Les Mauvais Jours Finiront interrompe (temporaneamente?) le pubblicazioni. Resta comunque on-line affinché rimangano accessibili i documenti pubblicati. L'Autore considera il lavoro di cernita, editazione, elaborazione dei materiali sin qui svolto, come propedeutico alla nuova esperienza – per molti versi affatto diversa – alla quale prende parte, quella del gruppo informale / rivista "Il Lato Cattivo". (Gennaio 2012)
(blog)

«(...) la rivoluzione non ricerca il potere, ma ha bisogno di poter realizzare le sue misure. Essa risolve la questione del potere perché ne affronta praticamente la causa. È rompendo i legami di dipendenza e di isolamento che la rivoluzione distrugge lo Stato e la politica, appropriandosi di tutte le condizioni materiali della vita. Nel corso di questa distruzione, sarà necessario portare avanti misure che creino una situazione irreversìbile. Bruciare le navi, tagliarsi i ponti alle spalle. La vita nova è la posta in gioco e, al contempo, l'arma segreta dell'insurrezione: è dalla capacità di sovvertire le relazioni materiali e trasformare le forme di vita che dipende la vittoria.
«La violenza rivoluzionaria sconvolge gli esseri, e rende gli uomini artefici del proprio divenire. Essa non si riduce a uno scontro frontale, reso improbabile dall'evidente squilibrio di forze esistente; e gl'insorti scivolerebbero sul terreno del nemico se adottassero una logica militare tout court. La guerra sociale mira piuttosto a dissolvere che a conquistare. Non temendo di mettere in gioco passioni, immaginazione e audacia, l'insurrezione si fonda sulla dinamica dell'autogenesi creativa.»

(«NonostanteMilano»)

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«Nel corso dei quindici anni rappresentati simbolicamente dalla data del ‘68, apparve una differente prospettiva (...): il rifiuto della forma-partito e dell’organizzazione sindacale; il rigetto di qualsivoglia fase di transizione volta a creare le basi del comunismo, considerate già pienamente esistenti; l’esigenza di una trasformazione della vita quotidiana – del nostro modo di mangiare, abitare, spostarci, amare etc.; il rifiuto di ogni separazione tra rivoluzione «politica» e rivoluzione «sociale» (o «economica»), cioè della separazione tra la distruzione dello Stato e la creazione di un nuovo genere di attività portatrice di rapporti sociali differenti; la convinzione, infine, che ogni forma di resistenza al vecchio mondo che non lo intacchi in modo decisivo e tendenzialmente irreversibile, finisca inevitabilmente per riprodurlo. Tutto ciò può essere riassunto con un’espressione ancora insoddisfacente, ma che adottiamo a titolo provvisorio: la rivoluzione come comunizzazione

(Karl Nesic, L'appel du vide, 2003).

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«È la situazione in cui il proletariato si trova, a innescarne l’azione: la coscienza non precede l’atto; si manifesta solo come coscienza dell’atto stesso.»

(Gilles Dauvé, Le Roman de nos origines, 1983)

18 marzo 2009

Comontismo - Note di preistoria contemporanea

Individuare la genealogia di Comontismo non ci interessa certo per riaffermare una continuità, ma anzi per chiarire (anche a noi stessi) come esso nasca proprio dalla necessità di una rottura con il passato. Questa rottura è diretta conseguenza dell'estensione al quotidiano del dominio del capitale, il quale, ponendo esso stesso il terreno per il riappropriarsi della totalità da parte degli uomini, ha imposto alla nostra coscienza soggettiva l'abbandono di tutte quelle forme organizzative contrastanti con le esigenze di rivoluzione moderna. In questo senso la risposta all'eventuale domanda "chi siamo" non è determinata in noi dal bisogno di definirci come un "ismo" tra i tanti, merce ideologica più o meno nuova sul mercato del com-sumismo, e quindi di rivendicare novità sconvolgenti all'interno di vetuste tradizioni, ma dalla volontà di chiarire cosa effettivamente significhi per noi il superamento di un passata esperienza, in favore non di una nuova ideologia ma di una riaffermazione coscientemente vissuta e creativa della teoria rivoluzionaria.
LE ORIGINI DI COMONTISMO
Le origini immediate di Comontismo risalgono a tutti quei gruppi che genericamente si definiscono, e furono definiti, consiliari. Genericamente, poichè i Consigli storicamente intesi e la "teoria" che ne fu l'espressione ben poco di comune ebbero con i recenti gruppi consiliari, i quali, pur indicando nei Consigli la forma organizzativa del proletariato e con ciò la possibilità pratica dell'autogestione della società da parte dei proletari stessi, cercavano di andare al di là della semplice affermazione della tematica consiliare ed aspiravano a forme di espressione ed a contenuti più radicali e moderni. Nei fatti però l'ambiguità fu mantenuta sino alle sue conseguenze estreme, poichè venne riaffermata schematicamente la forma Consiglio, mentre si era incapaci di derivarne gli insegnamenti storici con tutte le conseguenze che essi imponevano. Perciò è necessario un chiarimento minimo su cosa fu e su cosa significò l'esperienza consiliare in sè, ancor prima che per i suoi epigoni e quindi per noi.
La nascita storica dei Consigli coincide con un preciso periodo dello sviluppo del capitale e della sua organizzazione conseguente. Infatti essi nacquero e si determinarono in rapporto al periodo di transizione, imposto dalla crisi che la riproduzione del capitale su scala allargata comportava come sua interna conseguenza. La contraddizione fondamentale del capitale (cioè quella tra processo di valorizzazione e necessariamente conseguente processo di devalorizzazione), lo spinse alla conquista di nuovi mercati, alla riorganizzazione interna del mercato ed alla ricomposizione organicamente sociale della popolazione, alla difesa armata degli interessi dei singoli capitali nazionali ed ancor più alla ristrutturazione della produttività operaia. Tutto ciò non fu sufficiente ad impedire l'estendersi e l'approfondirsi delle contraddizioni stesse, che esplosero violentemente nella prima guerra mondiale e, più tardi, nella grande crisi internazionale del 1929 che trovò la sua risposta storica nel New Deal e nella NEP, prima forma di omogenea ripartizione e riorganizzazione del mercato e dell'economia mondiali. In seguito a ciò il capitale, sino ad allora libero di svilupparsi in maniera parzialmente irrazionale ed empirica, fu costretto a porsi come soggetto dell'intero tessuto sociale e delle forme di produzione e realizzazione del valore. La democrazia, forma politica finalmente riscoperta appieno in tale processo, ne espresse, nella sua caratteristica di momento popolare, la tendenza generale (almeno sino a che le esigenze di globalizzazione non spinsero il capitale a scegliere il fascismo come sua forma necessaria per lo sviluppo ordinato ed armonico delle potenzialità produttive). Essa significò infatti il conglobamento di tutti i ceti e le classi socialinella logica del capitale per cui il suo proprio sviluppo poteva essere spacciato per progresso generale dell'umanità ridotta a funzione economica. L'esperienza consiliare si pone all'inizio di tale processo, soprattutto come reazione alle conseguenza delle crisi interne, periodiche, estensive ed intensive della produzione e della circolazione di merci. Solo sulla base di questo sommario inquadramento storico è possibile cercare di comprendere i ritardi di un'epoca e di coloro che ne furono i protagonisti.
CONSIGLI OPERAI E LENINISMO
I Consigli operai furono, all'interno della dinamica delle lotte anticapitaliste che sconvolsero l'Europa dagli inizi del '900 sino alla caduta della Repubblica Bavarese dei Consigli e poi alla guerra civile spagnola, la prima forma, sia pure incompiuta e spesso contraddittoria, teorica-pratica di organizzazione autonoma del proletariato in quanto classe in sè. Storicamente essi si imposero come forza organizzata in settori diversi della geografia mondiale del capitale. Essi infatti si affermarono come primo movimento radicale e generalizzato in un paese capitalisticamente arretrato come la Russia del 1905, dove l'assemblea diretta e spontanea (Soviet) fu la forma del primo porsi del proletariato con propri interessi e rivendicazioni specifiche (nonostante i tentativi di controllo di burocrati di quel presidente del Soviet di Pietroburgo che era Trockij). Tale fu la facilità di generalizzazione, nonchè di radicalizzazione spontaneamente organizzata del movimento dei Consigli che, nella rivoluzione russa del 1917, essi furono la struttura portante della partecipazione proletaria all'assalto bolscevico al potere. E solo quando Lenin, con le astute Tesi di Aprile, elaborate per fini di gestione e recupero, comprese la loro reale importanza, il partito bolscevico cominciò a contare un seguito popolare e proletario non più minoritario rispetto ad altri partiti, in specie menscevico e socialista-rivoluzionario. "Tutto il Potere ai Soviet" divenne lo slogan capace di rendere omogeneo un movimento che, data l'arretrata struttura dei rapporti di produzione in Russia, al di là di una pur reale rivendicazione di liberazione completa, non trovava, né lo poteva, il terreno per svilupparsi sino alla vittoria totale, nel rispetto dei caratteri anti-burocratici e anti-capitalisti che ne erano stati i termini fondanti e determinanti.


I penosi risultati di questa sconfitta i proletari europei la pagarono pochi anni dopo con la Resistenza dove i blocchi partigiani, che avevano avuto le loro premesse in Spagna, significarono il blocco unito di operai e capitalisti, sotto l'occhio vigile dei burocrati affossatori delle volontà rivoluzionarie espresse da rari gruppi di proletari radicali, per la ricostruzione "democratica" dell'economia capitalista, cioè per l'estensione a tutti gli aspetti della vita di quel dominio capitalista che il fascismo aveva saputo così abilmente "modernizzare".

IL SENSO POSITIVO DEI CONSIGLI
I Consigli furono dunque la forma che il proletariato espresse tutte le volte in cui storicamente si pose come classe soggettivamente cosciente. In quanto tale, il presupposto dei consigli proletari fu l'abolizione immediata, all'interno dell'organizzazione rivoluzionaria, della reificazione capitalista fondata sulla divisione pratica delle funzioni. Infatti il Consiglio proletario nasce come momento autonomo unificante in cui si fondono dialetticamente, all'interno della lotta, la funzione direttiva e quella esecutiva, la qualificazione politica e la rivendicazione economica; all'interno della dittatura proletaria, il momento esecutivo e quello legislativo, conciliando così funzioni storicamente separate. In questo senso, il Consiglio rappresenta la prima forma autenticamente vissuta degli scopi della rivoluzione: l'abolizione della divisione del lavoro (anche se non si giunse mai a proporre l'abolizione del lavoro tout court), la riunificazione delle funzioni, il superamento della falsa antitesi voluta dal capitale tra "individui autonomi" e comunità sociale. Il che in altri termini significa che il proletariato, nella misura in cui raggiungeva coscienza di sè, all'interno della lotta, divenuta finalmente rivoluzionaria,esprimeva immediatamente come per sè necessaria l'esigenza della creazione di una comunità d'azione autenticamente proletaria, ponendosi contemporaneamente come momento autonomo di lotta, e come superamento, già in sè configurato, della comunità reificata del capitale. Queste furono essenzialmente le caratteristiche della forma Consiglio, anche se i contenuti specifici che essi portarono avanti dipesero evidentemente dalle situazioni particolari in cui fiorirono e si diffusero.

LE CONTRADDIZIONI DEI CONSIGLI.
Ma nei Consigli ciò che contraddiceva a questi principi era, paradossalmente, proprio la forma storica del Consiglio stesso. Rispetto infatti alle esperienze burocratiche (dalla IIa Internazionale, alle degenerazioni leniniste),che ancora vedevano come necessaria o perlomeno imprescindibile ai fini della lotta, la divione tra essere e coscienza, il Consiglio si poneva più come un allargamento quantitativo del principio democratico, che come un'estensione qualitativa del concetto di comunità. Si pensava infatti che la democrazia, condotta alle sue estreme conseguenze potesse perdere i propri connotati eminentemente borghesi. Democrazia poteva invece ancora significare una rivendicazione sostanzialmente proletaria,anche se solo tattica, nella misura in cui i1 capitale non si era ancora costituito completamente in comunità materiale, non aveva ancora coinvolto nella sua logica, come partecipi effettivi alla gestione economica ed ideologica dell'esistente, tutti i ceti e gli strati della popolazione. Quando ciò materialmente avvenne, la democrazia si pose come risposta reificata alle esigenze di comunità autogestita, rendendole spettacolo vanificato di sè, in cui l'apparenza non è altro che la copertura reale dell'interiorizzazione divenuta cosciente del proprio sfruttamento, all'interno di strutture volte a pianificarlo o a mantenerlo.
L'USO CAPITALISTA DEI CONSIGLI.
In questo senso il Consiglio nacque già in forma ambigua e, in quanto tale, si ebbe dalla storia la verifica della sua inadeguatezza rispetto al compito che esso stesso si pose coscientemente. Inadeguatezza che permise, in ultima analisi, che i Consigli, da momento autonomo dell'organizzazione del proletariato, divenissero di fatto momento fondamentale del suo recupero e della sua sconfitta.
IL MOVIMENTO DEI CONSIGLI IN ITALIA
In Italia il movimento dei Consigli fu geograficamente limitato ai centri industriali del Nord ed in special modo alla cerchia di Torino, dove essi assommarono in sè la maggior combattvità ed i contorni più caratteristici di organizzazione autonoma. In effetti vi furono alcuni tentativi, da parte dei gruppi operai più radicali, di estendere la qualità del movimento a zone proletarie della città (esemplare il caso di Borgo San Paolo a Torino, dove spesso il Consiglio, nato in grandi fabbriche come la Lancia, cercò di coinvolgere tutta la popolazione proletaria nei suoi obiettivi di riorganizzazione eversiva della vita sociale). Ciononostante la vita dei Consigli rimase perlopiù confinata nelle fabbriche, sia materialmente che come prospettive di lotta. Questo fu uno dei motivi fondamentali, accanto alla nefasta influenza delle preesistenti organizzazioni burocratiche e riformiste, per cui non riuscirono a superare la contraddizione tra capitale e lavoro, se non riorganizzando per sè la produzione nelle fabbriche occupate. La critica al lavoro, perciò, fu sviluppata ancora in nome del lavoro e non per la sua abolizione, la lotta all'esistente ancora all'interno dei meccanismi di produzione esistenti. Tutto ciò consentì ad un recuperatore come Gramsci di teorizzare questi limiti individuando nei Consigli un semplice organismo di democrazia operaia e di gestione aziendale all'interno delle forme intangibili del partito leninista.

I CONSIGLI IN GERMANIA
Il paese in cui la forma Consiglio trovò maggiore sviluppo, e che per ciò stesso presentò caratteristiche più differenziate mettendo più chiaramente in luce la propria realtà e i propri limiti, fu la Germania. A Berlino, a Monaco ed in seguito in molte altre regioni, in specie della Germania centrale, i Consigli toccarono il momento più alto di coscienza proletaria fino ad allora espresso, costituendo la forma con cui i proletari difesero la loro collocazione di classe, allorchè il proletariato era ancora una classe particolare al fianco di altre classi. Tuttavia anche in Germania il movimento non superò le sue contraddizioni sia a livello di organizzazione sociale alternativa, sia a livello teorico. Per quanto riguarda l'organizzazione sociale i Consigli non seppero rompere del tutto la dimensione aziendale e corporativa e quando tentarono di farlo rimasero inchiodati alle scadenze capitaliste, per cui i momenti insurrezionali, pur estremamente combattivi e talora eroici, furono assai più spesso esplosioni di rabbia per la sconfitta che stava maturando che non generalizzazioni di livelli teorici e pratici già raggiunti dal proletariato come classe per sè. D'altra parte anche i teorici "estremisti" del K.A.P.D., che pur individuando nei consigli la forma organizzativa più efficace per il proletariato occidentale e che correttamente criticarono il Partito Comunista ufficiale e burocratico - pedissequamente legato agli schemi leninisti, non seppero rompere del tutto con la vittoriosa concezione bolscevica della rivoluzione e perciò con le divisioni tra la sfera economica (gestita essenzialmente dall'A.A.U.D.) e quella più propriamente politica, riservata al partito. Solo l'A.A.U.D.-E., nata da una scissione, (ed Otto Rhule in primis) tentò di superare la forma partito e di dare al Consigli un carattere totale e totalizzante. Ma anch'essa, sia per i contraddittori rapporti con il K.A.P.D. sia per la sua relativamente debole influenza, finì per impantanarsi nelle generali contraddizioni del movimento e nelle sue sconfitte. Esemplare a questo titolo il tentativo insurrezionale del marzo '21 (che Ruhle fu tra i pochi ad analizzare con coerente lucidità critica) in cui la delirante politica dell'Internazionale Comunista con la demente e velleitaria obbedienza del K.P.D., pronto però a rimangiarsi in fretta il tutto, portò alla sanguinosa sconfitta del proletariato tedesco, con i militanti del K.A.P.D. e delle sue organizzazioni di fabbrica incapaci, nonostante eroici tentativi, di sfuggire al ruolo di "carne da cannone" loro assegnato dai bolscevichi. In definitiva, come tendenza generale e nonostante i tentativi sopraddetti, i Consigli non uscirono, se non in rari momenti ed in singole regioni, da una prospettiva riformista e, in ultima analisi, confacente alle esigenze di riorganizzazione del capitale tedesco uscito menomato dal conflitto mondiale: anzi il capitale riuscì a non accollarsi da solo il compito di ricostruzione e di ristrutturazione della potenza germanica, lasciando che gli strati proletari, e soprattutto i loro "rappresentanti", partecipassero in prima persona alle responsabilità di governo e di gestione.
LA COLLETTIVIZZAZIONE IN SPAGNA
Ad ulteriore dimostrazione di come la forma Consiglio, con contenuti specifici differenziati di volta in volta, si fosse estesa in regioni diverse dell'Europa, le collettività spagnole, nate dalla rivoluzione del '36 e che diedero il senso complessivo a tutta la guerra civile, si presentano come ultima forma dell'ultimo esistere del proletariato come classe particolare. Ma la guerra civile spagnola, colossale provocazione antiproletaria, doveva portare alla stroncatura, almeno per un lungo periodo, del movimento proletario internazionale, chiuso com'era nella morsa di fascismo, stalinismo e riformismo. Per cui ai nostri occhi le collettività spagnole oggi rappresentano la forma estrema di difesa dello spirito rivoluzionario ancora sopravvissuto alla controrivoluzione degli anni trenta. L'inevitabile sconfitta non fu dovuta soltanto ai tradimenti interni, dalla feroce repressione e provocazione controrivoluzionaria dei "comunisti" stalinisti ai vili compromessi governativi di molti dirigenti anarchici. Ma essa fu causata, ancor più dallo stato dì debolezza e di confusione del proletariato mondiale che non seppe offrire una effettiva solidarietà di lotta ai rivoluzionari spagnoli. Da ciò tutte le contraddizioni intrinseche al movimento di collettivizzazione in Spagna, che unì a momenti di elevata socializzazione rivoluzionaria, come in Catalogna ed in Aragona, momenti di chiara gestione proletaria del capitale e del lavoro alienato, così com'era voluto dal fronte unitario, certamente antifascista a livello formale ma non anticapitalista a livello reale.
Da forma primitiva esprimente nei contenuti il superamento dell'ordine reificato del capitale, essi divennero forma definitoria del loro opposto, cioè dell'organizzazione del capitale stesso nella sua forma più avanzata. In effetti il capitale desunse dalle forme organizzative direttamente proletarie i caratteri fondamentali della sua offensiva antiproletaria, e ciò non solo per la logica interna di sviluppo del capitale, che trova sempre forza ed impulso dal porsi storico del proletariato, ma anche per le forme e i contenuti storicamente limitati dell'azione proletaria che offrirono oggettivamente lo spunto per questa opera di recupero e di riconversione.



Tutte le forze e tutti i gruppi rivoluzionari che in seguito vollero dire qualcosa di significante e tentare di esprimere una continuità storica, dovettero fare i conti con la precedente esperienza consiliare. Questa tematica la vediamo infatti imporsi come fondamentale in quei gruppi (tedeschi, olandesi, italiani, belgi, inglesi, francesi, bulgari ed americani) che direttamente o indirettamente erano maturati nell'esperienza delle lotte degli anni '20, sia soprattutto in quei gruppi che riscoprirono il significato dei Consigli dalla rivolta proletaria ungherese del '56. Tuttavia in gruppi tipo Socialisme ou Barbarie, che peraltro ebbe un'influenza importante su molte delle esperienze successive, la tematica consiliare rimase fine a sè stessa, legandosi a prospettive di autogestione che si limitavano a criticare le forme del lavoro alienato senza peraltro proporre l'abolizione del lavoro stesso. Perciò le sconfitte storiche del movimento dei Consigli per costoro divennero pateticamente delle proposte vincenti. Essi stessi si resero in parte conto delle contraddizioni in cui si erano impelagati , ma cercarono di superarle con un "modernismo" ideologico che li spinse tra le losche braccia del culturalismo di sociologhi laidamente recuperatori, tipo Edgar Morin. Oggi ovunque, ed in specie in Francia, la tematica consiliare è ripresa da moltissimi gruppi di cui tuttavia non vale la pena di parlare poichè la loro rozzezza ideologica ed il loro operaismo gruppuscolare li squalificano di per sè, relegandoli al ruolo di stanchi ripetitori di esperienze storiche che, sia pure in modo contraddittorio, espressero ben altra vitalità. Ben diversa qualitativamente è l'esperienza teorica che ha fatto capo all'Internazionale Situationniste. In effetti l'I.S. seppe partire dall'esigenza di una critica radicale dell'esistente sociale, ponendo in primo piano la critica della vita quotidiana, la lotta contro l'ideologia, l'analisi della società mercantil-spettacolare e la riscoperta del senso della vita contro l'organizzazione della sopravvivenza. Per giungere però a riproporre come sbocco rivoluzionario i Consigli Operai, schematicamente ripescati dalla storia, ricadendo in quegli errori di operaismo e di ideologia che essa stessa aveva correttamente criticato. L'incapacità di sviluppare l'analisi dell'ideologia in quanto struttura portante dell'attuale dominio capitalista ha impedito ai situazionisti di comprendere sino in fondo le loro stesse intuizioni riguardo ai connotati del proletariato moderno e delle sue forme di lotta, rispolverando quei Consigli Operai che, sconfitti come organizzazione storica del proletariato in quanto classe particolare, si presentano come forma inadeguata rispetto al porsi dell'umanità stessa in quanto classe in sè e, soprattutto, per sè, unica risposta possibile all'organizzarsi del capitale in comunità materiale. Quindi una critica che tendeva alla totalità ma che non è riuscita ad andare sino alle conseguenze estreme dei suoi presupposti ha potuto, anche per la degenerazione di tipo politico del gruppo dei situazionisti, soddisfarsi di una soluzione che più che altro funziona da statico modello mal compreso e peggio riproposto.

LE NOSTRE ESPERIENZE CONSILIARI.
Queste le fondamentali esperienze organizzative e teoriche di cui si possono ritrovare le tracce nei gruppi di cui alcuni di noi sono stati membri, in special modo LUDD e l'Organizzazione Consiliare di Torino. La tematica dei Consigli ebbe comunque in Ludd e nell'O.C. una funzione essenzialmente ideologica, mal connettendosi con l'insieme delle posizioni espresse. Ideologica poichè perlopiù funse da riferimento acritico, da schema interpretativo, da parametro statico con cui misurare le tendenze e le espressioni del proletariato moderno. Ai di là della tematica consiliare Ludd rappresentò invece un tentativo, peraltro ancora incoerente, di riscoprire e rendere cosciente il vero significato della rivoluzione, riprendendo l'eredità del pensiero rivoluzionario che, nel frattempo, l'organizzazione istituzionale del recupero aveva cercato di occultare in ogni modo. Alla base della critica di Ludd restava il fondamento di riconoscere la coscienza (nel senso di coscienza della possibilità oggettiva) come momento inseparabile della prassi, in quanto soggetto di essa, e quindi inconciliabile con ogni separazione (coscienza-proletariato, partito-masse, economia-politica). Il che significa ricollocare il proletariato al centro del movimento che riconduce alla totalità, negando nella prassi tutti quei momenti fittizi che traggono origine proprio dalla parzialità (avanguardie & partiti). In questo senso andava rifatta una lettura critica di Marx, attraverso le esperienze della Luxemburg, di Korsch, di Lukacs, dì Pannekoek, di Ruhle, fino a giungere alla tematica di Socialisme ou Barbarie, ed all'identificazione dell'autogestione cosciente come momento dì riunificazione della classe. Ludd non poteva che negare la validità di qualsiasi esperienza che, non andando al di là della parzialità imposta dal capitale come momento necessario alla produzione, teorizzasse la separazione come momento "necessario" dell'organizzazione, contrapponendo a ciò l'esigenza della riunificazione del proletariato non più come oggetto dell'organizzazione, ma come soggetto della propria emancipazione.

LUDD
In Ludd le intuizioni critiche sulla realtà oggettiva dello sviluppo del capitale, per quanto reali fossero, nella misura in cui non trovarono mai le connessioni con la pratica che da esse deve derivare come necessaria, restarono a livello di momenti di ideologizzazione puramente soggettiva, a cui faceva riscontro un'oggettività totalmente annessa alla pratica sociale del capitale, dove le differenziazioni (di gruppo) erano un momento puramente descrittivo delle leggi di produzione. In questo senso la critica, il più delle volte mutuata da realtà ben più vitali, era il semplice pretesto dietro a cui si mascherava la passiva accettazione di strutture viste come immodificabili, per cui la rivoluzione, momento finale di una dialettica inesistente se non nelle teste di chi la pensava, escludeva da sè ogni partecipazione autonomamente autodeterminatasi. Così molti "ludditi", da distruttori dell'universo reificato delle macchine, poterono senza apparente rottura di continuità, diventare i difensori "radicali" del loro possesso. Nonostante la critica della politica e dell'ideologia dominanti, Ludd restò nel campo dell'espressione ideologica e politica, ed al suo interno gli individui mantennero inalterati i rapporti inorganici che l'attuale struttura sociale impone come unici possibili, senza nemmeno cercare la ragione reale del loro superamento all'interno di "teorie" che formavano soltanto, per chi lo esprimeva, il necessario "bagaglio culturale" del moderno produttore e consumatore di prodotti ideologici predeterminati.
  L'ORGANIZZAZIONE CONSILIARE
L'Organizzazione Consiliare, per quanto cercasse di rovesciare 1'inesistente pratica di Ludd, ritrovando il senso coerente dell'organizzazione come momento qualitativamente superiore ed in questo senso riscoprisse per prima la realtà autonoma delle nuove forme di espressione del proletariato moderno, non più a livello di modelli astorici, ma nella realtà della pratica criminale sovversiva della quotidianità, restò ugualmente prigioniera dei limiti ideologici di tutti i gruppi consiliari, protraendo la propria esistenza al di là della sua necessità, fino a che la degenerazione dell'organizzazione, ancora una volta autonomizzatasi in forme alienate, non ne impose agli individui più coscienti l'immediato scioglimento.
 I COMONTISTI
Il superamento che i comontisti intendono realizzare rispetto a questo loro recente passato prima che essere una conseguenza teorica, trae la propria necessità dalla pratica e da questa principalmente può essere desunto. Infatti la comunità di intenti e d'azione, alla cui costruzione Comontismo tende, più che il prodotto di una continuità storica è il frutto e l'espressione coerente della rivoluzione in atto, che rompe ogni continuità, anche se riconosce in certe forme rivoluzionarie del passato, le sue premesse, sia pure in forme incoerenti. Dal momento che essa non può riconoscere altra pratica ed altra finalità che quella del piacere coscientemente vissuto e organizzato, necessariamente antitetico alla reificazione ed alla sopravvivenza, la comunità d'azione non è più in alcun modo ricollegabile alle passate organizzazioni consiliari, e per ciò stesso non può essere ridotta a vuoto feticcio dai mille usi (cfr. l'uso strumentale ed indiscriminato delle tesi consiliari da parte di tutta la sinistra tradizionale, dal PSI fino al Potere Operaio attraverso la mediazione neogramsciana del Manifesto e di simili gruppi tardoconsiliari). Al contrario, poiché la comunità d'azione si pone con il proprio modo di vita, con l'intera sua quotidianità, in un'ottica dove ogni parzialità, ogni separazione tra soggettivo e oggettivo, tra teorico e pratico, tra nucleo eversivo e rivoluzione globale, tende dialetticamente a risolversi, essa costituisce col solo limite quantitativo (e per ciò, trattandosi di individuì coscientì, qualitativo) che il livello attuale dello scontro anticapitalista impone, la più completa espressione della nascente "classe umana" (erede storica del proletariato rivoluzionario), negatrice del capitale, del dominio delle cose sugli uomini.



16 marzo 2009

Dal rifiuto del lavoro alla comunizzazione. «Troploin» e «Théorie Communiste».


[Prefazione a «Endnotes» n.1 – Materiali preliminari per un bilancio del XX secolo. Trad. it. a cura di Faber

Bring out your dead!(1)

«La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi[…]La rivoluzione sociale del secolo decimonono non può trarre la propria poesia dal passato, ma solo dall’avvenire. Non può cominciare a essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato. Le precedenti rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto. Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione del  secolo decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa sulla frase. »(2)

Se queste considerazioni erano valide all’epoca in cui Marx scriveva, quando ancora non si poteva parlare di comunismo se non in una prospettiva futura, lo sono a maggior ragione oggi, ora che anarchici e comunisti possono parlare delle rispettive “storie” – e parlano certamente poco d’altro. Il marxismo stesso è ormai una tradizione che appartiene alle generazioni passate e persino i situazionisti tardivi sembrano avere non poche difficoltà a «lasciarsi alle spalle il XX secolo»(3).

Sia chiaro, non scriviamo queste considerazioni con una particolare ammirazione per il presente, né a partire da un qualsivoglia desiderio conseguente di mettere la teoria comunista “al passo coi tempi”. Il XXI secolo – tanto quanto il precedente – è modellato dalla contraddizione tra capitale e lavoro, dalla separazione tra lavoro e «vita» e dal dominio delle forme astratte del valore su ogni cosa. Tuttavia, [...] il «XX secolo» che era familiare ai situazionisti, i contorni dei rapporti di classe che lo caratterizzavano, la sua temporalità progressiva e i suoi orizzonti post-capitalisti, sono già chiaramente alle nostre spalle. E se siamo stanchi di tutte le teorie sul «nuovo» – dal post-modernismo al post-fordismo, a ciascuna delle nuove produzioni teoriche partorite dal mondo accademico – non è tanto perché esse abbiano mancato di cogliere una continuità essenziale, quanto perché la ristrutturazione capitalista degli anni ’70-’80 non è ormai più una novità.

Questo primo numero di «Endnotes» raccoglie una serie di testi (in buona sostanza  un confronto tra due gruppi comunisti francesi) inerenti le rivoluzioni del XX secolo. Come emerge dai testi stessi, la storia di queste rivoluzioni è stata una storia di fallimenti e di sconfitte; non solo nella misura in cui esse furono schiacciate dalla controrivoluzione capitalista, ma perché le loro stesse «vittorie» finirono per assumere i contorni della controrivoluzione: instaurando dei sistemi sociali che ponevano a proprio fondamento lo scambio monetario e il lavoro salariato, esse non riuscirono ad andare oltre il capitalismo. Tuttavia questa aberrazione non fu semplicemente frutto di un «tradimento», non più di quanto altre sconfitte furono il risultato di «errori strategici» o di «condizioni storiche» avverse. Laddove poniamo la questione dello scacco delle rivoluzioni del passato, non possiamo ricorrere a dei «se» ipotetici – deplorando quali cause della disfatta ogni genere di fattore (capi, forme organizzative, idee fallaci, condizioni immature) e dimenticando i movimenti rivoluzionari stessi, il loro contenuto determinato. E’ proprio sulla natura di tale contenuto che verte il confronto teorico che qui presentiamo. 

Pubblicando dei testi di taglio «storico», non desideriamo incoraggiare un astratto interesse per la storia in quanto tale, né risvegliare una passione per la storia delle rivoluzioni e del movimento operaio in particolare. Speriamo altresì, prendendo in esame il contenuto delle lotte del secolo scorso, di contribuire a scalzare l’illusione che, in un modo o nell’altro, esse siano parte del «nostro» passato e che questo vada pertanto preservato e difeso. Il precetto di Marx ci rammenta la necessità di disfarsi del peso morto della tradizione. Aggiungeremo persino che, fatta eccezione per il riconoscimento della rottura storica che ci separa da esse, non abbiamo nulla da imparare dalle rivoluzioni del passato – nessun bisogno di analizzarle per scoprirne gli «errori» o decantarne le «verità» – che sarebbe in ogni caso impossibile ripetere. Stilando il bilancio di questa storia, assumendo il suo superamento, noi tracciamo una linea che privilegia le lotte attuali.

Le due parti in causa dello scambio che qui pubblichiamo, Troploin e Théorie Communiste, vengono entrambe da una tendenza che, all’inizio degli anni ’70, sulla base dei nuovi  tratti assunti dalla lotta di classe, si era appropriata criticamente tanto l’elaborazione della sinistra comunista storica, nelle sue varianti tedesco-olandese (comunismo dei consigli) e italiana (bordighismo), quanto quella più recente dell’Internazionale Situazionista e di Socialisme ou Barbarie. Prima di poter introdurre i testi, dunque, dobbiamo delineare il contesto comune che li ha prodotti.

Dal rifiuto del lavoro alla «comunizzazione»

Allorché Guy Debord, nel 1954, scriveva sul muro di un viale della rive gauche «Ne travaillez jamais» [«Non lavorate mai», ndt], lo slogan –  ripreso da Rimbaud(4) –  era ancora pesantemente debitore del surrealismo e della sua progenie di artisti d’avanguardia. Questo per dire che esso evocava, almeno in parte, una visione romantica della bohème della fine del XIX secolo – un mondo di artisti declassati e di intellettuali, schiacciati tra i tradizionali rapporti clientelari e il nuovo mercato culturale, sul quale erano ora costretti vendere le loro produzioni. L’attitudine negativa di costoro verso il lavoro era ad un tempo un’espressione di questa condizione polarizzata e una rivolta contro di essa: sospesi tra il disprezzo aristocratico per i «professionisti» e il risentimento piccolo-borghese verso le altre classi sociali, essi giunsero a concepire il lavoro, anche il proprio, come qualcosa di avvilito e di avvilente.

Questa posizione di rifiuto fu politicizzata dai surrealisti, che trasformarono l’attitudine nichilista di Rimbaud, di Lautréamont e dei dadaisti, in un appello rivoluzionario per una «guerra contro il  lavoro». I surrealisti, in sintonia con altri rivoluzionari eterodossi (Lafargue, alcuni elementi degli IWW, lo stesso giovane Marx), relegavano d’altronde l’abolizione del lavoro entro un orizzonte utopico: essa costituiva l’altra faccia di una rivoluzione, che, nella sua immediatezza, era definita dal programma socialista, incentrato sulla emancipazione del lavoro – la quale implicava il trionfo del movimento operaio e l’accesso della classe operaia alla posizione di classe dominante. Il fine dell’abolizione del lavoro si sarebbe quindi raggiunto, paradossalmente, attraverso la soppressione preliminare di tutto ciò che lo limita (il capitalista in quanto parassita, i rapporti di produzione in quanto ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, etc.), generalizzando la condizione del lavoratore («chi non lavora non mangia») e ricompensando equamente quest’ultimo del valore che produce (attraverso differenti schemi di computazione del lavoro).

L’evidente contraddizione tra mezzi e fini, posta in rilievo dalle relazioni agitate tra i surrealisti e il Pcf, fu tipica delle teorie rivoluzionarie durante l’intera fase di ascesa del movimento operaio. Dagli anarco-sindacalisti agli stalinisti, tutto l’ampio spettro del movimento operaio riponeva le proprie speranze di rovesciamento del capitalismo e, in generale, della società divisa in classi, nell’ascesa al potere della classe operaia all’interno del modo di produzione capitalista; a un dato momento, il poter operaio si sarebbe dovuto impossessare dei mezzi di produzione, dando avvio ad un «periodo di transizione» verso il comunismo o l’anarchia – una fase che non avrebbe visto l’abolizione della condizione operaia, bensì la sua generalizzazione. In tal modo, il fine ultimo della soppressione della società di classe coesisteva con una larga varietà di mezzi rivoluzionari fondati sulla sua perpetuazione.

L’Internazionale Situazionista (IS) ereditò dai surrealisti questa opposizione tra i mezzi politici concreti dell’emancipazione del lavoro e il fine utopico della sua abolizione. Il suo merito principale fu quello di ricondurre un’opposizione esteriore, mediata dal programma socialista, ad un’attività interna, più adeguata alla propria concezione della rivoluzione. Quest’ultima consisteva in una rielaborazione radicale della liberazione del lavoro, attraverso la quale si sottolineava il rifiuto di ogni separazione tra l’azione rivoluzionaria e la trasformazione totale della vita – un’idea già presente, seppure in modo implicito, nel progetto originario della «costruzione di situazioni». L’importanza di questo sviluppo non deve essere sottostimata, nella misura in cui la «critica della separazione» implicava sia una negazione di qualsivoglia iato temporale tra mezzi e fini (e dunque dell’idea stessa di «periodo di transizione»), sia il rifiuto – incentrato sulla partecipazione universale, diretta, democratica all’azione rivoluzionaria – di ogni mediazione sincronica. In virtù di questa capacità di ripensare lo spazio-tempo della rivoluzione, il superamento da parte dell’IS dell’opposizione tra liberazione e abolizione del lavoro si sostanziava, in definitiva, nella riunificazione dei due poli in un unità immediatamente contraddittoria, che trasponeva l’opposizione tra mezzi e fini in una opposizione tra forma e contenuto.

Dopo l’incontro con il gruppo neo-consiliarista Socialisme ou Barbarie, all’inizio degli anni ’60, l’IS aderì anima e corpo al programma rivoluzionario del comunismo dei consigli, esaltando la forma-consiglio – lo strumento attraverso il quale gli operai realizzerebbero l’autogestione della produzione e si impossesserebbero dell’intera potenza sociale – quale «forma infine compiuta» della rivoluzione proletaria. Da quel momento, tutti i limiti e le potenzialità dell’IS furono inscritti nella tensione tra l’appello ad «abolire il lavoro» e lo slogan fondamentale: «tutto il potere ai consigli operai!». Da un lato, il contenuto della rivoluzione coincideva dunque per l’IS con una rimessa in causa del lavoro in quanto tale (e non semplicemente della sua organizzazione), il cui fine doveva essere il superamento della separazione tra lavoro e tempo libero; dall’altro lato, la forma della rivoluzione era ricondotta all’appropriazione e alla gestione democratica delle fabbriche da parte degli operai(6). Ciò che ha impedito all’IS di sciogliere questa contraddizione è il fatto che le due polarità di forma e contenuto, nella teoria situazionista, rimanevano entrambe ancorate alla prospettiva dell’affermazione del movimento operaio e della emancipazione del lavoro.

L’IS, pur avendo fatto propria la preoccupazione del giovane Marx (che si riflette nelle inchieste sociologiche di Socialisme ou Barbarie) rispetto all’alienazione del lavoro, individuava il fondamento che rendeva possibile la critica dell’alienazione nella prosperità tecnologica propria del capitalismo moderno («la società dei divertimenti» generata dalle potenzialità dell’automazione) e nella forza del movimento operaio, capace tanto di indirizzare – attraverso le lotte quotidiane – quanto di appropriarsi – mediante i consigli rivoluzionari – questi progressi tecnici. Era dunque sulla base del potere operaio all’interno dei luoghi della produzione che, per l’IS, l’abolizione del lavoro, da un punto di vista tecnico e organizzativo, diventava possibile. Trasferendo le tecniche dei cibernetici e le attitudini degli anti-artisti bohémien nelle mani callose e agguerrite della classe operaia organizzata, i situazionisti furono in grado di immaginare l’abolizione del lavoro come risultato immediato della liberazione del lavoro; vale dire di immaginare il superamento dell’alienazione dell’attività come prodotto di una ristrutturazione tecnico-creativa della fabbrica da parte dei lavoratori stessi.

In questo senso, l’IS rappresenta l’ultimo sincero atto di fede in una concezione dell’autogestione intesa come parte integrante del programma di emancipazione del lavoro. La sua critica del lavoro, d’altronde, sarà ripresa e rielaborata, nel corso degli anni ’70 – allorché la prospettiva programmatica entrava irreversibilmente in crisi ­– da coloro che cercarono di dare espressione teorica alle nuove lotte. Questi ultimi ancorarono la critica del lavoro non più all’affermazione del movimento operaio, bensì alle nuove forme di lotta che coincidevano con la sua decomposizione. Nondimeno, negli scritti di Invariance, La Vieille Taupe, Le Mouvement Communiste e altri, il tentativo di risolvere la contraddizione fondamentale dell’IS si tradurrà innanzitutto in una critica del «formalismo» – della  preminenza della forma sul contenuto – proprio dell’ideologia consiliarista.

La critica del consiliarismo

Contrariamente alle prescrizioni dell’IS, gli operai che presero parte agli scioperi di massa del Maggio ’68, in Francia, non si impadronirono dei mezzi di produzione, né si organizzarono in consigli e tentarono di porre le fabbriche sotto il proprio controllo(7). Nella stragrande maggioranza delle fabbriche occupate, i lavoratori si accontentarono di lasciare l’intera organizzazione della produzione nelle mani dei delegati sindacali – i quali ebbero il loro bel da fare a convincere gli operai a presentarsi alle assemblee di occupazione per votare la prosecuzione dello sciopero(8). All’interno delle lotte di classe più importanti che caratterizzarono gli anni seguenti, in modo particolare in Italia, la forma-consiglio, che aveva costituito il paradigma della radicalità proletaria durante il ciclo di lotte precedente (Germania 1919, Italia 1921, Spagna 1936, Ungheria 1956) fu notoriamente assente. Nondimeno, quegli anni videro una ripresa dell’ideologia consiliarista, laddove la percezione di una classe operaia sempre più incontrollabile e la sempre minore vitalità delle vecchie organizzazioni sembravano indicare che la sola cosa che facesse difetto alle nuove lotte fosse una forma organizzativa adeguata al loro carattere spontaneo e anti-gerarchico. In questo contesto, gruppi come Informations Correspondance Ouvrières (ICO) in Francia, Solidarity in Gran Bretagna, Root and Branch negli Stati Uniti e, in minor misura, la corrente operaista in Italia, si adoperarono per rianimare un interesse verso la sinistra comunista tedesco-olandese, attribuendo ai vecchi nemici del consiliarismo – i partiti di sinistra e i sindacati: i «burocrati», nel linguaggio dell’IS – la responsabilità della sconfitta di ogni nuova insurrezione operaia. Non passò molto tempo prima che questa prospettiva fosse messa alla prova; questa prova assumerà inizialmente le sembianze di una ripresa dell’altra tradizione della sinistra comunista.

Sotto la guida intellettuale di Amadeo Bordiga, la Sinistra comunista italiana aveva a lungo criticato il comunismo dei consigli (che, nell’Estremismo, Lenin aveva associato alla Sinistra italiana stessa), sia per la preminenza che esso assegnava alla forma rispetto al contenuto, sia per la mancanza di una concezione critica della democrazia(9). E’ precisamente questo tipo di posizione, mediata dall’influenza della rivista bordighista dissidente Invariance, che sottende la critica del comunismo dei consigli che Gilles Dauvé avanza in Leninisme et Ultra-Gauche(10) , uno dei testi che sono all’origine della tendenza di cui qui trattiamo. Dauvé accusa il comunismo dei consigli di formalismo per due ordini di ragioni: 1) in quanto l’approccio dei consiliaristi al problema dell’organizzazione pone nella forma organizzativa il fattore decisivo (sulla base di una sorta di «leninismo rovesciato»); 2) perché la loro concezione della società post-rivoluzionaria fa della forma (il consiglio) il contenuto del socialismo, riducendo quest’ultimo ad un mero problema di gestione. Per Dauvé, così come per Bordiga, il problema risulta in tal modo mistificato, poiché il capitalismo non è un modo di gestione, bensì un modo di produzione, nell’ambito del quale i «gestori», siano essi capitalisti, burocrati o gli stessi operai, non sono che  gli agenti attraverso i quali si dispiega la legge del valore. Come mostreranno in seguito anche Pierre Nashua (La Vieille Taupe) e Carsten Juhl (Invariance), un tale privilegiamento della forma rispetto al contenuto rimuove il fine comunista della distruzione dell’economia, riducendolo ad una semplice opposizione alla gestione di quest’ultima da parte della classe borghese(11).

La critica del lavoro, bis

La critica del comunismo dei consigli non poteva non condurre a una rielaborazione delle stesse tesi canoniche della Sinistra comunista italiana, tanto attraverso una critica immanente (Invariance), quanto con lo sviluppo di una sorta di ibrido italo-tedesco (Le Mouvement Communiste). Ma ciò che fornì, in primo luogo, l’impulso ad una nuova concezione della rivoluzione e del comunismo, intesi come comunizzazione, non fu soltanto una migliore comprensione del contenuto del comunismo derivante da una lettura serrata di Marx e Bordiga, ma anche l’influenza dell’ondata di lotte di classe che caratterizzarono il periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 e che diedero un nuovo significato al «rifiuto del lavoro» in quanto contenuto della rivoluzione.

All’inizio degli anni ’70, giornalisti e sociologi iniziarono a parlare di un «rivolta contro il lavoro», che coinvolgeva un’intera nuova generazione di operai delle industrie tradizionali e che si concretizzava tanto in un crescente tasso di assenteismo e nel moltiplicarsi degli episodi di sabotaggio, quanto in un rifiuto diffuso dell’autorità del sindacato. I commentatori individuavano le cause del fenomeno, che elenchiamo qui alla rinfusa, nel sentimento di superfluità e di insicurezza indotto dall’automazione; nella baldanza crescente delle minoranze tradizionalmente oppresse; nell’influenza di una controcultura anti-autoritaria; nel potere e nel sentimento di legittimità apportato dal «boom» prolungato del secondo dopo-guerra e dalla conquista, seguita ad un’aspra lotta, del «salario sociale». Quale che sia la ragione di questi sviluppi, ciò che sembrava caratterizzare le nuove lotte era una rottura con le forme tradizionali del conflitto, attraverso cui, in passato, gli operai avevano cercato di ottenere il controllo del processo di lavoro, cui si sostituivano ora nuove forme che erano invece espressione di un apparente desiderio di lavorare di meno.

Per molti di coloro che erano stati influenzati dall’IS, questo nuovo «assalto proletario» era caratterizzato da un «rifiuto del lavoro» finalmente epurato degli elementi tecno-utopici e artistico-bohèmien di cui l’IS non era riuscita a sbarazzarsi. Gruppi come Négation e Intervention Communiste sostennero che queste lotte non avevano minato soltanto il potere dei sindacati, ma l’intero programma marxista e anarchico incentrato sull’emancipazione del lavoro e sul trionfo del «potere operaio». Lungi dal liberare il lavoro, riportandolo sotto il proprio controllo e utilizzandolo per prendere il controllo dell’intera società, attraverso l’autogestione delle fabbriche, durante il Maggio francese e il susseguente «Maggio strisciante» italiano, la «critica del lavoro» si materializzò nella diserzione delle fabbriche da parte di centinaia di migliaia di operai. La mancata formazione dei consigli operai  fu allora colta, piuttosto che come un sintomo di debolezza  delle lotte, come l’espressione di una rottura con quello che verrà definito «il vecchio movimento operaio».

Il concetto di comunizzazione

Oltre al suo indubbio peso rispetto all’elaborazione della critica del consiliarismo, la rivista bordighista dissidente Invariance fu un importante precursore della riflessione critica sulla storia e sul ruolo del movimento operaio in generale. Secondo Invariance, il vecchio movimento operaio era stato partecipe di uno sviluppo che aveva condotto il capitalismo dallo stadio del «dominio formale» a quello del «dominio reale». Le sconfitte subite dal movimento operaio erano dunque frutto di necessità, poiché il capitale era costitutivo del suo stesso principio organizzativo:

«Gli esempi della rivoluzione tedesca, e soprattutto di quella russa, mostrano che il proletariato fu abbondantemente atto a destrutturare un ordine sociale che era d’ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, e dunque al divenire del capitale; ma nel momento in cui si trattò di fondare un’altra comunità, esso restò prigioniero della logica della razionalità dello sviluppo di quelle forze produttive e si rinchiuse nel problema della loro gestione»(12).

Così, un esito che per Bordiga era connesso ad un errore teorico e organizzativo, veniva a definire, per Camatte, il ruolo storico del movimento operaio in quanto tale all’interno del capitalismo: l’auto-emancipazione della classe operaia non poteva che coincidere con lo sviluppo delle forze produttive, poiché la classe operaia stessa costituiva la più importante forza produttiva. Non è necessario seguire Camatte nel deserto(13), per condividere questa asserzione: dopotutto, alla fine degli anni ’70, risultava chiaro che nei Paesi dell’Est il movimento operaio era stato parte in causa, almeno inizialmente, di un aumento senza precedenti della capacità produttiva degli stati socialisti; mentre, a Occidente, le lotte operaie a favore di migliori condizioni di lavoro avevano giocato un ruolo chiave nel determinare il «boom» del dopoguerra e l’espansione globale  del modo di produzione capitalista che ne era risultata.

Per molti, d’altra parte, la crisi delle istituzioni del movimento operaio dimostrava che questa funzione puramente capitalista era anch’essa entrata in crisi e che i lavoratori sarebbero stati ora in grado di abbandonare il fardello di questa storia. Per Le Mouvement Communiste, Négation, Intervention Communiste e altri ancora, la rottura con il vecchio movimento operaio andava celebrata, non tanto perché i dirigenti corrotti delle organizzazioni operaie non avrebbero avuto più la possibilità, d’ora in avanti, di ingabbiare l’autonomia delle masse, quanto perché un tale mutamento trascendeva la funzione storica del movimento operaio e segnava la riemersione del movimento comunista, il «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente»(14). Tale passaggio si dava in termini immediati, poiché le sommosse e gli scioperi selvaggi che caratterizzarono il periodo, erano percepiti da questi gruppi come l’espressione di un rifiuto radicale di tutte le mediazioni del movimento operaio; non già in favore di qualche altra mediazione più «democratica» –  quale sarebbe potuta essere quella dei consigli operai –  ma in guisa tale che la produzione immediata di relazioni comuniste era ormai posta come il solo orizzonte rivoluzionario possibile. Così, laddove il comunismo, prima d’allora, era stato concepito come qualcosa che si sarebbe dovuto costruire dopo la rivoluzione, adesso la rivoluzione era definita niente di meno che come la produzione immediata di rapporti comunisti (abolizione del lavoro salariato e dello Stato). La nozione di «periodo di transizione» apparteneva ormai al passato(15).

In un testo recente, Gilles Dauvé riassume così la valutazione che veniva (e viene) data del vecchio movimento operaio:

«Il movimento operaio del Novecento non è stato schiacciato dalla repressione fascista né corrotto dai transistor e dai frigoriferi, ma si è autodistrutto in quanto forza di cambiamento, poiché esso mirava a conservare la condizione proletaria piuttosto che a superarla […] Il fine del movimento operaio era quello di impadronirsi del vecchio mondo e di gestirlo in modo nuovo: mettere gli improduttivi al lavoro, sviluppare la produzione, instaurare (quantomeno in teoria) la democrazia operaia. Soltanto una piccola minoranza, «anarchica» o «marxista», affermava che una nuova società avrebbe dovuto implicare la distruzione dello Stato, della merce e del lavoro salariato, benché soltanto raramente abbia definito tale distruzione come un processo, rappresentandosela, piuttosto, come un programma da mettere in pratica attraverso la conquista del potere […]»(16).

Contro tale approccio programmatico, gruppi come Le Mouvement Communiste, Négation e La Guerre Sociale elaborarono una concezione della rivoluzione che prevedeva la distruzione immediata dei rapporti di produzione capitalisti, ovvero la «comunizzazione» di tutte le relazioni sociali. Come vedremo, il concetto di comunizzazione differiva da gruppo a gruppo, ma in buona sostanza esso stava ad indicare l’applicazione di misure immediatamente comuniste all’interno della rivoluzione – come condizione della sua sopravvivenza e sua arma principale contro il capitale. Ogni «periodo di transizione» era visto, dunque, come intrinsecamente contro-rivoluzionario, non soltanto nella misura in cui esso implicherebbe una struttura di potere alternativa che finirebbe col «conservarsi declinando» (si pensi alle critiche di parte anarchica alla «dittatura del proletariato»), né semplicemente in quanto manterrebbe inalterati, nei loro aspetti fondamentali, i rapporti di produzione attuali; ma anche perché il «potere operaio», sulla base del quale tale transizione si dovrebbe realizzare, veniva adesso visto come un elemento estraneo alle lotte. Il potere operaio non é che l’altra faccia del potere del capitale, il potere di riprodurre gli operai in quanto operai. A partire da questo momento, l’unica prospettiva rivoluzionaria concepibile diventa quella dell’abolizione di questo rapporto di reciproca implicazione(17). 

Comunizzazione e ciclo di lotte: Troploin e Théorie Communiste

Il milieu all’interno del quale si è affermata l’idea della comunizzazione non è mai stato monolitico e le divisioni, col tempo, non hanno fatto che moltiplicarsi. Alcuni finirono con l’abbandonare il rifiuto della forma-partito proprio dei consiliari e tornarono nell’alveo della Sinistra comunista italiana, raggruppandosi attorno a sette fuori dal tempo, come la Corrente Comunista Internazionale (CCI). Altri giunsero alla conclusione che la messa in discussione del vecchio movimento operaio e della prospettiva dei consigli imponesse di interrogarsi circa lo stesso potenziale rivoluzionario della classe operaia. Questo tipo di discorso, nella sua forma più estrema – che trovò espressione sulle pagine della rivista Invariance – portò i suoi sostenitori ad abbandonare la «teoria del proletariato» e a rimpiazzarla con l’indicazione puramente normativa di «abbandonare questo mondo» –  un mondo dove la comunità del capitale, attraverso il dominio reale, ha ormai soppiantato la comunità umana. Anche tra coloro che non si spinsero così lontano, si affermò l’idea in base alla quale, fino a quando le lotte fossero rimaste legate ai luoghi della produzione, esse non avrebbero potuto esprimersi se non come difesa della condizione operaia.

Nonostante i loro differenti approcci, Le Mouvement Communiste, La Guerre Sociale, Négation e i loro eredi, rivendicarono le rivolte operaie degli anni ’70 e il numero crescente di lotte che si sviluppavano attorno al nodo della riproduzione, nella misura in cui  esse sembravano sottrarsi ai vincoli dell’identità operaia, liberando la «classe per sé» dalla «classe in sé», e dunque rivelando il loro potenziale di comunizzazione, di realizzazione della vera comunità umana. Alcuni individui appartenenti a questa corrente (in particolare Pierre Guillaume e Dominique Blanc) estremizzeranno la critica dell’antifascismo –  in certa misura condivisa da tutti coloro che difendevano la tesi della comunizzazione –  e saranno implicati, alla fine degli anni’70, nell’«affaire Faurisson»(18).

Un altra tendenza, rappresentata da Théorie Communiste (TC), tentò di storicizzare la tesi stessa della comunizzazione, cercando di coglierla nei termini di un mutamento dei rapporti di classe, mutamento individuabile nel processo di erosione delle istituzioni del movimento operaio e dell’identità della classe operaia in quanto tale. Essa continuerà a concepire tale cambiamento come elemento di una ristrutturazione fondamentale del modo di produzione capitalista, coincidente con la fine di un cilco di lotte e l’emersione, mediata da una contro-rivoluzione vittoriosa, di un nuovo ciclo. Il tratto distintivo di questo nuovo ciclo di lotte, per TC, è il fatto che esso include il potenziale di comunizzazione come limite della contraddizione di classe, situata, d’ora innanzi, a livello della riproduzione […](19).

Laddove TC sviluppò la sua analisi della ristrutturazione alla fine degli anni ’70, altri la seguirono sulla stessa strada negli anni ’80 e ’90; lo stesso gruppo Troploin (costituito principalmente da Gilles Dauvé e Karl Nésic) ha recentemente tentato un’operazione del genere nei testi Wither the World ? e In for a Storm(20). La differenza tra le due impostazioni è, tuttavia, molto marcata; e non soltanto perché la seconda sembra essersi sviluppata, almeno in parte,  in opposizione alla prima.

Lo scambio tra i due gruppi che qui presentiamo, ha avuto luogo nel corso degli ultimi dieci anni e mette in rilievo due differenti concezioni della ristrutturazione capitalista e interpretazioni opposte della fase attuale. Il primo testo, Quand meurent les insurrections, è basato sull’introduzione precedentemente scritta da Gilles Dauvé per una antologia di articoli sulla guerra civile spagnola, tratti dalla rivista della Sinistra comunista italiana «Bilan». Dauvé cerca di mostrare come l’ondata di rivolte proletarie che caratterizzarono la prima metà del XX secolo fu schiacciata tanto dalle vicende della guerra quanto dall’ideologia. Così, se in Russia la rivoluzione viene sacrificata alla guerra civile e soffocata dal consolidamento del potere bolscevico, in Italia e in Germania gli operai sono traditi dai partiti e dai sindacati e irretiti dalla menzogna democratica; mentre, in Spagna, ancora una volta, sono le marce di guerra – al suono dell’antifascismo – a suggellare il destino di un intero ciclo di lotte, intrappolando la rivoluzione proletaria tra i due opposti fronti borghesi. Dauvé non interroga le lotte degli anni ’60 e ’70, ma risulta evidente che le analisi di quel periodo, ad esempio quelle inerenti la natura del movimento operaio, arricchiscono le considerazioni rispetto a ciò che è «mancato» nel ciclo di lotte precedente.

Nella sua critica al testo di Dauvé (21), TC attacca quella che essa considera una prospettiva di tipo «normativo», nella quale le rivoluzioni reali vengono contrapposte a ciò che esse sarebbero potute essere – prospettiva che implica la definizione, mai esplicitamente enunciata, di una «vera» rivoluzione comunista. TC concorda pienamente con la concezione della rivoluzione delineata da Dauvé, vale a dire la comunizzazione; ma critica l’approccio di quest’ultimo, nella misura in cui esso sovrappone, in forma anti-storica, questa concezione alle lotte rivoluzionarie del passato, servendosene come metro di paragone dei loro successi e dei loro fallimenti – senza prendere dunque in considerazione la storicità della tesi stessa della comunizzazione. Ne consegue, secondo TC, che la sola spiegazione che Dauvé riesca a dare della sconfitta delle rivoluzioni del passato sia quella, in definitiva tautologica, per cui esse non sono andate abbastanza lontano –  «le rivoluzioni proletarie sono fallite perché i proletari hanno fallito nel fare la rivoluzione»(22). Al contrario, TC sostiene di poter rendere conto in forma rigorosa, grazie alla sua teoria, dell’intero ciclo rivoluzione - controrivoluzione - ristrutturazione, nel cui contesto è possibile dimostrare come ogni rivoluzione includa la propria contro-rivoluzione, in quanto limite intrinseco del ciclo di lotte all’interno del quale essa è sorta ed è stata portata a termine(23).

Nei testi che seguono (due di Troploin e uno di TC) (24), vengono esplorate alcune controversie, tra cui, in particolare, quella riguardante il ruolo dell’«umanismo» e del «determinismo» nelle concezioni della comunizzazione sviluppate rispettivamente dai due gruppi (la Postfazione, oltre a chiarificarne gran parte dei termini, espone la nostra interpretazione di alcune di tali questioni). Tuttavia, l’aspetto più interessante di questo confronto, la ragione  che ci ha spinti a pubblicarlo, è il fatto che esso costituisce il tentativo più nitido da noi finora incontrato, di porre l’eredità dei movimenti rivoluzionari del XX secolo nei termini di una concezione del comunismo, inteso non come ideale né come programma, bensì come movimento inerente il mondo del capitale, movimento cioè che abolisce i rapporti sociali capitalisti sulla base delle condizioni esistenti.

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Postfazione

Il dibattito tra Théorie Communiste (TC) e Troploin (G.Dauvé e K.Nesic), che abbiamo qui riprodotto, si sviluppa attorno ad una questione fondamentale: «come teorizzare la storia e l’attualità della lotta di classe nell’epoca capitalista». Come abbiamo evidenziato nella nostra Prefazione, i protagonisti di questa discussione provengono dal medesimo milieu politico francese, costituitosi in seguito agli avvenimenti del 1968. I due gruppi condividono a tutt’oggi una comprensione del movimento che abolisce lo stato di cose presenti come movimento di comunizzazione. Sulla base di questo punto di vista, la transizione verso il  comunismo non è qualche cosa che sopravviene dopo la rivoluzione. Al contrario, la  rivoluzione, in quanto comunizzazione, è essa stessa la dissoluzione dei rapporti sociali capitalisti, per mezzo delle misure comuniste prese dal proletariato, che determinano l’abolizione della forma-impresa, della forma-merce, dello scambio, del denaro, del valore, del lavoro salariato e che distruggono lo Stato. La comunizzazione, così definita, non è che la produzione immediata di comunismo: l’auto-soppressione del proletariato per mezzo dell’abolizione del capitale e dello Stato.

Tuttavia, le rispettive posizioni si differenziano sulla base del modo in cui TC e Troploin teorizzano la produzione (storica) del movimento comunizzatore. Né i primi né i secondi fondano la possibilità di una rivoluzione vittoriosa su una decadenza «oggettiva» del capitalismo; nondimeno la concezione della storia della lotta di classe sviluppata da Troploin, e comune a larga parte dell’ultra-gauche, definisce un antagonismo fluttuante tra le classi, che si accompagna alle contingenze di ciascuna congiuntura storica. In questa larga accezione, la lotta rivoluzionaria del proletariato, in taluni momenti della storia, si inabissa (o pare inabissarsi), per riemergere successivamente in un nuovo «punto culminante» (1848, 1871, 1917-21, 1936, 1968-69). Da questo punto di vista, per lo meno nei paesi a capitalismo avanzato, noi vivremmo attualmente una fase di prolungata recessione della lotta di classe, un periodo  di attesa in vista della prossima riemersione del movimento comunista, con la quale il proletariato  rivoluzionario riprenderà la propria attività sovversiva: «Ben scavato, vecchia talpa!»(25). Dunque, secondo Troploin, il comunismo in quanto comunizzazione è una possibilità che, per quanto talvolta non risulti visibile, è sempre presente; nonostante non esista alcuna garanzia della sua realizzazione, essa costituisce un’invariante dell’epoca capitalista.

Viceversa, TC vede nella comunizzazione la forma specifica che la rivoluzione deve assumere all’interno dell’attuale ciclo di lotte. Dunque, a differenza di Troploin, può fondare la propria concezione della comunizzazione, in forma autoriflessiva, su una comprensione della storia dei cicli di lotta nella società capitalista.

Cicli di lotta e fasi dell’accumulazione

TC storicizza la contraddizione capitale-proletariato sulla base della categoria della sussunzione del lavoro al capitale. Questa periodizzazione definisce i cicli di lotta sulla base dei cambiamenti qualitativi intervenuti nel rapporto di sfruttamento. Essa comprende tre fasi: 1) la sussunzione formale (fino al 1900); 2) la prima fase della sussunzione reale (1900-1970); 3) la seconda fase della sussunzione reale (dal 1970 ad oggi).

Ciò che conta, nella prospettiva di TC, è che la sussunzione del lavoro sotto il capitale non è semplicemente  un problema di organizzazione del lavoro relativo al processo di produzione immediato – che, nella sussunzione formale corrisponde all’estrazione di plusvalore assoluto attraverso il prolungamento della giornata lavorativa) e nella sussunzione reale all’estrazione di plusvalore relativo, mediante l’incremento della produttività dovuto all’introduzione di nuove tecniche produttive, che consentono agli operai di ridurre il tempo nel quale riproducono il valore della propria forza-lavoro e di erogare così, entro una giornata lavorativa di lunghezza fissata, una maggiore quantità di pluslavoro. Secondo TC, il carattere, l’estensione e il grado della sussunzione del lavoro al capitale è anche, o forse essenzialmente, determinata dalla modalità in cui i due poli del rapporto capitale/lavoro, vale a dire capitale e proletariato, sono legati l’uno all’altro in quanto classi della società capitalista. In tal modo, la chiave della storia del capitale diventa il modo mutevole in cui si determina la riproduzione dei rapporti sociali capitalisti, in base allo sviluppo dialettico dei rapporti di classe. Beninteso, questi ultimi sono a loro volta connessi alle necessità dell’estrazione del plusvalore. In breve, secondo TC la sussunzione del capitale al lavoro media ed è mediata dal carattere specificamente storico  dei rapporti di classe a livello della società considerata nel suo complesso.

Vi è, a nostro avviso, un aspetto problematico nel modo in cui TC utilizza il concetto di sussunzione per periodizzare il capitalismo, in quanto esso occulta parzialmente uno degli aspetti maggiormente significativi dello sviluppo dei rapporti di classe che, per altri versi, la teoria di TC mette invece in luce. A voler essere rigorosi i concetti di sussunzione formale e reale si riferiscono soltanto al processo di produzione immediato. In che senso, ad esempio, si può affermare che qualcosa al di fuori del processo lavorativo è sussunto realmente al capitale piuttosto che semplicemente da esso dominato o trasformato?(26) Nondimeno, TC cerca di teorizzare, sotto la categoria della sussunzione, il carattere dei rapporti di classe in sé stessi, piuttosto che il modo in cui il processo lavorativo diventa realmente il processo di valorizzazione del capitale. Eppure, è proprio attraverso questo uso discutibile di talune categorie(27) che può sviluppare una nuova concezione dello sviluppo storico dei rapporti di classe. All’interno di tale periodizzazione, il grado di integrazione dei circuiti di riproduzione della forza-lavoro e del capitale è di un’importanza decisiva. La chiave di volta della periodizzazione storica che viene così elaborata si fonda sulla misura dell’integrazione della riproduzione della forza-lavoro, e dunque del proletariato in quanto classe, al circuito di autopresupposizione del capitale(28).

La «fase della sussunzione formale», secondo TC, è caratterizzata da un rapporto non mediato, esteriore, tra il capitale e il proletariato: la riproduzione della classe operaia non è ancora completamente integrata nel ciclo della valorizzazione capitalista. Durante questa fase, il proletariato, in quanto polo del rapporto, ha una realtà positiva e può affermare la sua autonomia vis-à-vis il capitale, nel momento stesso in cui si trova confermato nella propria ascesa dallo sviluppo capitalista. Nondimeno, l’ascesa della classe operaia all’interno della società del capitale e l’affermazione della sua autonomia entrano inevitabilmente in contraddizione l’una con l’altra. Nel quadro delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni del primo dopoguerra e dell’annientamento dell’autonomia operaia, questa contraddizione si risolve in un rafforzamento della classe che si rivela non essere altro che lo sviluppo capitalista stesso. Questo cambiamento qualitativo nei rapporti di classe segna la fine della transizione dall’epoca della sussunzione formale alla prima fase della sussunzione reale. A partire da questo momento, la riproduzione della forza-lavoro è pienamente integrata, anche se in forma certamente mediata, all’economia capitalista e il processo di produzione viene rimodellato dalle nuove esigenze della valorizzazione del capitale. Il rapporto tra proletariato e capitale, in questa fase, diventa un rapporto di internità, seppure mediato dallo Stato, dalla divisione dell’economia mondiale in zone nazionali, dalla ripartizione dell’accumulazione tra due grandi aree, Est e Ovest (ciascuna con il suo modello si sviluppo del “Terzo mondo”), dalla contrattazione collettiva nel quadro del mercato del lavoro nazionale e dal compromesso fordista, che lega l’aumento dei salari a quello della produttività.

La positività del polo proletario, che caratterizza i rapporti di classe durante il periodo della sussunzione formale e la prima fase della sussunzione reale, trova la sua espressione in ciò che TC definisce il «programmatismo» del movimento operaio, le cui organizzazioni, partiti e sindacati (non importa se socialdemocratici, comunisti, anarchici o sindacalisti-rivoluzionari)  rappresentano in questo contesto il potere crescente del proletariato ed esprimono il programma incentrato sull’emancipazione del lavoro e l’autoaffermazione della classe operaia. Il carattere dei rapporti di classe proprio di questa fase, determina quindi la rivoluzione comunista come autoaffermazione del proletariato in quanto polo del rapporto capitale/lavoro. In tal modo, la rivoluzione comunista non distrugge il rapporto, ma si limita a modificarne i termini; dunque porta in sé stessa la controrivoluzione, sotto forma di gestione operaia dell’economia e perpetuazione dell’accumulazione del capitale. La gestione decentralizzata della produzione per mezzo dei consigli operai, da un lato, e la pianificazione centralizzata incarnata dallo Stato operaio, dall’altro, sono le due facce della stessa medaglia, due forme per il medesimo contenuto: il potere operaio in quanto espressione al contempo rivoluzionaria e controrivoluzionaria.

Questo ciclo di lotte si chiude, secondo TC, con i movimenti del quinquennio 1968-1973, che segnano l’obsolescenza del programma incentrato sulla liberazione del lavoro e l’autoaffermazione del proletariato. La ristrutturazione capitalista seguita a queste lotte e la crisi del rapporto capitale-proletariato fanno a pezzi e spazzano via le istituzioni del vecchio movimento operaio. I conflitti di questo periodo determinano, così, l’innesco di un nuovo ciclo di accumulazione e di lotte, che coincide, nella periodizzazione di TC, con la seconda fase della sussunzione reale, caratterizzata dalla ristrutturazione capitalista (o controrivoluzione) del periodo 1974-1995, che trasforma radicalmente la natura del rapporto tra capitale e proletariato. Sono soppressi, allora, i vincoli all’accumulazione del capitale – tutti gli ostacoli alla fluidità e alla mobilità internazionale del capitale – rappresentati dalle rigidità dei mercati nazionali del lavoro, dai benefici sociali, dalla divisione del mercato mondiale nei due blocchi sorti dalla «guerra fredda» e dallo sviluppo nazionale protetto che, alla «periferia» dell’economia mondiale, questo stato di cose rendeva possibile.

La crisi del modello sociale fondato sul paradigma produttivo fordista e sullo Stato-provvidenza keynesiano, hanno condotto alla finanziarizzazione del capitale, allo smantellamento e alla rilocalizzazione della produzione industriale, alla distruzione del potere operaio, alla deregulation, alla fine della contrattazione collettiva, alle privatizzazioni, all’imporsi di forme di lavoro temporanee e flessibili, alla proliferazione di nuove imprese di servizi. La ristrutturazione capitalista su scala globale – con la formazione di un mercato del lavoro mondiale sempre più unificato, l’attuazione di politiche neoliberiste, la liberalizzazione dei mercati, e la tendenza internazionale alla riduzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro – rappresenta una vera e propria contro-rivoluzione, il cui risultato consiste nel fatto che capitale e proletariato si confrontano adesso direttamente su scala globale. I circuiti della riproduzione  del capitale e della forza-lavoro – mediante i quali lo stesso rapporto di classe viene riprodotto – sono a partire da questo momento pienamente integrati, ovvero immediatamente interconnessi. La contraddizione tra capitale e lavoro si disloca ora al livello della loro riproduzione in quanto classi; ciò che è in gioco, in questa nuova fase, è cioè la riproduzione del rapporto di classe in quanto tale.

Con la ristrutturazione e la conseguente dissoluzione di tutte le mediazioni all’interno della relazione di classe sopravviene l’impossibilità, per il proletariato, di rapportarsi positivamente a sé stesso nel quadro dello scontro con il capitale: l’impossibilità dell’autonomia proletaria. Da polo positivo della relazione, in quanto interlocutore o antagonista della classe capitalista, il proletariato si trasforma in polo negativo. Il suo stesso essere, in quanto proletariato, la cui riproduzione è pienamente integrata al ciclo del capitale, gli diviene esteriore. Ciò che definisce l’attuale ciclo di lotte e che lo distingue da quello precedente, è la natura del rapporto che il proletariato intrattiene con sé stesso, che è, d’ora in avanti, immediatamente il suo rapporto con il capitale(29). Questa trasformazione fondamentale della relazione di classe determina una trasformazione del carattere delle lotte e conduce il proletariato a rimettere in questione la propria stessa esistenza in quanto classe del modo di produzione capitalista. In tal modo, per TC, la rivoluzione come comunizzazione  è un prodotto storicamente determinato: essa è l’orizzonte dell’attuale ciclo di lotte(30).

Un superamento prodotto

Per TC il rapporto tra capitale e proletariato non è la relazione tra due soggetti distinti, ma è sostanziato da un’implicazione reciproca nella quale i due estremi del rapporto si costituiscono come momenti di una totalità auto-differenziantesi. È questa stessa totalità – questa contraddizione in processo – che produce il proprio superamento, attraverso l’azione rivoluzionaria del proletariato contro il suo stesso essere-classe e dunque contro il capitale. Questa concezione immanente, dialettica, dell’evoluzione storica dei rapporti di classe capitalistici, soppianta le vecchie antinomie oggettivismo/soggettivismo, spontaneismo/volontarismo, che avevano invece caratterizzato, la quasi totalità della teoria marxista del XX secolo, fino ai giorni nostri. La dinamica e il carattere mutevole di questo rapporto sono allora colti non semplicemente come un succedersi di offensive proletarie e contro-offensive capitaliste, bensì come un processo unitario.

Secondo TC, sono le trasformazioni qualitative a livello dei rapporti di classe a determinare l’orizzonte rivoluzionario dell’attuale ciclo di lotte come comunizzazione. Per quanto ci riguarda, pensiamo che, a un livello più generale di astrazione, il rapporto contraddittorio tra capitale e proletariato abbia sempre contenuto la tendenza ad andare oltre sé stesso, nella misura in cui - a partire dalle proprie stesse origini – esso ha prodotto il proprio superamento in quanto orizzonte immanente delle lotte reali. Questo orizzonte, tuttavia, è inscindibile dalla forme storiche, concrete, che la contraddizione, mutando, assume. È dunque soltanto in questo senso molto preciso che possiamo parlare del comunismo in forma metastorica (vale a dire come movimento che attraversa l’intera storia del modo di produzione capitalista). Il movimento comunista, inteso non come particolarizzazione della totalità – come movimento di comunisti o come movimento di classe – bensì come la totalità stessa, è allo stesso tempo metastorico e mutevole, nella misura in cui si modella sulle configurazioni storicamente specifiche dei rapporti di classe. Ciò che determina il movimento comunista – la rivoluzione comunista – ad assumere la forma specifica della comunizzazione, all’interno dell’attuale ciclo di lotte, è appunto la dialettica dell’integrazione dei circuiti di riproduzione del capitale e della forza-lavoro(31). E’ questa integrazione a produrre la negatività radicale del rapporto del proletariato rispetto a sé stesso nel confronto con il capitale. In questa fase, sbarazzandosi delle sue «catene radicali», il proletariato non generalizza la propria condizione estendendola all’insieme della società, ma dissolve immediatamente il proprio essere-classe attraverso l’abolizione dei rapporti sociali capitalisti.


Note:

(1)         Riferimento alla famosa sequenza del film dei Monthy Python, Il Sacro Graal, nella quale un carrettiere, collettore di cadaveri, percorre le strade della città gridando «Bring Out Your Dead!».

(2)         Karl Marx (1852), Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti, 2006.

(3)         Cristopher Gray (a cura di), Leaving the 20th Century : The Incomplete Work of the Situationist International, London, Free Fall, 1974 .    

(4)         «Jamais nous ne travaillerons, ô flots de feux!» [Mai noi lavoreremo, o marosi infuocati !], A. Rimbaud, Qu’est-ce que nous, mon cœur, mai 1871, in Œuvre-vie, Arléa, 1991, p. 181

(5)         «La révolution surréaliste», n.4, 1925. Nella pratica, il rifiuto surrealista del lavoro era riferito sovente al solo ambito degli artisti, attraverso la denuncia della nefasta influenza del lavoro salariato sulla creatività e la rivendicazione di sussidi pubblici per garantire loro il sostentamento. Lo stesso testo di André Breton e Leon Trotzkji, Per un’arte rivoluzionaria indipendente, sembra distinguere tra due diversi regimi rivoluzionari, uno per gli artisti e gli intellettuali e l’altro per gli operai. « Se, in vista dello  lo sviluppo delle forze produttive materiali, la rivoluzione è tenuta ad erigere un regime socialista di pianificazione centralizzata, per la creazione intellettuale essa deve sin dall'inizio instaurare ed assicurare un regime anarchico di libertà individuale». In tal modo, la ragione per cui i surrealisti hanno trascurato la contraddizione tra liberazione e abolizione del lavoro potrebbe essere legata al fatto che essi vi vedevano un problema altrui.

(6)          I situazionisti erano consapevoli di questa critica potenziale e cercarono di prevenirla. Nel testo Preliminari sui consigli e l’organizzazione consiliare, IS n.12, 1969 [in AA.VV. (a cura di Isabella de Caria e Riccardo d’Este), Internazionale situazionista 1958-1969, Nautilus, Torino, 1994], René Riesel scrive: «Si sa che noi non abbiamo alcuna propensione verso l’operaismo, sotto qualsiasi forma esso si presenti», ma continua a sottolineare come gli operai organizzati in consigli restino la «forza centrale» della rivoluzione. Quando giunsero più da presso a interrogarsi sull’affermazione del lavoro, nel quadro della teoria dell’«autogestione generalizzata», i situazionisti toccarono il massimo dell’incoerenza: «Solo il proletariato precisa, negandosi, il progetto di autogestione generalizzata, poiché lo porta in sé oggettivamente e soggettivamente» (Raoul Vaneigem, Avviso ai civilizzati, ibid.). Se il proletariato porta «in sé stesso» il progetto dell’autogestione, ne consegue che esso, «autonegandosi», debba negare anche tale progetto.

(7)         L’IS rivelerà più tardi la portata della propria disillusione, affermando retrospettivamente che gli operai erano stati «oggettivamente, in diversi momenti, a un’ora» dall’instaurazione dei consigli, durante gli avvenimenti del Maggio (L’inizio di un’epoca, ibid.).

(8)         Bruno Astarian, Les grèves en France en mai-juin 1968, «Echanges et Mouvement», 2003.

(9)         «Le formule di controllo operaio e gestione operaia perdono ogni senso […] Il contenuto (se si vuole usare questa bolsa espressione) del socialismo non sarà l'autonomia, il controllo e la gestione del proletariato, ma la sparizione del proletariato. Del salariato. Dello scambio, anche dell'ultimo: quello tra moneta e forza-lavoro. E infine, dell'azienda. Nulla vi sarà da controllare e gestire, nessuno rispetto a cui chiedere autonomia» (Amadeo Bordiga, I fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista, in «Il Programma Comunista», n.13-14-15, 1957).

(10)    Il testo citato, la cui prima versione risale al 1969, é incluso nella raccolta di saggi in lingua inglese di Gilles Dauvé (alias Jean Barrot), Eclipse and Re-Emergence of the Communist Movement, Black & Red, Detroit, USA, 1974 [Ndt].

(11)    Pierre Nashua (Pierre Guillaume), Perspectives sur les conseils, la gestion ouvrière, et la gauche allemande, La Vieille Taupe, Paris, 1974 ; Carsten Juhl, La révolution allemande et le spectre du prolétariat, in Invariance, Serie II, n.5, 1974.

(12)    J.Camatte, Prolétariat et révolution, in Invariance, Série II, N°6, p. 40.

(13)    Jacques Camatte, soprattutto attraverso l’influenza esercitata su Fredy Perlman, diventerà la principale fonte di ispirazione del pensiero  primitivista. Cfr. This World We Must Leave and Other Essays, Autonomedia, 1995. [Cfr. J.Camatte, Questo mondo che bisogna abbandonare, in J.Camatte, Verso la comunità umana, Jaca Book, Milano, 1978, Ndt].

(14)    Karl Marx, Friederich Engels, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1991

(15)    L’idea di un «periodo di transizione», che notoriamente si trova negli scritti politici di Marx e Engels, è stata condivisa pressoché da tutte le tendenze del movimento operaio. Si supponeva che gli operai, durante tale periodo, dovessero appropriarsi gli apparati politici (leninismo) o economici (sindacalismo) e dirigerli sulla base dei propri interessi. Questa prospettiva corrispondeva all’idea secondo cui gli operai sarebbero stati in grado di gestire le fabbriche meglio dei loro padroni, e che perciò impossessarsi della produzione equivalesse a svilupparla (superando le inefficienze, gli elementi di irrazionalità e le ingiustizie). Collocando la questione del comunismo (la questione pratica dell’abolizione del lavoro salariato, dello scambio e dello Stato) oltre il periodo di transizione, il fine immediato della rivoluzione diventava il semplice superamento di certi «cattivi» aspetti del capitalismo (l’ineguaglianza, la tirannia di una classe parassitaria, l’«anarchia» del mercato, l’«irrazionalità» delle attività «improduttive», etc.), che tuttavia preservava la produzione capitalista in forma più «razionale» ed «equa» (uguaglianza dei salari, obbligo al lavoro, garanzia del pieno godimento del proprio prodotto da parte di ciascuno, previa la deduzione dei «costi sociali»).

(16)    G.Dauvé, Out of the Future, in Eclipse and Reemergence of the Communist Movement, op.cit.

(17)    Occorre notare come qualcosa di simile ad una teoria della comunizzazione sia stata elaborata indipendentemente, negli anni’80, da Alfredo Bonanno e da altri «anarchici insurrezionalisti». Essi la concepirono allora come uno schema da applicare ad ogni lotta particolare. Come Debord osservava riguardo all’anarchismo in generale, una simile metodologia idealista e normativa «abbandona il terreno storico», in quanto postula che le forme adeguate del passaggio alla pratica siano già state tutte trovate (Guy Debord, La società dello spettacolo, Massari, Roma, 2002). Come un orologio guasto, questo tipo di anarchismo è sempre in grado di segnare l’ora giusta, ma soltanto a un momento dato, cosicché quando infine il momento arriva, non fa molta differenza che esso sia finalmente preciso.

(18)    Robert Faurisson é uno storico borghese che, verso la fine degli anni ’70, riuscì ad attirare l’attenzione su di sé negando l’esistenza delle camere a gas nel lager di Auschwitz (ma non lo sterminio sistematico dei civili da parte dei nazisti). Per questa ragione venne processato. Per motivazioni solo a lui note, Pierre Guillaume divenne uno strenuo difensore di Faurisson e convinse diversi membri de La Vielle Taupe e de «La Guerre Sociale» (in particolare Dominique Blanc) ad aderire alla sua causa. Da qui una polemica intestina alla ultra-gauche parigina, che si protrasse per oltre un decennio.

(19)    Altri gruppi, sorti negli anni ’70 e  ’80, si possono collocare nella filiazione di questa tendenza, così come l’abbiamo sommariamente definita: La Banquise, L’Insécurité Sociale, Le Brise-Glace, Le Voyou, Crise Communiste, Hic Salta, La Matérielle, Temps Critiques.

(20)    G.Dauvé – K.Nesic, Bisognerà ancora attendere, La Giovane Talpa, 2006; In for a storm, in «Troploin Newsletter #5», giugno 2007, reperibile all’indirizzo web:

(21)    Théorie Communiste, Normative History and the Communist Essence of the Proletariat, reperibile al seguente indirizzo web:

(22)    Si veda la Postfazione al presente volume.

(23)    Per una discussione più dettagliata sulle differenti tesi esposte nell’ambito di questo scambio, si veda la Postfazione.

(24)    I testi cui si fa riferimento sono: Théorie Communiste, Much Ado About Nothing; G.Dauvé, Human, All Too Human?; G.Dauvé – K.Nesic, Love of Labour? Love of Labour Lost.

(25)    Karl Marx (1852), Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, op. cit.

(26)    Approfondiremo tali questioni nel secondo numero di Endnotes.

(27)    I redattori usano qui il termine «discutibile», ma è per l’appunto l’equivocità che pone dei problemi [Nota del traduttore francese].

(28)    Per «autopresupposizione del capitale» TC intende il modo in cui il capitale pone sé stesso come condizione e risultato del suo stesso processo. Questo concetto è espresso nell’uso che TC fa, sulla base della traduzione francese del Capitale, del termine «doppio  mulinello», che sta ad indicare due cicli intersecantisi.

(29)    Questa negatività fondamentale della relazione che il proletariato intrattiene con sé stesso, nel quadro del rapporto con il capitale, è espresso da TC col termine «écart» (scarto). Questo concetto esprime il fatto che l’azione del proletariato in quanto classe costituisce il limite di questo ciclo di lotte; nella misura in cui le lotte del proletariato non hanno altro orizzonte se non la sua stessa riproduzione in quanto classe, esso risulta incapace di porsi come tale.

(30)    Per una discussione di queste problematiche legate alle lotte concrete, si veda L’auto-organisation est le premier acte de la révolution, la suite s’effectue contre elle, in Meeting n.3, 2006 (http://meeting.senonevero.net/).
Approfondiremo questi temi nel prossimo numero di Endnotes