più o meno di "valore", bisogna contestare anche le pretese sciento-tecnologistico-neoumaniste dei fautori dell'Alta Velocità. L’utilità collettiva che spesso viene issata come stendardo si dimostra falsa anche ad una prima e superficiale disamina. Se è vero, com'è vero, che il signor X, prendendo un treno ad alta velocità (TAV) per percorrere la tratta Milano-Napoli, può risparmiare qualche ora, è altresì vero che questo ha ben poco a che vedere con l'utilità collettiva o, per essere più precisi, con il risparmio collettivo, cioè globale, di tempo (concetto già di per sé assai discutibile, perché è ormai evidente a chiunque che non è più questione di guadagnare o di risparmiare tempo, bensì di conquistarlo, di reimpadronirsene). Jean Robert, in un saggio la cui prima edizione risale al 1980 (edizione italiana: Tempo rubato, Como, 1992), dimostra con dovizia di dati e di analisi, riguardo ai raccordi anulari, alle bretelle autostradali, alle superstrade urbane eccetera, come il tempo risparmiato da alcuni (per esempio, coloro che devono raggiungere in fretta un aeroporto o da lì il centro urbano) sia in realtà rubato alla gran parte degli altri, per i molteplici disagi che si creano per la collettività a causa della costruzione di queste strade cosiddette a scorrimento veloce. Per maggiori informazioni, rimandiamo a quel testo che, se è sicuramente critico rispetto alla realtà automobilistica ed urbana e fornisce una massa di dati non trascurabile, non ha pretese "rivoluzionarie" (Robert è sostanzialmente un seguace di Ivan Illich). Il discorso è analogo, se non più accentuato, per le reti di TAV. I conti da fare non sono troppo complicati. I vantaggi, intesi come "risparmio di tempo", riguarderebbero, ad essere ottimisti ed al massimo, non più di 40-50 000 persone sul territorio italiano, che, se può sembrare un numero ragguardevole, ed infatti va preso con le molle poiché viene fornito dagli stessi fautori dei TAV, è incommensurabilmente più basso rispetto agli spostamenti usuali, quotidiani (a questo proposito si veda la Nota nonché il già citato J.Robert) Computando le brevi, le medie e le grandi (ancorché improbabili) distanze il "guadagno" medio di tempo può essere valutato in circa 1 ora e dunque, come "risparmio" collettivo, in circa 40-50 000 ore. Ma come si riesce a valutare la perdita di tempo di tutti gli altri? (E, comunque, e lo ripetiamo quasi ossessivamente, questo criterio di tempo non può essere proprio degli uomini ma soltanto delle merci. Far l'amore tre ore al giorno, invece che due ore alla settimana, come sembra essere statisticamente "provato", va considerato come una "perdita" o come un "guadagno" di tempo? E trascorrere ore passeggiando o viaggiando alla deriva o in osteria, invece che lavorando, come va considerato? È evidente anche al più stupido degli stupidi "esperti" che la valutazione del tempo - "perso" o "guadagnato"- dipende dal senso che si da al tempo, alle sue finalità.) In ogni caso, quando ci riferiamo a "tutti gli altri" intendiamo:
*) coloro che, viaggiando su treni locali, e venendo progressivamente ridotti o soppressi questi servizi, saranno costretti a viaggiare in automobile o comunque su gomma;
*) coloro che usano abitualmente i treni "normali" i quali, evidentemente, verranno rallentati dalla preferenzialità concessa ai TAV;
*) coloro che devono attraversare passaggi a livello o che in qualche misura vedono il loro cammino sviato dal numero maggiore di binari e, comunque, dalla preferenzialità data ai TAV;
*) coloro che, abitando in prossimità del percorso dei TAV, dovranno percorrere abitualmente lunghi giri per raggiungere località magari distanti, in linea d'aria, non più di un chilometro e quindi "normalmente" raggiungibili a piedi o in bicicletta;
*) coloro che, usufruendo di treni "normali", dovranno sostare più tempo nelle stazioni, sempre per la già detta preferenzialità concessa ai TAV;
*) coloro che troveranno ancor più intasate le strade locali ed urbane (ed in ciò vanno comprese le aree di parcheggio) per il maggior flusso di uomini merci e, com'è probabile, di merci tout court (di minor "valore") su strade ed autostrade per le ragioni sopra esposte.
Senza indulgere ad alcuna demagogia, si può tranquillamente sostenere che il tempo perso dalla collettività (o rubato ad essa) sarà dalle 10 alle 20 volte superiore, al minimo, a quello "guadagnato" dai fruitori dei TAV. Cade così, e farsescamente, ogni discorso sulla pretesa utilità sociale dell'Alta Velocità.
Riguardo alla funzione ecologica dei TAV, sostenuta da alcune parti, e tutte interessate, non riprenderemo qui argomenti già sviluppati sinora (come il maggior traffico automobilistico, per esempio) né quelli che vengono svolti nella Nota. Ci interessa piuttosto un ragionamento che attiene al metodo stesso, ed assai disinvolto, con cui viene usato ed abusato il concetto di ecologia. Può apparire convincente sostenere che un TAV inquina meno del traffico automobilistico e via così. A parte l'inconsistenza fattuale di simili affermazioni, dato che aumentando il traffico automobilistico "laterale" cresce anche la diffusione di biossido di carbonio e che l'inquinamento acustico prodotto dai TAV è tutt'altro che di poco conto, vi è una notevole "dimenticanza" da parte dei fautori sedicenti ecologisti dei TAV: il territorio che viene letteralmente sventrato e trasformato dal passaggio dei TAV, il tipo di microeconomia e di abitabilità locale che risulta stravolto (e, sia chiaro, questa è solo una constatazione di fatto e non una difesa nostalgica del passato, spesso piuttosto miserabile), il ritmo di esistenza delle persone "attraversate" dai TAV. Il fatto è che nella gran parte delle impostazioni ecologistiche, o sedicenti tali, siano esse di matrice interessata economicamente (un esempio su tutti: la Fiat che rivendica il suo voler costruire auto "pulite") o ideologicamente (le varie associazioni che si pretendono ambientaliste) gli uomini, nella loro realtà materiale, corporea e sociale, vengono assai spesso dimenticati. L'inquinamento dell'ambiente viene frequentemente citato, e non saremo certo noi a dispiacercene, ma il degrado dell'esistenza umana nei suoi rapporti sociali sembra quasi trascurato, forse perché la risoluzione del problema implica prese d'atto assai più radicali delle chiacchiere pseudo-naturalistiche. In concreto: i TAV pensati in Italia modificherebbero, o modificheranno, non solo il territorio ed il paesaggio, ma, attraversando zone ad alta densità di popolazione (Lombardia, Piemonte, Emilia, Toscana eccetera) modificherebbero, o modificheranno, lavori e costumi di vita degli abitanti. Niente di male, tutt'altro, se questo andasse verso una progressiva liberazione degli abitanti di quei territori, anche solo come "guadagno" di tempo o come "risparmio" di energie. Ma ciò non è, come si è visto. Anzi, si tratta di una maggior oppressione mentale, economica, ambientale. Dunque, le argomentazioni riguardo alla funzione ecologica dei TAV sono del tutto inconferenti o, come pensiamo, false. A meno che non si abbiano, ed è probabile, dei punti di vista diametralmente opposti sull'ecologia e sulle possibilità degli uomini.

3) L'AV, si è detto, è segnata da un carattere amministrativo e di classe. L'elemento amministrativo è così implicito e palese che pare quasi inutile spendervi troppe parole. L'amministrazione delle merci, sotto specie circolativa e per il valore incorporato nella velocità, è evidente in una società in cui la circolazione tende addirittura a prevalere sulla produzione diretta. Ma per le merci uomini il discorso non è molto diverso. Se nella società capitalista classica, per non parlare delle società precedenti (assai legate al territorio o alla terra stessa), gli spostamenti erano relativamente limitati, nella società contemporanea lo spostamento dell'uomo è un elemento fondativo del processo di valorizzazione, si tratti di lavoro, di affari, di vacanze eccetera. Poiché oggi tendenzialmente si riproducono, con successive modificazioni, le stesse merci è proprio sul piano della circolazione che si produce valore, ancorché, evidentemente, fittizio e drogato. Ma sono gli uomini a dover intervenire, come organizzatori e controllori, in questo processo. La merce uomo deve spostarsi rapidamente per superare in velocità il processo lavorativo medesimo, nonché quello circolativo, of course. Il mercante neomoderno che si fa produrre le scarpe a Taiwan deve essere più rapido dei medesimi produttori di scarpe, onde controllare il processo, e anticipatore del commercio stesso, in quanto egli è veicolo e stimolatore della circolazione. L'alta velocità, nella fase neomoderna, sta all'amministrazione come il semplice trasporto delle merce uomo stava alla grande fabbrica.
Il carattere di classe dell'AV non è dato soltanto dal fatto che questo tipo di treni verrà usato essenzialmente da imprenditori, manager, dirigenti e ricchi vari e non da "viaggiatori normali" o dai proletarizzati, ma soprattutto per la sua funzione, cioè per l'adeguamento al ruolo delle singole figure sociali. Se, per esempio, il tal conduttore televisivo preferisce muoversi in treno invece che in auto, e certo non gli manca né l'auto né l'autista né, dati i tempi, la scorta, non è tanto perché ha i quattrini e può pagarsi il biglietto, quanto piuttosto perché il suo ruolo all'interno della riproduzione spettacolare esige una presenza rapida, come rapidissima dev'essere l'intossicazione spettacolare. Per divisione di classe non ha da intendersi, quindi, semplicemente la stratificazione economica e/o gerarchica, ma piuttosto la ripartizione dei compiti e dei ruoli nella società capitalista neomoderna e nel suo corrispettivo politico, lo Stato. In Italia, in specie, il TAV funzionerà soprattutto per gli amministratori, pubblici e privati, per i gestori della politica come dello spettacolo propriamente detto, dei commercianti di merci o di idee (nonché di merci materiali e di idee materializzate) e, forse, di taluni curiosi o frettolosi. La sua destinazione indica bene il nuovo interesse di classe. Se, per esempio, l'Orient Express veniva prevalentemente usato da viaggiatori ricchi ma ancora curiosi, i TAV saranno usati da merci uomini che, se potessero, si sposterebbero da un luogo ad un altro alla velocità della luce, dunque non viaggiatori né tanto meno curiosi. Questo è ciò che intendiamo per carattere di classe.