[Estratti da «Bilan», n.41, maggio-giugno
1937. «Bilan» era il bollettino pubblicato, in Francia e in Belgio, dalla Frazione
italiana della Sinistra comunista internazionale, usualmente, ma
scorrettamente, indicata col termine “bordighista”. Al di là dei riferimenti al "partito di classe" quale presupposto indispensabile della rivoluzione comunista, l'analisi di questi compagni ci sembra lucida e ineccepibile nel suo nucleo centrale: la denuncia della falsa opposizione fascismo-democrazia quale strumento atto a disarmare ideologicamente e militarmente i proletari dinnanzi al loro nemico di classe, convogliandone le energie rivoluzionarie nello scontro militare tra opposti campi imperialisti e preparando, così, massacri come quello del maggio 1937, a Barcellona (massacro in cui le responsabilità della CNT e del POUM - data la loro internità alla logica frontista - non possono essere taciute). A questo proposito, riportiamo un brano tratto dallo stesso numero di «Bilan»: «Il proletariato di tutto il mondo saluta in Berneri uno dei suoi, e il suo sacrificio all’ideale anarchico è ancora una protesta
contro una scuola politica che è sprofondata nel corso degli avvenimenti
spagnoli: è sotto la direzione di un governo a partecipazione anarchica che la
polizia ha ripetuto sul corpo di Berneri l’impresa di Mussolini sul corpo di
Matteotti!»]
PIOMBO,MITRAGLIA,
PRIGIONE. COSI’ RISPONDE IL
FRONTE POPOLARE AGLI OPERAI DI BARCELLONA CHE OSANO RESISTERE ALL’ATTACCO
CAPITALISTA
Proletari!
[…]
Il 19 luglio, i proletari di
Barcellona sono una forza invincibile. La loro lotta di classe, libera da
legami con lo stato borghese, si ripercuote nel seno dei reggimenti di Franco,
li disgrega e risveglia nei soldati l’istinto di classe: è lo sciopero che
arresta i fucili e i cannoni di Franco e rompe la sua offensiva.
La storia non registra che intervalli fuggitivi nel corso
dei quali il proletariato può acquistare la sua completa autonomia di fronte
allo stato capitalista. Qualche giorno dopo il 19 luglio il proletariato
catalano arriva al crocevia: o entra nella fase superiore della sua lotta per
la distruzione dello stato borghese o il capitalismo ricostituisce le maglie
del suo apparato di dominio. A questo stadio della lotta, quando l’istinto di
classe non è più sufficiente e quando la coscienza diventa il fattore decisivo,
il proletariato non può vincere se non dispone del capitale teorico accumulato
con pazienza e accanimento dalle sue frazioni di sinistra erette in partito
sotto l’incalzare degli avvenimenti. Se oggi il proletariato spagnolo vive una tragedia
così cupa, ciò è dovuto alla sua immaturità nel forgiare il suo partito di
classe: il cervello che, solo, può dargli forza vitale.
In Catalogna, dal 19 luglio, gli
operai creano spontaneamente, sul proprio terreno di classe, gli organi
autonomi della loro lotta. Ma subito sorge l’angosciante dilemma: o ingaggiare
a fondo la battaglia politica per la distruzione dello stato capitalista e
ultimare così i successi economici e militari, o lasciare in piedi l’apparato
oppressivo del nemico e permettergli allora di snaturare e di liquidare le
conquiste operaie.
Le classi lottano con i mezzi che sono loro imposti dalle
situazioni e dal grado di tensione sociale. Di fronte al divampare della lotta
di classe, il capitalismo non può pensare di ricorrere ai metodi classici della
legalità. Ciò che lo minaccia è l’indipendenza della lotta proletaria che
condiziona l’altra tappa rivoluzionaria verso l’abolizione del dominio borghese.
Il capitalismo deve dunque rinnovare le fila del suo
controllo sugli sfruttati. Queste fila che
prima erano la magistratura, la polizia, le prigioni, divengono nella situazione estrema di Barcellona i Comitati delle milizie,
le industrie socializzate, i sindacati operai
che gestiscono i settori fondamentali dell’economia, le pattuglie di vigilanza,
ecc.
Così nella Spagna, la Storia ripropone il problema che, in Italia e in
Germania, è stato risolto con l’annientamento del proletariato: gli operai
mantengono per la propria classe gli strumenti che essi stessi creano nel fuoco
della lotta finché li dirigono contro lo stato borghese. Gli operai armano i loro boia di domani se, non avendo la
forza di abbattere il nemico, si lasciano
ancora attirare nelle insidie del suo dominio. La milizia operaia del 19
luglio è un organismo proletario. La “milizia
proletaria” della settimana seguente è un organismo
capitalista appropriato alla situazione del momento. E, per realizzare il suo piano
controrivoluzionario, la borghesia può fare appello ai centristi, ai
socialisti, alla C.N.T., alla FAI, al POUM che,
tutti, fanno credere agli operai che lo stato cambia natura quando il personale che lo gestisce cambia colore. Dissimulato
tra le pieghe della bandiera rossa il capitalismo affila pazientemente la spada
della repressione che, il 4 maggio, è
preparata da tutte le forze che, il 19 luglio, avevano
spezzato la spina dorsale di classe del proletariato spagnolo. Il figlio di
Noske (1) e della Costituzione di Weimar è Hitler, il figlio di Giolitti e del
“controllo della produzione” è Mussolini; il
figlio del Fronte antifascista spagnolo, delle “socializzazioni”, delle “milizie
proletarie” è la carneficina di Barcellona del 4 maggio 1937.
Solo il proletariato russo rispose alla caduta dello
zarismo con l’Ottobre 1917 perché, solo, esso giunse a costruire il suo partito
di classe attraverso il lavoro delle frazioni di sinistra.
Proletari!
È al riparo di un governo di
Fronte Popolare che Franco ha potuto preparare il suo attacco. È sulla via
della conciliazione che Barrios ha provato, il 19 luglio, a formare un
ministero unico che potesse realizzare il programma del capitalismo spagnolo,
sia sotto la direzione di Franco, sia sotto la direzione mista della destra e
della sinistra unite fraternamente. Ma è la rivolta operaia di Barcellona, di
Madrid, delle Asturie che obbliga il capitalismo a sdoppiare il suo ministero,
a dividere le sue funzioni tra l’agente repubblicano e l’agente militare,
legati da una indissolubile solidarietà di classe.
Dove Franco non è riuscito a
imporre subito la sua vittoria, il capitalismo chiama gli operai a seguirlo per
“sconfiggere il fascismo”. Sanguinoso tranello che essi hanno pagato con migliaia di cadaveri per aver creduto di potere,
sotto la direzione del governo repubblicano, annientare
il figlio legittimo del capitalismo: il fascismo. Ed essi sono partiti per le
colline d’Aragona, per le montagne di
Guadaramma, delle Asturie, per la vittoria della guerra
antifascista.
Ancora una volta, come nel 1914, è con l’ecatombe del
proletariato che la Storia
sottolinea sanguinosamente l’irriducibile opposizione tra borghesia e
proletariato.
I fronti militari: una necessità
imposta dalla situazione? No! Una necessità del capitalismo per accerchiare e
sconfiggere gli operai! Il 4 maggio 1937
dimostra chiaramente che dopo il 19 luglio il proletariato doveva combattere
tanto contro Companys e Giral quanto contro Franco. I fronti militari
non potevano che scavare la fossa agli operai perché rappresentavano
il fronte della guerra del capitalismo contro il proletariato. A questa guerra i proletari spagnoli – sull’esempio dei loro
fratelli russi del 1917 – non potevano rispondere che
sviluppando il disfattismo rivoluzionario in entrambi
i campi della borghesia: tanto il repubblicano come il “fascista”, e
trasformando la guerra capitalista in guerra civile per la totale distruzione
della stato borghese.
La frazione italiana di sinistra è stata sostenuta, nel
suo tragico isolamento, solo dalla solidarietà della corrente della Ligue des
Comunistes Internationalistes de Belgique che fonda ora la Frazione Belga
della sinistra comunista internazionale. Soltanto queste due correnti hanno
dato l’allarme quando, dappertutto, si proclamava la necessità di salvaguardare
le conquiste della rivoluzione, di battere Franco per sconfiggere meglio in seguito
Caballero.
Gli ultimi avvenimenti di Barcellona confermano tragicamente
la nostra tesi iniziale e mostrano che è con una crudeltà che uguaglia quella
di Franco che il Fronte Popolare, appoggiato da anarchici e POUM, si è gettato
sugli operai insorti del 4 maggio.
[…]
“Armi per la Spagna ”: questa è stata la
parola d’ordine centrale che è risuonata nelle orecchie dei proletari. E queste
armi hanno sparato sui loro fratelli di Barcellona. Anche la Russia
sovietica, cooperando nell’armamento della guerra antifascista, ha
rappresentato un’ossatura capitalista per il
recente carnaio. Agli ordini di Satin – che mette in mostra la sua rabbia anticomunista – il 3 marzo il P.S.U.C.
(3) di Catalogna prende l’iniziativa del massacro.
Ancora una volta, come nel 1914, gli operai si servono
delle armi per uccidersi fra invece di usarle per la distruzione del regime di
oppressione capitalista.
Note:
(1) Noske, Gustav
(1868-1946), uno dei capi opportunisti del Partito socialdemocratico tedesco.
Negli anni 1919-1920,ministro della guerra; organizzò le rappresaglie contro
gli operai di Berlino e l’assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.
(2) In Catalogna il PC, la Federazione
socialista, l’Unione Socialista ed il Partito Catalano Proletario si erano
fusi, alla vigilia della guerra in una sola organizzazione, il Partito Socialista
Unificato di Catalogna, in nome delle particolarità regionali.

