Les Mauvais Jours Finiront interrompe (temporaneamente?) le pubblicazioni. Resta comunque on-line affinché rimangano accessibili i documenti pubblicati. L'Autore considera il lavoro di cernita, editazione, elaborazione dei materiali sin qui svolto, come propedeutico alla nuova esperienza – per molti versi affatto diversa – alla quale prende parte, quella del gruppo informale / rivista "Il Lato Cattivo". (Gennaio 2012)
(blog)

«(...) la rivoluzione non ricerca il potere, ma ha bisogno di poter realizzare le sue misure. Essa risolve la questione del potere perché ne affronta praticamente la causa. È rompendo i legami di dipendenza e di isolamento che la rivoluzione distrugge lo Stato e la politica, appropriandosi di tutte le condizioni materiali della vita. Nel corso di questa distruzione, sarà necessario portare avanti misure che creino una situazione irreversìbile. Bruciare le navi, tagliarsi i ponti alle spalle. La vita nova è la posta in gioco e, al contempo, l'arma segreta dell'insurrezione: è dalla capacità di sovvertire le relazioni materiali e trasformare le forme di vita che dipende la vittoria.
«La violenza rivoluzionaria sconvolge gli esseri, e rende gli uomini artefici del proprio divenire. Essa non si riduce a uno scontro frontale, reso improbabile dall'evidente squilibrio di forze esistente; e gl'insorti scivolerebbero sul terreno del nemico se adottassero una logica militare tout court. La guerra sociale mira piuttosto a dissolvere che a conquistare. Non temendo di mettere in gioco passioni, immaginazione e audacia, l'insurrezione si fonda sulla dinamica dell'autogenesi creativa.»

(«NonostanteMilano»)

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«Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, apparve una differente prospettiva (...): il rifiuto della forma-partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione «politica» e rivoluzione «sociale» (o «economica»), cioè della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di un nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finisca inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione

(Karl Nesic, L'appel du vide, 2003).

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«È la situazione in cui il proletariato si trova, a innescarne l’azione: la coscienza non precede l’atto; si manifesta solo come coscienza dell’atto stesso.»

(Gilles Dauvé, Le Roman de nos origines, 1983)

14 novembre 2008

Comunizzazione, ma...

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[Estratto da K.Nesic, L’Appel du vide, Trop Loin 2002, tratto da Meeting - Revue internationale pour la communisation, n.1, 2004, trad. it. Faber]


A differenza di quanto aveva fatto la sinistra comunista(1) all’indomani della Prima guerra mondiale,  il movimento che si sviluppò intorno al 1968 non riuscì ad elaborare una sintesi - fatto, questo, che  ne sottolinea i limiti. Da una parte, i gruppi maggiormente rappresentativi di quel movimento si riconnettevano solo molto indirettamente alle correnti della sinistra comunista storica; dall’altra, le loro interrelazioni testimoniano, più che di una convergenza, di una vera e propria tendenza alla scissione.

Socialisme ou Barbarie, fin dalle sue origini (1947-49), aveva posto in primo piano l’antagonismo tra burocrazia e proletariato. Le sue tesi trovavano una conferma nella tendenza della classe operaia ad esprimersi in forme autonome e nella formazione di consigli operai in paesi come la Germania dell’Est (1953) e l’Ungheria (1956), nonché negli scioperi selvaggi che in si moltiplicavano negli Stati Uniti e in Europa.

Negli anni ’60, elaborando la sua critica della vita quotidiana, l’Internazionale Situazionista, giunge a cogliere il significato effettivo del dominio reale del capitale(2), e contribuisce in tal modo all’elaborazione di una nuova concezione della rivoluzione, intesa come trasformazione radicale della totalità delle condizioni d’esistenza. L’IS riprende la tematica dei consigli operai per “de-operaizzarli”, attraverso l’applicazione del principio dell’autogestione alla totalità della vita.

Negli stessi anni, l’operaismo italiano (che non deve niente alla sinistra comunista e assai poco al gauchisme) è la sola corrente che sappia anticipare alcuni degli aspetti essenziali delle lotte che si annunciano: ruolo centrale dell’operaio-massa, contestazione degli apparati burocratici politici e sindacali, rifiuto del lavoro.

Il fatto che Socialisme ou Barbarie si sia disciolto prima del ’68 o che le radici dell’operaismo affondino nel riformismo(3), invita a riflettere sulla traiettoria seguita talvolta dalle idee rivoluzionarie.

Le correnti che abbiamo citato, andando al di là tanto dell’operaismo classico quanto della concezione tradizionale del proletariato – talvolta anche loro malgrado - fornirono un contributo importante al movimento sociale di quegli anni e alla sua forza. Altri, al contrario, sebbene incontestabilmente rivoluzionari (gli eredi tesaurizzatori della Sinistra comunista italiana e di quella tedesco-olandese, ad esempio) ebbero un impatto pressoché nullo sugli avvenimenti. Ciascuna di queste tre correnti, checché se ne pensi, ha organizzato la propria attività in funzione dei propri obiettivi e si è infine trovata (Socialisme ou Barbarie soltanto a titolo postumo) in sintonia con ciò che l’epoca conteneva di più radicale. Un’intuizione - nata certo da una riflessione sulla realtà - incontrava una prassi storicamente significativa.

Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, appare una differente prospettiva, che si riconnette a queste correnti e tuttavia ne costituisce il superamento: il rifiuto del partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, che al contrario sono considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione “politica” e rivoluzione “sociale” o “economica”, nonché della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di una nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finirà inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione.

Ora, questa prospettiva, culminata in Italia con il movimento del ’77, non è riuscita ad imporsi  Non soltanto la comunizzazione si è mostrata poco incisiva sul piano sociale, ma non è riuscita di fatto a darsi una formalizzazione e ad approdare a delle espressioni se non coerenti, quantomeno convergenti. L’insistenza sulla tematica dell’autonomia - giustificata, ma separata dal suo contenuto - ne è il risultato e rimane la sola eredità di quell’epoca a giocare un ruolo sociale, influenzando la contestazione radicale rinascente. Di quella prospettiva si considera oggi soprattutto la forma, ovvero l’auto-attività, che ne costituisce la condizione necessaria, ma non il movimento profondo.

Così, appena venuta alla luce, l’intuizione della rivoluzione come comunizzazione si è subito sbriciolata. Il comunismo rimane un’astrazione dogmatica. Il punto di rottura possibile nella continuità del capitalismo contemporaneo (il luogo, le forme d’organizzazione, i metodi, etc.) non si manifesta né nella pratica né nella teoria.

La perdita della totalità

La conseguenza di questo stato di cose è stata un’esplosione della “critica unitaria” del mondo. I suoi frammenti – come quelli di uno specchio andato in pezzi – riflettono oggi le molteplici dimensioni del movimento comunista. Nondimeno è impossibile, per noi, riconoscerci nella maggior parte delle sue espressioni attuali:

1) Quelle che disconoscono la centralità dell’essere umano nel suo rapporto con gli altri e con la natura (ci riferiamo a tutti i significati che può assumere il concetto di “primitivismo”, e in particolare ai testi di John Zerzan)(4). Per quanto ci riguarda, l’essere umano è “naturale” soltanto nella misura in cui cerca e modifica la propria natura adattandosi alla [trasformando la] natura intorno a sé […]. Non si tratta di contrapporsi alla natura più di quanto vi si debba ritornare. La lotta per il comunismo è attività umana, indubbiamente la prima a poter essere assunta come tale. L’auto-trasformazione che essa implica, coinvolge l’insieme dei rapporti umani, l’insieme delle relazioni (linguaggio, produzione, amore, etc.) e passa anche attraverso la fabbricazione di oggetti in ragione del contesto ambientale in cui si inserisce la specie umana.

2) Le posizioni che negano l’esistenza di qualsivoglia prospettiva rivoluzionaria e ne deducono che la lotta di classe e l’aspirazione al comunismo siano state niente più che delle buone idee, ma false, nella misura in cui il movimento proletario avrebbe avuto, come solo esito, l’estensione e l’approfondimento del dominio del capitale sul mondo. […] (E’ ciò che il lettore potrebbe concludere seguendo la parabola della rivista Invariance)(5).

3) Le posizioni secondo cui una rivoluzione comunista resta possibile, ma scaturirà dall’attività di individui generici, essendo state le distinzioni di classe superate dallo sviluppo stesso del capitale, al momento del suo passaggio dal dominio formale a quello reale (si prenda ad esempio la rivista Temps Critiques)(6). Noi crediamo, viceversa, che questo mondo continui ad essere suddiviso in classi e che la contraddizione tra esse sia ancora il motore della sua evoluzione e di ogni possibile rivoluzione. In virtù della sua collocazione all’interno della riproduzione del capitale - poiché esso la rende possibile ma, per lo stesso motivo, la può anche distruggere - il proletariato rimane il soggetto storico della rivoluzione.

4) Le tesi, anch’esse parziali, che mantengono la nozione di rivoluzione proletaria, ma la concepiscono come compimento della parabola storica del capitale (la rivista Théorie Communiste e le opere pubblicate dalle edizioni Senonevero illustrano bene questa posizione, che Jacques Camatte, in un articolo del 1978, qualifica come “strutturalismo proletario)(7). Il proletariato cessa così di essere  soggetto storico e diventa niente più che l’agente necessario del superamento rivoluzionario. Da autore della propria auto-soppressione, esso diventa una contraddizione interna del capitale. Con un curioso paradosso, gli stessi per cui il proletariato ha fallito nel suo tentativo di affermarsi come lavoro all’interno del capitale, finiscono con l’assolutizzare il proletariato. Non alla maniera degli operaisti, bensì facendone il segreto della salvezza del mondo. E’ la ricerca di un automatismo nella storia.

5) Le tesi, infine, che mettono in primo piano la lotta contro il lavoro, vedendo nel lavoro stesso nient’altro che un elemento residuale che, al contempo, è stato superato dal capitale (automazione, deindustrializzazione, etc.) e viene rifiutato da proletari ogni giorno più ribelli. Diversamente dagli operai delle grandi fabbriche, invischiati nel culto della produzione e nella logica della rivendicazione salariale, i proletari di oggi, sempre più mobili e precari, costituirebbero il germe di un futuro rivoluzionario assai prossimo, se non già in atto. In altri termini, l’operaio di un tempo, il peggior nemico del proletario, sarebbe (fortunatamente) una specie in via di estinzione (ci riferiamo qui, nella fattispecie, al gruppo Krisis e al suo Manifesto contro il lavoro)(8). Constatiamo che, anche in questo caso, si suppone sia il capitale a spazzare via gli ostacoli che sbarrano la strada all’emancipazione. Ma quale nuovo movimento è nato dalla precarietà? Quest’ultima, a ben vedere, presenta le stesse contraddizioni della condizione dell’operaio di mestiere o dell’operaio-massa: nessuna forma di lavoro salariato può garantire uno sviluppo rivoluzionario.

Non abbiamo passato in rassegna queste differenti posizioni parziali per proporre il loro superamento attraverso la nostra “soluzione”. Attualmente, qualsivoglia tentativo di sintesi tra immediatisti e “disincarnati”, deterministi e attivisti, non farebbe che produrre delle chimere. Convergenze e “selezione” si imporranno soltanto nel momento in cui emergerà una critica comunista pratica, capace di un minimo di esistenza sociale.

Una comprensione del mondo derealizzata

Il carattere estremamente minoritario della critica teorica comunista, emblematico di questa fase, non costituisce d’altronde il suo limite più grave. Quest’ultimo attiene invece al fatto che la comprensione del mondo vi risulta profondamente derealizzata e presenta in definitiva un immagine invertita rispetto a quella che ci fornisce il capitale. Non è indifferente, da questo punto di vista, che questo corpus teorico (quantomeno in Europa e negli Stati Uniti) si sia costituito e formalizzato proprio a partire dalla sconfitta del movimento sociale degli anni ’60-’70.

L’evoluzione attuale del capitale determina una proletarizzazione massiva (attraverso l’incremento del numero dei salariati, dei “salariabili”, dei “non-salariabili” a titolo pressoché definitivo, etc.), ma sembra fare del proletariato il grande assente. Nondimeno, o si teorizza la sua definitiva scomparsa o gli si ingiunge di realizzare infine il comunismo. Allorché tutto induce a pensare che il proletariato sia soltanto un fantasma, dei rivoluzionari lo descrivono come la causa ultima del corso della politica mondiale. Ri-scrivere l’attualità per leggervi in trasparenza la lotta di classe, è un esercizio talvolta utile, ma la facilità con cui lo si può ripetere basta a mostrarne i limiti. […] Meglio sarebbe chiedersi, allora, perché la lotta di classe determini l’intera storia contemporanea, ma non la rivoluzione proletaria. Non sarà forse la debolezza dei tratti comunisti di questa lotta che induce a un simile “sistematismo”? Nel momento in cui la possibilità del comunismo scompare dall’immaginario sociale dei proletari - per non dire delle sconfitte subite dal movimento comunista nel passato - si assolutizzano sia la rivoluzione che il proletariato.

Un catastrofismo idillico

Questa assolutizzazione si traduce in una visione idillica del processo rivoluzionario, spesso assimilato a una sorta di festa capace di sottrarre l’intera realtà alla controrivoluzione. Partendo dalla verità profonda per cui il proletariato, abolendo sé stesso, abolisce tutte le classi e, emancipandosi, emancipa l’umanità, si immagina una dissoluzione delle classi alla quale la maggioranza della popolazione aderirebbe automaticamente, senza tensioni né conflitti, poiché ciascuno - dal cameriere al manager, passando per il preside e il piccolo commerciante - vi troverebbe immediatamente il proprio tornaconto. Se la premessa è giusta, la conclusione viene tratta in modo un po’ troppo affrettato. Si dimentica che una rivoluzione è anche un periodo di esacerbazione dei conflitti sociali, di affermazione brutale degli antagonismi di classe, e che ci troveremo di fronte gruppi decisi a utilizzare ogni mezzo, pur di mantenere lo stato di cose presente. Il capitale e i suoi amministratori non lasceranno la scena della storia in punta di piedi, perché l’ora della loro dipartita sarà infine suonata. La storia offre parecchi esempi in questo senso: dal proletariato austriaco schiacciato preventivamente da Dollfuss negli anni trenta, alla strategia della tensione, volta a marginalizzare i radicali, in Italia.

Una rivoluzione comunista certamente non sarà assimilabile ad alcun’altra rivoluzione del passato. Nondimeno sarà una gigantesca conflagrazione fatta di spinte convergenti e divergenti, tra il proletariato e le altre classi e strati sociali, e in seno al proletariato stesso. Questi conflitti non si risolveranno necessariamente in forma pacifica. Benché oggi non abbia bisogno di esplicitarsi, esiste un odio di classe contro i proletari, da parte di quelle categorie la cui riproduzione sociale riposa segnatamente sulla convinzione che esse non hanno da perdere che le loro catene. Il dominio reale del capitale ha trasformato questi comportamenti ma non li ha aboliti. Essi saranno cancellati solo con la dissoluzione della logica sociale che li sostiene, ma certamente non sarà questione di poche settimane o mesi. Basti ricordare l’atteggiamento antiproletario delle classi medie cilene prima del golpe di Pinochet.

L’apparente dissoluzione della classe operaia, la massificazione delle classi medie e l’illusione della inessenzializzazione del lavoro, si sono tradotti in una condanna a morte simbolica del proletariato.

D’altro canto, la generalizzazione del lavoro salariato non implica che tutti siano proletari. E’ lo sfruttamento dell’operaio-massa a contenere, in quanto lo rende possibile, quello del tecnico, non il contrario. E’ l’operaio, non semplicemente condividendo la medesima condizione, ma attraverso la lotta, lo sciopero, lo scontro con il padrone, che ricorda al tecnico che l’umanità (la vita di entrambi) è ridotta a forza-lavoro. L’operaio-massa vede la propria attività ben più rinchiusa nella gabbia del lavoro, che non il quadro superiore o intermedio, dato che il secondo organizza o controlla il lavoro del primo. Confondere la salarizzazione generalizzata con una proletarizzazione universale significa fare del proletariato una realtà oggettiva, la cui forza statistica coinciderebbe con quella sociale; significa fare del numero la condizione fondamentale del successo di una rivoluzione.

Il meno che si possa dire è che oggi il rapporto dialettico tra critica pratica e teorica è fortemente allentato e che le idee comuniste sono ben lungi dal trasformarsi in forza materiale; laddove la teoria tende sia a perdersi nell’immediato, sia a farsi predittiva, scientista e a cercare le garanzie di un avvenire rivoluzionario. Ma il bisogno di dimostrare la “necessità” della rivoluzione è un sintomo quasi certo della sua attuale impossibilità (si dibatté parecchio a proposito della “crisi finale”, negli anni trenta). La ricerca di certezze - quasi in termini di fede religiosa - la dice lunga sulla comprensione della possibilità stessa di una rivoluzione. La sola critica esistente, dal punto di vista sociale, è oggi quella del riformismo.


Note del traduttore:
(1)        Ci si riferisce qui tanto alla sinistra comunista italiana (Bordiga), quanto a quella tedesco-olandese (comunismo dei consigli). Si vedano, in proposito, le considerazioni svolte da Jean Barrot in Le roman de nos origines,  La Banquise n.2, 1983. I paragrafi di questo testo inerenti la sinistra comunista, Socialisme ou Barbarie e l’Internazionale Situazionista, sono reperibili sul nostro sito sotto il titolo Il romanzo delle nostre origini (Prima, Seconda e Terza puntata). 

(2)        Il concetto di dominio reale viene definito da J.Camatte e G.Collu nel testo Transizione, 1969, in appendice a G.Cesarano, G.Collu, Apocalisse e rivoluzione, Dedalo, 1973. 

(3)        Abbiamo scelto di sopprimere il seguente brano, in quanto frutto di un evidente errore da parte dell’autore: “Panzieri era membro del PCI, Tronti sarebbe diventato in seguito senatore”. Raniero Panzieri fu, in realtà, esponente di spicco della sinistra socialista e direttore della rivista teorica del PSI, Mondo Operaio. Nel 1959 si dimise da tutti gli incarichi e l’anno seguente diede vita, insieme a Tronti, Alquati ed altri, ai Quaderni Rossi (1961-65).
Tronti, dopo la separazione da Panzieri, la creazione della rivista Classe Operaia (1964-67) e la stesura del celebre Operai e capitale, Einaudi, 1971, si iscrisse al PCI (teorizzandone un “uso operaio”). Negli anni ’70, soltanto in apparente discontinuità con le sue precedenti posizioni “operaiste”, di cui il suo degno sodale Toni Negri continuava a farsi portabandiera presso il movimento, fu autore dell’altrettanto celebre Sull'autonomia del politico, Feltrinelli, Milano, 1977.  Per un’analisi critica dettagliata, dal punto di vista (anti-leninista) della critica della politica, delle posizioni di Classe Operaia, si veda R.Sbardella, La NEP di Classe Operaia, in Vis-à-Vis n.8, Massari Editore, 2000 (http://web.tiscalinet.it/visavis/totonno8.pdf). 

(4)        A titolo di esempio citiamo J.Zerzan, Futuro primitivo, Nautilus, 2001. 

(5)        Tra i testi collegati alla rivista Invariance, fondata nel 1968 da Jacques Camatte, ricordiamo J.Camatte, Il capitale totale, Dedalo, 1977; J.Camatte, Verso la comunità umana (Scritti 1968-77), Jaca Book, 1978; J.Camatte, Comunità e divenire, Colibrì, 2000. Si veda inoltre il sito della rivista: http://pagesperso-orange.fr/revueinvariance/. 

(6)        Il sito di Temps Critiques, dove sono reperibili molti dei testi apparsi sulla rivista, si trova all’indirizzo http://membres.lycos.fr/tempscritiques/ 

(7)        J.Camatte, Forma e Storia, Colibrì, 2002 (in lingua francese). Il sito web di Théorie Communiste si trova  invece all’indirizzo http://theoriecommuniste.communisation.net/  

(8) Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, 2003.

5 novembre 2008

Contro il carcere scolastico

Prolegomeni ad una critica pratica della scuola e dell'univesità (2008)


Va innanzitutto chiarito che queste note non hanno alcuna pretesa di esaustività. Scritte in forma sintetica e apodittica, esse non sono che un canovaccio, un programma di lavoro che dovrà essere necessariamente sviluppato, approfondito e sottoposto a verifica.
Il punto di partenza del nostro discorso è la banale constatazione che la scuola - al pari del lavoro, della famiglia, dei centri di distribuzione e consumo, delle prigioni, degli ospedali etc., così come di ciascuna delle ideologie che ne giustificano l'esistenza - è elemento integrante di quell'immenso carcere a cielo aperto che va sotto il nome di società. Per "società" intendiamo una totalità complessa di attività e di relazioni inter-umane, che, in quanto separate dagli individui - dai loro desideri e aspirazioni - si erge innanzi ad essi come un potere estraneo, vieppiù incomprensibile e incontrollabile. (Fatto, questo, che ha come conseguenza non secondaria e certo non meno nefasta di altre, il proliferare di esperti di ogni tipo - politici, preti, sindacalisti, medici, sbirri, scienziati, giornalisti etc. - che millantano questa comprensione e capacità di controllo, e ai quali veniamo invitatati a rivolgerci, per risolvere i nostri problemi e placare le nostre inquietudini).
Le istituzioni preposte alla formazione sono dunque, innanzitutto, luoghi di disciplinamento e di definizione dei ruoli e delle gerarchie sociali.
Nelle scuole e nelle università, esseri umani in giovanissima età, prima obbligati dalla famiglia e dallo Stato, poi eventualmente per "scelta" - sempre e comunque previa la rinuncia a vivere e godere qui ed ora, in nome di un futuro che riserverà loro soltanto alienazione e sfruttamento - sono sottoposti ad un'attività insensata e coatta, all'autoritarismo degli insegnanti (che, volenti o nolenti, si devono adeguare ai crismi connaturati al loro ruolo), all'umiliazione di prove, esami, voti etc. Sono, in altre parole, privati di ogni residua vitalità e autonomia individuale.
Là dove non arriva la famiglia, arriva la scuola...
La stessa noia, coazione, e senso di umiliazione, d'altronde, li si può ritrovare negli insegnanti, sebbene le ragioni reali della loro insoddisfazione - la non-vita scolastica e sociale - vengano per lo più rivestite di una serie di lagnanze e razionalizzazioni ormai consunte dal troppo uso: "i ragazzi non si impegnano", "la scuola non funziona", "le famiglie non collaborano", "le nuove generazioni sono inebetite dalla televisione", etc. Tutte affermazioni che capita spesso di sentir pronunciare, ma che nella loro superficialità non si avvicinano nemmeno al nocciolo della questione.
Questo orrore, del resto, non è fine a sé stesso. Esso deve educare i bambini e i giovani al lavoro, all'obbedienza e alla rassegnazione, trasformarli in produttori-consumatori efficienti e competitivi. In altri termini, deve produrre in serie degli automi perfettamente asserviti, dei cittadini.
Quando il dominio del capitale, per bocca dei suoi lacchè, afferma la necessità di una modernizzazione della scuola, parla essenzialmente di questo: affinare i mezzi per la realizzazione di tale  disegno totalitario - l'utopia capitalista - in quanto il suo inveramento si rivela, alla prova dei fatti, problematico e contraddittorio. Basti pensare alle crescenti difficoltà che il sistema incontra nel mantenere l'ordine nei ranghi; difficoltà che pure, almeno per il momento, non si traducono in una critica effettiva dell'esistente, ma si manifestano soltanto in forme irrazionalmente distruttive e autodistruttive e, in quanto tali, facilmente recuperabili e detournabili in una legittimazione dei processi di ristrutturazione in atto. Questa constatazione, che è generalizzabile all'intera società, trova nell'ambito specifico della formazione un'esemplificazione nel cosiddetto bullismo, negli atti vandalici, nelle esplosioni di violenza apparentemente ingiustificate e in altri fenomeni meno visibili, che testimoniano di un'indisciplina diffusa. Che del resto si può evincere, in negativo, dall'introduzione nelle scuole di tecniche di controllo sempre più sofisticate (ad esempio la possibilità, per i genitori, di accedere a registri elettronici pubblicati su web, che forniscono un quadro delle assenze e del rendimento scolastico dei figli).
Ma la formazione dei futuri cittadini - e questo punto è di una certa rilevanza - non avviene soltanto inculcando nelle teste degli studenti ideologia in quantità industriali, cosa del resto piuttosto ovvia; ma verificando quotidianamente, nella prassi - cioè in una sorta di continua simulazione dei ruoli sociali che, potenzialmente, ciascuno andrà in seguito a ricoprire - il grado raggiunto di irreggimentazione dei corpi e dei cervelli. E' su questa base (oltre che naturalmente su quella del reddito, che garantisce l'accesso a scuole più o meno d'élite) che si determinano quelle stratificazioni, legate alla carriera scolastica di ciascuno, che andranno poi a riflettersi nelle - e a legittimare le - gerarchie in cui si articola la struttura sociale capitalista (si pensi, ad esempio, al mercato del lavoro).
L'introduzione nelle università, già alcuni anni or sono, del sistema dei crediti formativi (tutto incentrato sul concetto quantitativo dell'ammontare del tempo dedicato allo studio e alle attività ad esso correlate), testimonia chiaramente, al di là dei suoi limiti intrinseci, di come questa specifica funzione delle istituzioni formative sia diventata preponderante (1).
Se è vero, quindi, che oggi la scuola e l'università più che sapere producono ignoranza - anche dal punto di vista di un'ideologia borghese ormai in fase di avanzata decomposizione - ciò non è dovuto ad una qualche arretratezza, a un deficit di efficienza o all'inadeguatezza del corpo insegnante, ma risponde a una precisa esigenza del sistema. Nella misura in cui nella società capitalista neomoderna ogni funzione, sia a livello della produzione che sul piano sociale complessivo, risulta tendenzialmente svuotata di ogni contenuto e competenza reale e diviene intercambiabile (2), la quantità di nozioni con cui gli studenti vengono quotidianamente bombardati, è sempre meno qualcosa che sia spendibile e utilizzabile al di fuori della scuola stessa, e sempre più fine al solo processo di disciplinamento degli individui. Il loro contenuto, da questo punto di vista, diventa allora tendenzialmente indifferente. La maggior parte degli impieghi, per rimanere all'esempio del mondo del lavoro, richiedono oggi soltanto competenze di base minime (saper leggere, scrivere, far di conto e poco più), mentre le poche abilità necessarie alla concreta attività produttiva sono in gran parte acquisite in un processo formativo, interno al luogo di lavoro, che viene a sovrapporsi e a confondersi con l'attività produttiva stessa.
Risulta quindi a dir poco risibile la litania - che a forza di essere ripetuta, nel corso degli ultimi quarant'anni, ha perduto ogni significato all'orecchio stesso di coloro che continuano imperterriti a borbottarla - della difesa del "sapere" da una sua presunta "mercificazione". Al di là delle considerazioni già sviluppate, e sorvolando sul fatto che simili affermazioni postulano l'esistenza di un sapere  "neutrale"- cosa di per sé palesemente falsa - che il capitale cercherebbe di piegare a proprio vantaggio, si deve notare come questo "sapere", nella misura in cui è coinvolto nel processo di formazione della merce forza-lavoro e viene in essa incorporato, è già per definizione "mercificato". E questo è vero oggi, laddove il suo ruolo è da considerarsi affatto residuale, come era vero all'epoca in cui il suo valore d'uso (per il capitale) aveva ancora un peso determinante.
Lo stesso discorso può essere applicato al concetto marxiano di General Intellect. Quest'ultimo, come è noto, non si riferisce ad altro se non a quell'intelligenza collettiva, quell'insieme di saperi e abilità creative, diffusi e per lo più informali - accumulati nelle comunità precapitalistiche come conoscenze e pratiche tradizionali o sviluppati dai proletari all'interno del processo di produzione - che il capitale si appropria, gratuitamente, insieme alla forza-lavoro. Ma tale movimento di appropriazione e di mercificazione è in realtà contraddittorio, in quanto, se da una parte questa intelligenza collettiva viene sottomessa alla potenza normativa della produzione capitalista, dall'altra essa costituisce lo strumento e la leva di movimenti di sottrazione, resistenza o conflitto aperto, talvolta anche molto radicali. La conoscenza del processo produttivo e dei suoi segreti, ad esempio, consente al lavoratore di colpire nel modo più efficace gli interessi materiali della controparte, limitando al minimo le perdite (sabotaggio, blocco della produzione, forme di sciopero non istituzionalizzate etc.). Un'insieme di "saper fare", che permetta di non essere totalmente asserviti al mercato rispetto alla soddisfazione dei propri bisogni, permette inoltre, a chi ne sia in possesso, di sottrarsi quantomeno ai ricatti più odiosi del capitale riguardo alle condizioni di lavoro e di "vita". Per questo il capitale cerca di appropriarsi realmente, incorporandoli nel proprio apparato macchinico e nella propria organizzazione produttiva, questi saperi. In effetti, il capitale non crea nulla: si limita a riciclare e sottomettere alle proprie esigenze di valorizzazione - cambiandolo di segno - tutto ciò che gli pre-esiste (3).
Oggi, questo processo di sussunzione si è ormai spinto talmente avanti, che è rimasto ben poco da incorporare. Ogni seppur minimo residuo delle conoscenze tradizionali, almeno nei paesi a capitalismo avanzato, è scomparso dall'orizzonte sociale (salvo essere riesumato, alla bisogna, in forma svuotata e spettacolare, onde creare nuove illusioni e occasioni di profitto). La megamacchina produttiva e sociale costituisce sempre più, per il singolo individuo atomizzato e isolato, un arcano impenetrabile. Pertanto, se è vero che in altra epoca «riappropriarsi di questa intelligenza collettiva poteva significare un ribaltamento dei rapporti sociali», ai giorni nostri risulta «ridicola la pretesa di ridurre quello che viene definito General Intellect alle capacità "scientifiche" o tecnologiche di singoli o gruppi (...) e di attendersi da lì una specie di "nuova avanguardia": queste intelligenze sono ormai asservite alla macchina (...) e i suoi portatori ridotti a riproduttori, magari ad alto livello, dell'esistente»(4).
Non vi è dunque alcun sapere che vada difeso dal parassitismo del capitale, per il semplice fatto che le condizioni storiche di tale parassitismo sono venute meno.
La società capitalista, nella sua forma neo-moderna e iper-spettacolare, ha ormai perduto qualsivoglia capacità di innovare e progredire, sia sul piano della produzione sia su quello della conoscenza (beninteso, il suo è sempre stato un progresso nell'alienazione), determinando in tal modo una sorta di glaciazione sociale, che esclude per ora solamente quei settori che si occupano direttamente del controllo e dell'amministrazione dei corpi (biotecnologie, medicina, informatica etc.). Quanto agli altri settori, si possono ormai riscontrare soltanto variazioni di dettaglio, applicate a merci sempre più insapori, inutili e nocive (5).
Va infine notato come quello che oggi viene prodotto nelle università e  spacciato per "sapere" (definizione che presuppone un non essere fine a sé stesso, un utilità pratica, se non immediata quantomeno in prospettiva futura), si riduca per lo più ad una pletora di merci culturali, che una massa di consumatori "intellettualizzati" trangugia senza il minimo senso critico, così come la gran parte dei nostri contemporanei si appropria con famelica bramosia di qualunque rappresentazione spettacolare - e della relativa merce - sia proposta loro a simulazione di una vita assente e compensazione del nulla a cui ci si vorrebbe condannare.
Tali merci culturali sono, in buona parte, il frutto dell'attività di una forza-lavoro intellettuale precarizzata e sottopagata (dottorandi, borsisti, ricercatori etc.) o non pagata affatto (molti studenti, di fatto, lavorano gratuitamente per i rispettivi professori), che evidentemente non è stata risparmiata dal processo di impoverimento, parcellizzazione e standardizzazione del lavoro, che l'organizzazione sociale capitalista inesorabilmente impone. Il successo delle ideologie - cui già si è accennato in relazione alla questione del General Intellect - che negli ultimi quindici anni non hanno smesso di ammorbare l'aria di certi ambienti intellettuali e "antagonisti", soprattutto entro gli italici confini, e che pur cambiando forma e linguaggio non hanno mutato la loro sostanza (lavoro immateriale, moltitudini, cognitariato e così via) è spiegabile, molto banalmente, con il tentativo delle suddette figure sociali di esorcizzare, attraverso queste fantasmagorie, il processo di proletarizzazione e dequalificazione a cui sono sottoposte.
Dunque, che fare?
Appare evidente che, chiunque voglia davvero rimettere in discussione l'attuale assetto societario, non possa attestarsi su rivendicazioni riformistiche e sostanzialmente solidali con la dinamica capitalista, quali la  difesa dell'"università di massa" (ormai morta e sepolta), della scuola pubblica (che non si vede bene in che cosa si distingua, dal punto di vista della critica rivoluzionaria, da quella privata) o di un qualche "diritto allo studio".
Rifiutarsi di rivendicare la propria stessa schiavitù e alienazione sarebbe già un primo passo avanti. Certo, nel caso del "diritto al lavoro" una simile rivendicazione, sia pure sul piano strettamente pratico della necessità di portare a casa la pagnotta, è ancora comprensibile; così come era comprensibile, fino a quando questa possibilità non è stata completamente soppressa, che lo studente si servisse della cosiddetta "università di massa" per rimanere il più a lungo possibile lontano dalla maledizione del lavoro - ma a prezzo di quale miseria materiale ed emotiva! (6). Assai meno accettabile è la trasposizione di queste "rivendicazioni di diritti" sul piano ideologico. Insomma, rimane un punto fermo il fatto che, per i proletari, il lavoro rappresenta nient'altro che un mezzo per avere accesso ad un salario, e nulla più!
Nemmeno ci si può accontentare di una critica parziale, incentrata su questa o quella singola problematica (autoritarismo, contenuti della didattica, etc.) o sulla loro mera giustapposizione. Come già si è visto, ogni singolo aspetto che meriti di essere criticato, si inscrive nella funzione complessiva che la scuola e l'università rivestono all'interno della società del capitale. Ciò che è urgente sviluppare, dunque, è una critica globale di queste istituzioni, in quanto è dal loro carattere di sfera separata e di elemento saldamente incastonato nel panorama dell'alienazione universale, che discendono a cascata tutte le nocività specifiche  di cui sono crogiuolo.
Su di un piano più strettamente pragmatico, si tratta di incoraggiare, ovunque sia possibile, il rifiuto, il sabotaggio e l'insubordinazione - nella scuola come in ogni altro ambito della vita sociale. Offrire loro una sponda teorica e una prospettiva, affinché non rimangano confinati all'episodio isolato e non degenerino in forme di ribellismo cieco. Organizzare forme di sperimentazione, in cui l'apprendimento non sia più separato dall'esperienza (comune) e dai desideri degli individui. Sempre mantenendo ben salda la consapevolezza  che il superamento dell'orrore scolastico rimane in ogni caso inscindibile dal superamento dell'orrore capitalistico.
Sogniamo un mondo, che vogliamo ancora chiamare comunismo, dove le persone possano imparare le une dalle altre, nella condivisione ed elaborazione collettiva delle esperienze o nel confronto individuale con la realtà, in ogni caso al di fuori di qualsivoglia relazione gerarchica e autoritaria.
Sogniamo un mondo dove la conoscenza sia innanzitutto uno strumento della gioia di vivere e del libero gioco delle passioni.
Sogniamo un mondo libero da tutte le galere, siano esse con o senza sbarre.


MORTE ALLA SCUOLA, ALLO STATO E AL CAPITALE!


DIFENDERE / DIFFONDERE LA LIBERTA' OVUNQUE!
                                            


Bologna, 3 novembre 2008
Les Mauvais Jours Finiront


Note:
(1) Collettivo Universitario "Vecchia Talpa" (Bologna),  Formazione e Mercato del Lavoro. Note per un’Analisi di Classe dei Processi Formativi, in Vis-à-Vis - Quaderni per l'autonomia di classe, n.7, Massari Editore, 1999.
(2) R.D'Este, Qualcosa. Alcune tesi sulla società capitalista neomoderna, (1994), Porfido. Questo breve testo contiene una serie di spunti d'analisi estremamente interessanti e potenzialmente fecondi, anche se a nostro avviso non è condivisibile la tesi, del resto appena abbozzata dall'autore, secondo cui il lavoro avrebbe cessato di essere la fonte primaria della valorizzazione del capitale.
(3) Il capitale fa a pezzi il mondo per ricostruirlo a sua immagine e somiglianza, utilizzando il cemento del valore e della logica astratta del suo indefinito accrescimento. Esso, in altri termini, priva gli individui e le comunità della capacità di soddisfare autonomamente i propri bisogni, e impone il surrogato di questa  soddisfazione in forma di merce (e del lavoro necessario a produrla). In questo senso l'accumulazione primitiva non rappresenta soltanto la fase preliminare della nascita del capitalismo industriale, ma è connaturata al movimento stesso del capitale, in ogni sua fase storica. Questo processo di espropriazione è giunto oggi a toccare il cuore stesso del processo vitale, come dimostrano il mostruoso sviluppo dell'industria medica e farmacologica e, in particolare, le cosiddette conquiste della genetica e della bioingegneria. Cfr. J-M.Mandosio, Fine del genere umano?, Acrati, 2008, nonché F.B., Medicina maledetta e assassina, 2008, in Les Mauvais Jours finiront (www.mondosenzagalere.blogspot.com).
(4) R.D'Este, op.cit.. Cfr. il seguente brano di R.Finelli: «In particolare, la macchina informatica richiede una forza-lavoro mentale a sé particolarmente subalterna ed omogenea, essendo la sua caratteristica fondamentale quella di collocare una serie enorme d’informazioni al di fuori del cervello umano e di dar luogo così a una mente artificiale, di cui quella umana diventa solo funzione e appendice.
«Almeno appare esser tale nel lavoro salariato o nel lavoro autonomo appaltato al capitale,laddove è ampliamento di memoria a disposizione di un soggetto elaboratore e creativo solo nel caso di lavori privati e ad alto contenuto di professionalità. Così la macchina dell’informazione, applicata a processi produttivi capitalistici, istituisce un sistema macchina-forza-lavoro che richiede erogazione di lavoro astratto: cioè di lavoro che, privo di coscienza del senso complessivo delle informazioni che organizzano e comandano il processo produttivo, immette risposte ed elaborazioni già predeterminate e precodificate. In tal modo, mentre il lavoro astratto tayloristico-fordistico è conseguenza di una occupazione totale del corpo da parte dell’automatismo macchinico, la quale pure lascia libera nella ripetizione dei movimenti la mente, nel nuovo lavoro astratto è la mente che viene occupata e pervasa da un codice e una semantica che non hanno nulla a che fare con il corpo della forza-lavoro in questione» (R.Finelli, Classi Fantasmi e Postmodernità, in Vis-à-Vis n.8, Massari Editore, 2000, p.300). Sul concetto di forza-lavoro mentale si veda anche R.Sbardella, Astrazione e Capitalismo , in Vis-à-Vis n.6, Massari Editore, 1998.
(5) R.D'Este, op.cit.
  (6) Cfr. Alcuni membri dell'Internazionale Situazionista e studenti di Strasburgo, Della miseria dell’ambiente studentesco, (1966), Nautilus.