Les Mauvais Jours Finiront interrompe (temporaneamente?) le pubblicazioni. Resta comunque on-line affinché rimangano accessibili i documenti pubblicati. L'Autore considera il lavoro di cernita, editazione, elaborazione dei materiali sin qui svolto, come propedeutico alla nuova esperienza – per molti versi affatto diversa – alla quale prende parte, quella del gruppo informale / rivista "Il Lato Cattivo". (Gennaio 2012)
(blog)

«(...) la rivoluzione non ricerca il potere, ma ha bisogno di poter realizzare le sue misure. Essa risolve la questione del potere perché ne affronta praticamente la causa. È rompendo i legami di dipendenza e di isolamento che la rivoluzione distrugge lo Stato e la politica, appropriandosi di tutte le condizioni materiali della vita. Nel corso di questa distruzione, sarà necessario portare avanti misure che creino una situazione irreversìbile. Bruciare le navi, tagliarsi i ponti alle spalle. La vita nova è la posta in gioco e, al contempo, l'arma segreta dell'insurrezione: è dalla capacità di sovvertire le relazioni materiali e trasformare le forme di vita che dipende la vittoria.
«La violenza rivoluzionaria sconvolge gli esseri, e rende gli uomini artefici del proprio divenire. Essa non si riduce a uno scontro frontale, reso improbabile dall'evidente squilibrio di forze esistente; e gl'insorti scivolerebbero sul terreno del nemico se adottassero una logica militare tout court. La guerra sociale mira piuttosto a dissolvere che a conquistare. Non temendo di mettere in gioco passioni, immaginazione e audacia, l'insurrezione si fonda sulla dinamica dell'autogenesi creativa.»

(«NonostanteMilano»)

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«Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, apparve una differente prospettiva (...): il rifiuto della forma-partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione «politica» e rivoluzione «sociale» (o «economica»), cioè della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di un nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finisca inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione

(Karl Nesic, L'appel du vide, 2003).

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«È la situazione in cui il proletariato si trova, a innescarne l’azione: la coscienza non precede l’atto; si manifesta solo come coscienza dell’atto stesso.»

(Gilles Dauvé, Le Roman de nos origines, 1983)

16 luglio 2009

Note su vertici e contro-vertici


Lo sbirro di movimento Luca Casarini si intrattiene con il suo omologo Giuseppe Grasso, dirigente della Polizia di Stato, incaricato di garantire l'ordine pubblico durante il vertice dei ministri degli esteri europei tenutosi a Riva del Garda nel settembre 2003.

[Consideriamo il testo che segue ancora attuale, malgrado la volatilizzazione del cosiddetto Movimento dei movimenti e la scomparsa dalla scena dei suoi  ormai impresentabili leader, di cui il fallimento del recente contro-vertice aquilano non segna che un'ulteriore conferma. - Lmjf]

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Note su vertici e contro-vertici

L’illusione di un centro

Il capitalismo è un rapporto sociale e non una cittadella di potenti. È partendo da questa banalità che si può affrontare la questione dei vertici e dei contro-vertici. Rappresentare il dominio capitalista e statale come una sorta di quartier generale (si tratti del G8, del WTO o di qualsiasi altro organismo simile) è funzionale a chi vorrebbe opporre a quel centro direttivo un altro centro: le strutture politiche del cosiddetto movimento, o meglio, i loro portavoce. Insomma, è funzionale a chi propone semplicemente un cambio di personale dirigente. Questa logica, oltre ad essere riformista nell’essenza e nelle finalità, risulta collaborazionista e autoritaria nei metodi, in quanto porta a centralizzare la contestazione. Di qui l’interesse, per questi sinistri oppositori così ansiosi di farsi ascoltare dai “padroni della terra”, di investire soldi e battage politico sui vertici in cui sempre più di frequente si danno appuntamento i potenti con le loro comparse. Che nel corso di quei vertici si formalizzino semplicemente decisioni prese altrove non turba certo i vari rappresentanti dei social forum: del resto, anche la loro opposizione è del tutto formale, consistendo per lo più in seminari a pagamento in cui si dimostra che il neoliberismo ha torto e l’umanità ha ragione, oppure, per i più vivaci, in qualche performance combattiva opportunamente concordata con la polizia. D’altronde, come potrebbe essere reale una contestazione sovvenzionata dalle istituzioni, rappresentata da consiglieri comunali e parlamentari, e protetta dagli storici affossatori del movimento operaio (ci riferiamo ai servizi d’ordine affidati alla Cgil in collaborazione con gli sbirri)? Il paradosso è che si chiama la gente in piazza in nome di un altro mondo possibile, nell’intento però che... non succeda assolutamente nulla. Ogni volta che una folla più o meno oceanica si sposta placidamente, sorvegliata a vista, si grida che è una grande vittoria del movimento. Eppure questi pacificatori sociali sanno benissimo che la loro capacità di porsi come interlocutori delle istituzioni non dipende tanto dal numero di persone che portano in piazza (milioni di manifestanti contrari all’ultima aggressione militare contro l’Iraq non hanno gran che impensierito i governi coinvolti nella guerra), bensì dalla forza di mediazione e di repressione che riescono a mettere in pratica – o a giustificare – contro ogni ribellione sociale. Infatti, se si parla tanto di vertici e contro-vertici, se i rappresentanti dei social forum sono accolti ai tavoli delle trattative e lusingati dai mass media, è solo perché, a Seattle per la prima volta e poi in altre occasioni, qualcosa è successo: migliaia di compagni e di giovani poveri hanno attaccato le strutture del capitale e dello Stato, hanno rovesciato i piani polizieschi dell’urbanistica aprendo spazi di comunicazione e si sono scontrati con i servi in divisa. Senza questa minaccia sovversiva – segno, assieme alle tante esplosioni insurrezionali che hanno scosso gli ultimi anni, dell’epoca in cui siamo entrati – i padroni non saprebbero che farsene dei vari Casarini ed Agnoletto. Non è successo forse qualcosa di simile con i sindacati? Ascoltati e foraggiati dal capitale nei periodi di grande conflittualità sociale con lo scopo di dividere, demoralizzare e denunciare i proletari rivoltosi, sono stati messi in soffitta in tempi più recenti; per questo ora sono costretti a far di nuovo la voce grossa contro quegli attacchi padronali da loro stessi giustificati e sanciti.
I portavoce “disobbedienti” devono allora distinguersi dai cattivi, dagli estremisti, dai violenti (cioè da chi pratica l’azione diretta) e dare visibilità politica agli altri. Da una lato, quindi, gli slogan dei vari social forum risultano perfettamente adatti ai borghesi illuminati: tassazione del capitale finanziario, regole democratiche e trasparenti sul commercio globale, più Stato e meno mercato, consumo critico, banche etiche, pacifismo, eccetera. Dall’altro, quella che vendono con le loro “mobilitazioni democratiche” è una merce pregiata: l’illusione di far qualcosa contro le ingiustizie del mondo. I contro-vertici sono, in tal senso, un ghiotto spettacolo. I pochi cattivi repressi e i buoni ascoltati nelle loro giuste rivendicazioni: fine della favola?
Il dominio sa che non è così semplice. Le proposte disgustosamente realistiche dell’opposizione addomesticata non hanno nulla da dire a milioni di poveri parcheggiati nelle riserve del paradiso mercantile e repressi dalla polizia. Una piccola riprova si è avuta a Genova: solo durante gli scontri e i saccheggi dei supermercati i giovani dei quartieri proletari si sono uniti agli altri insorti. Mentre le tute bianche con le loro kermesse apparivano ai loro occhi come dei marziani e dei buffoni, questi esclusi da ogni racket politico hanno capito al volo il linguaggio della rivolta.

Un soffio d’ imprevedibilità

Non c’è dubbio che a Seattle e a Genova, così come più recentemente a Salonicco, si è manifestata una critica senza mediazioni al dominio e a tutti i suoi falsi nemici. Malgrado la scadenza fosse stata fissata dai padroni, la gestione della piazza da parte dei riformisti è saltata. Diciamo questo pur essendo stati fra i compagni che sostenevano che Genova è dappertutto: che se il dominio e lo spossessamento sono in ogni parte della società e nella vita quotidiana, l’attacco non ha bisogno di appuntamenti fissati dal nemico. Abbiamo trovato interessante la pratica di chi, disertando la messinscena della “zona rossa” da violare e la trappola dello scontro frontale con la polizia, si è mosso con agilità colpendo e scomparendo (egregio, in tal senso, l’assalto al carcere di Marassi a Genova). Questo potente soffio di imprevedibilità, questo “federalismo” sovversivo delle azioni e dei gruppi, ha segnato un’importante rottura con la logica di chi centralizza il nemico per centralizzare (e rendere simbolica) la lotta. Riteniamo tuttavia che essere là dove il nemico non ti aspetta, lontani dalle scadenze, sia la prospettiva migliore. I contro-vertici, anche nei loro aspetti più interessanti, limitano questa prospettiva. Inoltre, senza nulla togliere, ripetiamo, alle esplosioni di Seattle e di Genova, ci sembra che rincorrere simili scadenze stia diventando un cliché, per di più divoratore di energie: finito un contro-vertice se ne prepara un altro. Sono sempre più i mass media a fissare le scadenze, al punto che, se molti rivoluzionari hanno manifestato, ad esempio, contro la guerra in Iraq, quasi nessuno è riuscito ad esprimere una qualsiasi solidarietà pratica agli insorti d’Argentina o d’Algeria. Si presta spesso più importanza a scontri che coinvolgono quasi esclusivamente dei “militanti” rispetto ad autentiche sommosse sociali e di classe.
Sappiamo benissimo qual è il motivo per cui molti compagni vanno ai contro-vertici: l’azione diretta diffusa e lo scontro generalizzato con gli sbirri è possibile solo in situazioni di massa. Essendo la prospettiva di attaccare altrove estremamente minoritaria, solo in situazioni molto allargate si può sperimentare una certa guerriglia di strada. Altre azioni si possono realizzare in qualsiasi momento, in nulla incompatibili con certe pratiche di piazza durante i contro-vertici. Eppure crediamo che alla lunga una simile pratica limiti l’autonomia di analisi e di azione (di fronte a quanti conflitti sociali siamo rimasti a guardare?), trasformandosi suo malgrado in una sorta di versione estremista all’interno del carrozzone disobbediente. Senza contare che sarà pure il caso di chiedersi come mai il potere pubblicizza così tanto vertici in cui si sanciscono decisioni già prese. Tutto ciò ci sembra un grande terreno di studio e di sperimentazione di tecniche di contro-sommossa da parte della polizia. Una sorta di trattamento omeopatico: il dominio si inocula a piccole dosi il virus della sovversione per rafforzare i propri dispositivi immunitari in vista di contagi sociali più vasti. Deve sapere come si muovono e come si organizzano i cattivi, e con quali buoni è possibile dialogare affinché nulla cambi realmente.

Un esperimento a cielo aperto

Ma i vertici costituiscono soprattutto un altro tipo di sperimentazione: vedere qual è il grado di vessazioni che la popolazione è disposta a sopportare. Portando nel “ricco Occidente” un pezzo di Palestina, con i suoi check-point, con le sue zone rosse permanenti e i suoi blindati ad ogni angolo, il dominio sta informando i suoi cittadini che, fino a prova contraria, sono tutti delinquenti; che nulla è abbastanza sicuro per l’apparato poliziesco e tecnologico; che l’urbanistica è la continuazione della guerra sociale con altre armi. Più di sessant’anni fa Walter Benjamin scriveva, nelle sue Tesi sul concetto di storia, che «lo stato di eccezione nel quale viviamo è la regola». Se questo è vero, dobbiamo capire cosa lega un lager per immigrati senza documenti agli stadi in cui vengono affastellati i rifugiati di guerra, certi quartieri popolari presidiati dalla polizia alle varie Guantanamo sparse per il mondo, alcune operazioni di sfollamento assolutamente sproporzionate rispetto agli scopi dichiarati (interi quartieri evacuati per disinnescare qualche ordigno della prima guerra mondiale) ai razionamenti di energia elettrica eseguiti senza preavviso – stile Ventennio – dall’Enel. Fin qui si tratta di esperimenti riusciti, che confermano quanto scriveva un compagno negli anni Settanta: quello del capitale è un popolo di stoici. Stravolgono la viabilità, mettono telecamere ovunque, installano antenne nocive sui tetti delle case, criminalizzano sempre più comportamenti: nessuno fiata.
I vertici sono la rappresentazione concentrata di tutto questo, la sospensione giuridica di ogni diritto. «Cosa succede?», si chiede il cittadino medio, costretto ad un insolito tragitto per andare a fare la spesa. «Niente, sono i no global», gli risponde la signora al supermercato. Intanto gli privatizzano persino l’acqua potabile, mentre la polizia è dovunque.
Ma proprio perché si tratta di una rappresentazione concentrata di una situazione quotidiana, costante e diffusa deve essere la critica pratica del controllo sociale, ad esempio attraverso la distruzione di telecamere e di altri sistemi di sorveglianza elettronica. È importante realizzare mappature sulla collocazione degli apparecchi di controllo, diffondere la loro conoscenza e sostenere teoricamente la necessità di attaccarli.

Il nuovo grugno del dominio

Il potere è sempre più sfacciato. Da una parte, i padroni sanno che le attuali condizioni sociali, sempre più all’insegna della precarietà e della dipendenza dalla merce, possono essere imposte solo attraverso il terrore: tale terrore si manifesta all’esterno sotto forma di guerra, all’interno sotto forma di paura del futuro (ad esempio di rimanere senza lavoro) oppure attraverso la repressione di fasce sociali sempre più ampie. Dall’altra, decenni di pacificazione sociale – in cui ogni ignominia è passata per la semplice ragione che non si è fatto nulla per impedire quella precedente, in un’accelerazione inaudita dell’abiezione – hanno dato al dominio un’arroganza senza precedenti. L’abbiamo vista al lavoro, ad esempio, a Genova, nei pestaggi, nelle torture, nell’assassinio di Carlo Giuliani. E continua. Il nuovo questore di Trento è Colucci, questore a Genova durante il G8, carogna patentata. Sarà lui a gestire il vertice dei ministri degli esteri dell’Unione europea che si terrà a Riva del Garda, fra il 4 e il 6 settembre prossimo [2003, ndr]. Capito il messaggio? Un comitato trentino “per la verità e la giustizia” non ha trovato nulla di meglio che invitarlo ad un pubblico confronto.

Piogge acide e foglie di fico

I ministri degli esteri che si incontreranno a Riva tra il 4 e il 6 settembre dovranno raggiungere una sorta di piattaforma comune da presentare al vertice del WTO di Cancun, in Messico, dal 10 al 14 settembre. Il tema è quello dell’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (in inglese GATS) che prevede, appunto, la liberalizzazione a livello mondiale dei principali “servizi pubblici”. Tra le tante decisioni in corso, la più scandalosa è sicuramente quella della privatizzazione dell’acqua, la quale potrebbe diventare una realtà per i 144 paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Si tratta di un processo avviato da tempo, visto che sette multinazionali si contendono da decenni la concessione di imbottigliare l’acqua minerale e negli ultimi anni anche quella di gestire gli acquedotti. Anche il “Tavolo trentino per un’Europa sociale” insiste sulla privatizzazione dell’acqua, e sulla sua scarsità a causa dell’inquinamento, quale emblema del neoliberismo più sfrenato. A parte le consuete lamentele sull’aspetto non democratico di questi accordi (come se quello che fanno i singoli governi fosse soggetto invece a chissà quali dibattiti pubblici...; inoltre, non erano le istituzioni statali a doverci salvare dal mercato selvaggio?), ciò che è altrettanto scandaloso, nei discorsi di questi riformisti, è lo scarto fra l’ampiezza del disastro che denunciano e le soluzioni che propongono.
Da una parte accennano a cause quali l’industrializzazione dell’agricoltura, la concentrazione delle popolazioni in città sempre più gigantesche, l’inquinamento prodotto dalle fabbriche, lo spreco d’acqua potabile per i macchinari industriali o per le coltivazioni destinate agli allevamenti intensivi di animali, insomma l’essenza stessa del sistema tecno-industriale; dall’altra propongono... nuove leggi, regole trasparenti, persino la partecipazione dei cittadini, sotto forma di Bot, alle s.p.a. che privatizzano l’acqua. Ci sono paesi interi in cui, grazie alle meraviglie del progresso, il collasso del sistema bancario lascerebbe le campagne senz’acqua; e questi cittadini fieri di esserlo vogliono altre leggi. Un po' come se, di fronte ad un acquazzone di piogge acide, si suggerisse di coprirsi il capo con foglie di fico biologiche. Le proposte dei vari social forum, ragionevoli secondo la razionalità politica e mercantile, sono semplicemente dementi dal punto di vista concreto e sociale. Non si tratta di denunciare un mondo in sfacelo, bensì di strappare lo spazio per resistere e il tempo per attaccare. Non è solo una questione di quanto si è radicali in piazza. Il punto è che vita si desidera, quanto si è sottomessi materialmente e spiritualmente ad un ordine sociale sempre più disumano e artificiale o, viceversa, per quali rapporti si è pronti a battersi.
Non c’è bisogno di andare a Riva per opporsi al racket dell’acqua. I responsabili diretti di questa mercificazione assoluta (ad esempio le grosse ditte che imbottigliano l’acqua minerale) sono a due passi da noi, sempre. Se i civilizzati non sono in grado nemmeno di difendere l’acqua che bevono – o almeno di capire che altri lo facciano in modo chiaro e diretto –, possiamo andare tutti a dormire. Anche in questo caso, è una lunga catena di dipendenze e vessazioni che oggi ci presenta un conto esorbitante. Solo dall’autonomia verso la società industriale di massa e dall’aperta rivolta contro lo Stato che la difende potrà nascere qualcosa di diverso.
Lo stesso vale, ad esempio, per la questione dei brevetti, compresi quelli sul codice genetico. Di fronte all’entrata del capitale nel corpo umano è semplicemente idiota pretendere leggi di tutela opportune. Il delirio tecno-scientifico, che consiste nel voler trasformare la natura e gli uomini in una sorta di variabili di un computer, ha superato da tempo la soglia del non-ritorno: ogni illusione di riformare una scienza interamente al servizio del dominio è solo una lugubre presa in giro. Le azioni avvenute in più paesi contro le coltivazioni transgeniche o contro i laboratori privati e statali che sperimentano sul genoma umano hanno ben dimostrato che la critica della ragion mercantile non ha bisogno di scadenze spettacolari.
Più in generale, ciò che si definisce eufemisticamente globalizzazione sarebbe impensabile senza la base materiale fornita dall’apparato tecnologico. Pensiamo semplicemente a quelli che ci vengono presentati come i fattori principali dello sviluppo e dello scontro economici e militari: l’energia e l’informazione. Quello che può sembrare un Moloch inattaccabile è in realtà una gigantesca rete formata da cavi, antenne, centraline, tralicci e ripetitori facilmente colpibili.

Riva è dappertutto

Sarà la Cgil ad occuparsi del servizio d’ordine durante il contro-vertice di Riva. L’uscente questore di Trento ha precisato – giustamente – che più i manifestanti si faranno poliziotti, meno ci sarà bisogno di questi ultimi.
Dopo lunghe trattative tra social forum e questura (gestite ovviamente dai leader nazionali), sembra che a Disobbedienti e soci il Comune metterà a disposizione un palazzetto fuori Riva, concedendo loro il diritto di manifestare (sempre fuori dalla cittadina, in strade deserte) per la domenica. Riva sarà chiusa, il che significa per gli sbirri bloccare semplicemente tre strade di accesso. Il commissariato del governo ha ordinato di vietare o sospendere ogni manifestazione (comprese quelle culturali e sportive) in più di venti Comuni del Trentino. La polizia vuole strade libere, la popolazione deve capire che il Grande Fratello non è solo una trasmissione televisiva. E noi?
Riprendiamo un filo che viene da lontano. Günther Anders scrisse, negli anni Cinquanta, «Hiroshima è dappertutto» e, negli anni Ottanta, «Chernobyl è dappertutto». Alcuni ribelli al mondo tecnologizzato dissero negli anni Novanta «Mururoa è dappertutto» (all’epoca in cui il governo francese sottoponeva quell’isola del Pacifico ad esperimenti nucleari assassini), altri compagni ripeterono due anni fa «Genova è dappertutto». Perché la rivolta esploda senza confini e contro ogni spettacolo, perché l’Apparato aspetti un nemico che non c’è e sveli ancor più il suo carattere totalitario, diciamo Riva è dappertutto. Non saremo in piazza contro il vertice dell’Unione europea, perché con le lotte di questi anni e con quelle che verranno abbiamo voluto e vogliamo battere altre strade. Perché seguendo la logica «stavolta è vicino a casa mia» non si esce dal cerchio, dal momento che i vertici si svolgeranno sempre vicino a casa di qualcuno. Perché il conflitto reale è altrove. Ci sono altri modi per opporsi alla blindatura delle città e delle vallate in cui si vive, modi alla portata di tutti. Vogliamo liberarci dalla dittatura del Numero e dai suoi adoratori. Sappiamo che è una prospettiva che forse darà pochi risultati nell’immediato, ma è decidendo noi come, dove e quando colpire, e difendendone con fermezza le ragioni, che faremo avanzare l’insubordinazione individuale e sociale.

alcuni anarchici roveretani 
6 agosto 2003
[Tratto da Guerra Sociale]

14 luglio 2009

Sull'uso della violenza

di Jean Barrot (1973) 

Cari compagni,

l’approccio “marxista” solito è senza dubbio non rivoluzionario (intendo pseudomarxista). La grande maggioranza della gente di estrema sinistra dichiara di condividere appieno la necessità di una azione armata e di una guerra civile in futuro. Per loro si tratta di un mero principio. Non si deve soltanto dire: se vuoi la pace preparati per la rivoluzione, ma anche se vuoi la rivoluzione preparati per la guerra, la guerra civile.

E’ così facile finire nel delirio che non si è mai troppo prudenti trattando questo argomento. D’altro lato la tendenza di molti gruppi politici che si rifiutano di prendere sul serio il problema va denunciata come reazionaria.

Io credo che il più delle volte i cosiddetti rivoluzionari si riferiscano alla violenza da un punto di vista puramente politico, nel senso in cui Marx ha tanto attaccato la politica: per esempio nel suo articolo del 1844 sul Re di Prussia e la riforma sociale. Il fine della politica è di cambiare il sistema di governo, non i fondamenti della società; cambiare il modo di far funzionare il sistema non il sistema stesso. Se analizziamo i gruppi della sinistra, trotskisti, maoisti o anche anarchici, noi vediamo che la loro prefigurazione di una società futura non è molto diversa da quella in cui viviamo ora. Chi porta davvero avanti il programma comunista? Chi  di loro discute davvero dell’abolizione della produzione  e del consumo, dell’abolizione delle scienze economiche e dell’economia stessa come campi separati?

Ciò che essi vogliono è un capitalismo controllato democraticamente dove i lavoratori sarebbero apparentemente i nuovi gestori… naturalmente attraverso la mediazione dei loro rappresentanti. A fatica chi fa parte di gruppi “rivoluzionari” intende la rivoluzione come l’emergere di nuovi rapporti sociali, per i quali la base materiale già esiste. Quelli che sostengono ufficialmente queste tesi, le interpretano abitualmente nel senso che un tale mutamento è possibile ora e deve cominciare ora. Questo è chiaramente un totale rifiuto della rivoluzione come si scopre nella controcultura e altrove.

Tutto questo deve risultare un po’ confuso, ma è importante realizzare che l’uso della violenza nella rivoluzione e anche prima dipende dal programma sociale della rivoluzione.

Fondamentalmente, il contenuto del movimento è quello di sempre ma la strada che percorre sarà differente. Al tempo di Marx, il proletariato doveva ancora sviluppare le forze produttive, al giorno d’oggi deve solo trasformarle, renderle “comuniste”, per così dire. Ai tempi di Marx, come nel 1920, c’era ancora una importante frazione piccolo-borghese della popolazione anche in paesi come la Germania. Il partito poteva solo mostrarsi come un corpo separato, come una organizzazione formale. Il suo compito era prima di tutto sconfiggere lo Stato e il suo esercito e solo allora iniziare a trasformare la società. Ora la trasformazione comunista della società può cominciare subito ed è già parte della pura azione militare. Noi dobbiamo rendere la borghesia e lo Stato, gli organi dell’economia capitalista, completamente superflui, distruggendo l’economia e sostituendola con il comunismo. Dal nostro punto di vista la lotta militare include ora armi sociali che non esistevano cinquanta anni fa o che esistevano ad un livello molto inferiore.

D’altro lato, dal punto di vista del capitale, lo Stato è diventato molto più efficiente di quanto sia mai stato. Certamente conoscete War without end di M. Klare. Sebbene tratti soprattutto dei conflitti nelle aree sottosviluppate, fornisce utili informazioni circa la strategia dei grandi stati capitalistici che si stanno preparando per la guerra civile nel mondo avanzato (naturalmente sono comprese URSS e Cina: il tipo di reazione cinese di fronte all’insurrezione di Ceylon è stato esemplare).

Lo Stato sa ciò che le sinistre ignorano, cioè che la trasformazione comunista è possibile ed è un concreto pericolo per la sua esistenza. Esso tenterà di isolare gli elementi rivoluzionari con l’aiuto delle organizzazioni ufficiali del movimento operaio (sindacati, partiti comunisti, socialisti, laburisti e gran parte dei gruppi della sinistra extraparlamentare). La sua strategia consisterà probabilmente nel separare le aree rivoluzionarie le une dalle altre. La sua tattica finale prevede la distruzione sistematica di queste aree, in modo da prevenire un ulteriore sviluppo del comunismo, attraverso la distruzione delle sue condizioni materiali: industria, energia, trasporti, etc.

Lo Stato non esiterà a radere al suolo queste aree se necessario, usando gli stessi metodi usati durante la Seconda Guerra mondiale (che, come la Prima, fu imperialista sotto tutti i punti di vista). Prima di giungere a questo livello di repressione, tenterà di spezzare il movimento rivoluzionario usando le sue “truppe scelte”.

Se consideriamo il problema da un semplice punto di vista materiale, la superiorità del capitale è schiacciante: la nostra sola speranza risiede in una sovversione generalizzata, e pur tuttavia coerente, al punto che lo Stato venga attaccato da ogni versante. Credo, però, che non si possano delineare ora quadri generali di tal fatta. Ci sono, invece, cose che possono essere fatte sin da subito. Prendiamo l’esempio dei Tupamaros o dei Baader: sembra che essi abbiano scelto la lotta armata per dare una specie di scossa alla società e, se si vuole, perché non sopportavano più di usare i metodi di lotta tradizionali. Questa seconda ragione non costituisce un errore: proprio non potevano fare altro. Erano stanchi e disgustati da questo mondo. Io non li critico per questo elemento “irrazionale”. Si deve però ammettere che questa tendenza confina con la pazzia. Non ho niente contro la pazzia; chi viene definito “pazzo” è solo un individuo prodotto dalla nostra società e non adatto ad essa. Questa società elimina gli elementi sovversivi anche conducendoli alla pazzia.

Questi gruppi, d’altra parte, hanno dato anche l’avvio alla lotta armata con il fine di far muovere il proletariato. Speravano di indurlo a sollevarsi. Ma si trattava di una pura illusione, tipica della politica. La mentalità politica tenta sempre di agire prima sugli altri, di organizzarli, di forzarli a fare qualcosa, mentre essa si colloca al di fuori del movimento sociale.

Il nostro compito è politico solo fino al momento in cui esso si compie con la distruzione del potere politico. Il principale compito dei comunisti non è quello di “organizzare” gli altri. I comunisti si auto-organizzano insieme agli altri e si impegnano nei compiti che emergono dai loro stessi bisogni personali e sociali, immediati e teorici.

Questo principio, sfortunatamente, è ancora espresso in una forma molto stentata. Ciò che vorrei sottolineare è che il nostro obiettivo principale non può essere l’agire sulla coscienza della gente in modo da cambiarla. C’è un’illusione di fondo nella propaganda, sia essa fatta attraverso testi scritti o azioni. Noi non dobbiamo convincere nessuno; possiamo soltanto esprimere ciò che si sta compiendo. Non possiamo creare un movimento nella società; possiamo soltanto agire all’interno del movimento di cui facciamo parte.

Trattando la questione militare, è valido lo stesso principio. E’ ovvio che bisogna esplicitare il programma militare della rivoluzione, con scritti, opuscoli, etc. A livello pratico, molte cose devono essere fatte. Ma esse devono sempre riguardare realtà che, in un modo o nell’altro, si trovano già sotto attacco o che provocano risentimento o, ancora, che si trovano in attiva contraddizione, per quanto piccola possa essere, con il movimento reale. Farò un esempio: se qualcuno è stato particolarmente nocivo per gli operai (un capitalista, un pezzo grosso), non ne segue necessariamente che lo si debba attaccare personalmente come se fosse un simbolo. Questo può risultare utile o dannoso, a seconda della situazione. Sarebbe infantile pensare che il proletariato capisca il significato del gesto e cambi concordemente idea o tendenza. Questo avverrà solo nel caso in cui il proletariato sia già impegnato in un’azione violenta di qualche tipo. Altrimenti, questo attacco finirà inevitabilmente per rafforzare lo Stato.

D’altro lato, se una minoranza organizza una azione contro l’esercito, contro un decisivo aspetto della sua funzione e del suo futuro ruolo controrivoluzionario, questo potrebbe avere un suo peso, sebbene, al momento attuale, nessuna forza sociale sembri lavorare contro l’esercito nei nostri paesi. Una attività di questo tipo aiuterà a mostrare, anche solo a poche persone, che i rivoluzionari sono già in guerra contro l’esercito. La condizione affinché ciò accada, sta nella nostra abilità a spiegare il significato dei nostri atti, che richiede almeno una certa capacità di comunicare. Al momento attuale noi siamo molto deboli, voi e noi. La sinistra ufficiale e l’estrema sinistra hanno il monopolio della comunicazione. […] Mi rendo conto che ciò che sto scrivendo è molto astratto. Tenterò allora di esprimere il mio approccio da un diverso punto di vista.

Uno dei vantaggi del capitale è rappresentato dal fatto che la popolazione, proletariato incluso, non immagina nemmeno lontanamente quanto lo Stato possa andare lontano nella guerra civile. Molti eventi futuri li sorprenderanno. E’ estremamente utile mettere in evidenza fin d’ora i tratti fondamentali della futura guerra civile. Ci piacerebbe molto entrare in contatto con elementi radicali (e persino “liberali”) presenti all’interno dell’esercito. All’inizio tali attività possono sembrare del tutto estranee allo stato attuale del movimento sociale. Ma questo non significa nulla: ci sono molti operai radicali che si pongono già ora la questione militare.

Io non credo che le Angry Brigade, Baader e gli altri “abbiano sbagliato”. Essi sono stati vittime di un tipo di delirio, dove la logica interna della violenza e l’isolamento sociale hanno partorito violenza e isolamento sociale. Io ho solo espresso punti di vista parziali. Comunque, niente di valido può essere fatto se non riusciamo a collegare la nostra attività con ciò che già possiamo sapere circa la futura rivoluzione.
Respingo l’autodistruzione. Ogni compiacenza su questo punto è irresponsabile e criminale.
Dovete aver avuto notizie delle agitazioni sviluppatesi in Francia, sulla questione della ferma militare, nei licei e nelle università.

Potreste difficilmente immaginare l’approccio ideologico dei gruppi trotskisti e maoisti (il partito comunista è naturalmente nazionalista, come è sempre stato dal 1934). Pochi giorni fa ho letto un opuscolo maoista che chiedeva il controllo popolare dell’esercito! L’estrema sinistra si rifiuta di dire: fine del servizio militare, dal momento che essa crede che l’esistenza di un esercito composto di militari di leva sia perlomeno un po’ più democratica e popolare rispetto a un esercito di volontari. I più radicali arrivano a dire: basta con l’esercito. Ma nessuno ha detto una parola a proposito della guerra civile. Se si entra nei dettagli, le cose vanno anche peggio. Questo è il motivo che ci ha indotti a scrivere un pezzo così dogmatico: almeno si stabilisce il principio che la questione militare è un aspetto necessario della rivoluzione. E’ persino divertente vedere che anche i rivoluzionari più sinceri cadano in un atteggiamento così ingenuo a questo proposito.

Vi prego di vedere in questa lettera soltanto una lettera, e non un testo vero e proprio.

Fraternamente,
Jean Barrot