Sia detto
una volta per tutte: il nemico che
combattiamo non si compone di individui in carne e ossa – i quali ne costituiscono tutt’al
più il vettore. Sia esso uno sbirro, un nazista, un padrone o un uomo di Stato,
a repellerci in un individuo di tal fatta è la sua funzione sociale, la putrida
ideologia di cui è portatore e attraverso la quale si conferma nel proprio
ruolo. Ciò che combattiamo è piuttosto un insieme di relazioni sociali alienate
che informano di sé, tendenzialmente, l’intera umanità.
Il vero
nemico contro cui ci scagliamo, è la
dittatura anonima del Capitale ormai definitivamente autonomizzato – poiché questo
orrendo presente è intessuto, in primo luogo, dell’impersonalità di meccanismi
economico-sociali che estendono il loro dominio a ogni ambito della vita, colonizzando
corpi, relazioni e la (quasi) totalità dell'attività umana.
Nessun
pacifismo! Nessuna retorica “buonista”!
Ma al contempo una critica serrata di qualsivoglia violenza dettata e
pervertita dall’ideologia. La violenza è “umana” quando nasce, in modo
consapevole, da un desiderio “strutturalmente” frustrato; quando è alimentata
da quella rabbia che sorge ineluttabile dalla “fame” – di comunità, di senso, di
un oggetto materiale: una rabbia dagli occhi bene aperti, che sa individuare lucidamente
il proprio bersaglio, dirigendosi contro gli ostacoli che le impediscono il
godimento; e limitandosi a rimuoverli. Altrimenti, la violenza rischia di diventare
omologa a quella del potere.
Lo Stato – democratico, fascista o “socialista” –, da semplice
“comitato d'affari della borghesia” e detentore del monopolio dell'uso della
forza, dopo la Prima
guerra mondiale è diventato, per definizione, entità totalitaria, come
conseguenza della riorganizzazione della società sotto il segno del “dominio
reale” del Capitale.
Oggi non
esiste alcun “pericolo fascista”. Il
fascismo, in quanto fenomeno storico, ha esaurito il suo compito da tempo,
traghettando lo Stato dalla sua fase liberale a quella dell'odierna democrazia
totalitaria, là dove, per le loro peculiari caratteristiche, il Capitale e la
borghesia nazionali abbisognavano dei suoi servigi (nella fattispecie, in Italia
e Germania, dove negli anni Venti del secolo scorso l'assalto al cielo del
proletariato rivoluzionario – in entrambi i casi represso nel sangue da governi
democratici e “di sinistra” – aveva scosso non poco gli assetti politici e
sociali).
Non vi è
alcuna “svolta autoritaria” che incombe.
La svolta autoritaria, in tutti i paesi a capitalismo avanzato, è stata attuata
diversi decenni or sono, e continua ad attuarsi non tanto sul terreno delle
forme statuali, quanto nella sfera dei rapporti sociali, che assumono, di
giorno in giorno, un carattere viepiù costrittivo.
Non fa
alcuna differenza che ciascuno possa esprimere “liberamente” (entro certi
limiti) le proprie opinioni: le “opinioni”
non sono che idee separate dall'azione, e non hanno alcuna possibilità di
incidere sul reale. (Si aggiunga che gli individui proletari, a causa delle
molteplici mediazioni alienate che li rendono sempre più atomizzati e isolati –
non ultime le tecnologie informatiche che hanno invaso le nostre esistenze –, sono
privati in misura crescente degli strumenti che potrebbero consentire loro di
colmare questo iato: in primo luogo l’azione collettiva autonoma).
Non fa
alcuna differenza che ogni cittadino-suddito possa “liberamente” partecipare
alla farsa elettorale, e altrettanto
liberamente “scegliere” i battilocchi i quali – indipendentemente dal colore
politico, dallo stile personale, e dalle
loro stesse illusioni (quelle che Marx ed Engels definivano “il cretinismo
parlamentare”) – non potranno far altro che obbedire ciecamente agli “ordini”
del moloch capitalistico, docili
burattini nelle mani del processo di valorizzazione. Qualunque intensificazione
della repressione, qualunque limitazione o sospensione delle “garanzie
democratiche” legata alle contingenze, non modifica nella loro essenza la
natura e la forma dello Stato.
Non solo non
ha senso definire “fascista” ogni forma di repressione, ogni ideologia o
comportamento razzista, xenofobo, sessista etc., con il quale siamo costretti a confrontarci, credendo
in tal modo di conferire loro un’aura di negatività ancor più nauseabonda, e di
poterli di conseguenza combattere più efficacemente. Ma è addirittura pericoloso,
poiché ci impedisce di leggere correttamente la realtà, e di vedere come certe
ideologie – e i relativi comportamenti – siano perfettamente compatibili con la
democrazia, in quanto sono il prodotto non di una specifica forma politica, ma
del Capitale stesso (il quale, avendoli in parte ereditati dalle formazioni sociali precedenti, li ha funzionalizzati
al proprio dominio). Questo errore di prospettiva rischia di condurci – se non
nelle parole nei fatti – sul terreno dell’antifascismo democratico, del “frontismo”,
della difesa delle istituzioni repubblicane etc. Su questo terreno, già troppe
tragedie storiche si sono consumate, perché si possa ricadere nuovamente nei
medesimi errori…
“Perfino il
fascismo immondo è una volontà di vivere negata, ritorta, come la carne di una
unghia incarnata, una volontà di vivere divenuta volontà di potenza, una
volontà di potenza divenuta volontà di obbedienza passiva, una volontà di
obbedienza passiva divenuta volontà di morte. Perché cedere di un pollice sul
qualitativo è cedere sulla totalità di esso. Bruciare il fascismo e sia, ma che
la stessa fiamma dia fuoco alle ideologie senza eccezione e ai loro valletti.” (Raoul Vaneigem)

